Parrocchia Di Collegara-San Damaso

7 gennaio 2012

Festa Dei Santi Basilio E Gregorio 2 Gennaio 2012

Filed under: Riflessioni — Insieme @ 08:46
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San Gregorio E San Basilio

 Dal Discorso Gaudet Mater Ecclesia, di Giovanni XXIII nella solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II

«Venerabili fratelli, la santa madre chiesa gioisce, poiché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il concilio ecumenico Vaticano II qui, presso il sepolcro di san Pietro, solennemente si inizia con la protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua divina maternità. … Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei concili ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà della chiesa. A Noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo. Nel presente momento storico, la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani, che, per opera degli uomini e per lo più al di là della loro stessa aspettativa, si volgono verso il compimento di disegni superiori e inattesi; e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della chiesa. … Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso [il depositum fidei], come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera, che la nostra età esige, proseguendo così il cammino, che la chiesa compie da quasi venti secoli. Lo scopo principale di questo concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri e dei teologi antichi e moderni quale si suppone sempre ben presente e familiare allo spirito. Per questo non occorreva un concilio. … Questo massimamente riguarda il concilio ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. … Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari del Tridentino e del Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze; è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata. Bisognerà attribuire molta importanza a questa forma e, se sarà necessario, bisognerà insistere con pazienza nella sua elaborazione; e si dovrà ricorrere ad un modo di presentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale. … Ora, tuttavia, la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne. Come mai questo tempo non sapete valutarlo? È uno straordinario invito quello rivolto alla Chiesa da Giovanni XXIII. Un invito che è più avanti dei nostri cammini e che ancora oggi attende di essere pienamente accolto. Nel breve commento che vogliamo dedicare a queste parole profetiche non intendiamo riprendere la struttura dei tre passi “vedere-giudicare-agire”, ma vivere questo metodo di pensiero e di azione che il Vangelo e l’esperienza del Concilio Ecumenico Vaticano II ci consegnano, cogliendone la portata per l’oggi. 1. Il metodo della fede Il discorso del papa inizia con queste parole: gioisce la madre chiesa. Non si tratta di una scelta casuale; questa, infatti, è la frase con cui si apre il preconio pasquale, il testo che la notte di pasqua annuncia la risurrezione del Signore. Giovanni XXIII, dunque, facendo riferimento ad esso, vuole esprimere la consapevolezza che al cuore della vita della chiesa c’è l’esperienza della gioia che viene dal vangelo, la buona notizia costituita dalla vita del Signore Gesù e dal mistero della sua passione, morte e risurrezione. In un momento decisivo come quello del concilio, tornare con la memoria alla liturgia della notte di pasqua indica il “metodo della fede” e provoca nel credente la consapevolezza che la vita che noi viviamo è stata redenta e il peccato – che è tutto ciò che è in grado di uccidere l’uomo – non ha più l’ultima parola, perché la morte è stata vinta per sempre da colui che è risorto dai morti. Possiamo e dobbiamo gioire perché la nostra storia è storia di salvezza. Questa intuizione di Giovanni XXIII fa emergere la semplicità e il fondamento della nostra fede: fare costantemente memoria della redenzione che si è attuata nella pasqua di Cristo ed è fonte di speranza e di gioia. Tale gioia non si traduce in atteggiamenti ingenui, ma mette al riparo da un grave pericolo: quello di leggere la situazione come insalvabile, nefasta e assolutamente avversa, come se il mondo fosse nemico. È quello che papa Giovanni evidenzia quando parla dei profeti di sventura, persone che, pur dotate di capacità di lettura, si lasciano prendere da un atteggiamento di non-fede e invece di aiutare a camminare nella fiducia seminano panico, paura e tragedia. Eppure il tempo nel quale il Papa indiceva un Concilio non era affatto pacifico: era il tempo della “Guerra Fredda”, dell’inizio della costruzione del muro di Berlino (1961), della “crisi di Cuba” (1962): solo alla luce della fede pasquale si potevano pronunciare parole simili! Il credente, pur capace di criticità, non lascia mai che tale criticità diventi distruttività. Qui risiede la necessità di prendere la distanza da letture catastrofiste; da qui allo stesso tempo una domanda importante per la vita spirituale: come è possibile che persone dotate di zelo non riescano a coniugare discrezione e misura nel leggere la situazione attuale e nel confrontarla con i tempi passati? Non basta lo zelo, perché, se manca la fede, si insinua nel cuore dell’uomo la paura, e quindi un modo catastrofista di leggere la realtà, e compaiono slogan sterili e incapaci di fare crescere le persone e la chiesa. Ne abbiamo sentiti molti, che tradiscono e sfigurano il vero volto della chiesa, come ad esempio: valori non negoziabili, tolleranza zero, fare piazza pulita… Si tratta di espressioni che appartengono a strutture di potere che difendono se stesse, ma che al contempo sono estranee al messaggio evangelico, che è buona notizia, salvezza per ogni uomo1. Le parole di papa Giovanni sono chiare e ferme: “La sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne”. Parole con un tono diverso da quelle dei concili precedenti (“anathema sit”), ma che avvicinano al cuore della buona notizia. Questo atteggiamento è davvero frutto di una fede salda che si preoccupa realmente di annunciare il vangelo e che crede nella sua forza. Questa è stata anche la straordinaria portata terapeutica della vita di Gesù, che “passò sanando e beneficando tutti quanti erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,38). La vita dei discepoli del Signore e della chiesa, sua sposa, è veramente relativa a Cristo nella misura in cui è capace di portare questa salvezza nella vita degli uomini. In questa fede Giovanni XXIII era fermamente radicato e grazie a questa riuscì a superare la diffidenza verso qualunque dialogo con il mondo, diffidenza che aveva segnato molti decenni dell’Ottocento e del Novecento (dal Sillabo al Non expedit al Giuramento antimodernista). Con convinzione, invece, il Concilio iniziava all’insegna del dialogo con il mondo, “inventando” strade nuove, nella consapevolezza che ciò in cui crediamo è “valido” e tale validità si esprime non attraverso le condanne, bensì mostrando che il vangelo è possibile in tutte le situazioni. La chiesa è chiamata ad essere a servizio degli uomini aiutandoli a prendere sempre più consapevolezza che il Signore parla a loro, che tutti, nessuno escluso, sono “capaci di vangelo” e che il Vangelo, che è Cristo stesso, desidera essere per tutti gli uomini. 2. Una chiesa che “spolvera le maniglie” mentre la casa brucia? Giovanni XXIII non si interessò soltanto dell’antichità del tesoro prezioso della Chiesa, ma soprattutto di come tale tesoro potesse essere insegnato nel suo tempo in modo più efficace. La sua preoccupazione di allora – che deve essere anche la nostra – fu, dunque, quella di uscire da una fedeltà archeologica alla dottrina per entrare in una fedeltà creativa. In un colloquio informale, don Bruno Maggioni usò quest’espressione fulminante: “Quando la casa brucia, c’è sempre qualcuno che si preoccupa di ‘spolverare le maniglie’”; con questa immagine evocava quanti oggi sono preoccupati di restaurare antiche forme liturgiche o pastorali, anziché studiarsi di come rispondere alle sfide nuove che la cultura pone al Vangelo. Certo, quanto la Rivelazione e la Tradizione ci hanno consegnato va rispettato fedelmente, ma occorre anche presentarlo in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo; è lo stesso papa ad affermare con chiarezza nel suo discorso che “bisognerà attribuire molta importanza alla forma” in cui vengono enunciate le verità della fede. La chiesa di oggi, dopo la breve primavera del Concilio, sembra aver di nuovo paura del proprio coraggio: è un cardinale che ha conosciuto da vicino il Concilio, Walter Kasper, ad affermarlo. Ciò accade, perché ci vuole del coraggio per discernere ciò che è vivo da ciò che è morto nell’attuale prassi pastorale della chiesa2. È il coraggio di congedarsi da forme che sono state efficaci nel trasmettere il vangelo e nel far maturare la coscienza cristiana di tanti, per inaugurare forme nuove, inedite, che tentino di plasmare la coscienza di chi è un uomo di questo nostro tempo. Questa non è “novità” o “modernità”: è invece “tradizione”; perché la chiesa è sempre stata capace di inaugurare forme nuove di inculturazione del Vangelo, forme che sono divenute tradizione con il passare del tempo. Non era infatti tradizione per tutto il primo millennio cristiano quella di vivere il culto eucaristico nel modo in cui noi siamo stati abituati (e dal quale le giovani generazioni rifuggono…); né era tradizione l’impianto di parrocchia “in cura d’anime” inaugurato dal concilio di Trento; e neppure il nostro modo privato e individualistico di celebrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana e della Riconciliazione… Il Vangelo non ha paura dell’avvicendarsi dei tempi, del mutare delle categorie del pensiero umano e dei simboli attraverso i quali l’uomo si esprime. Il Vangelo non ne ha paura perché esso contiene il sé la potenzialità per fecondare ogni cultura e risignificare ogni espressione linguistica e culturale: e Giovanni XXIII lo aveva capito benissimo. Siamo noi piuttosto che – diventando vittime dalla nostra inerzia e della nostra paura – fatichiamo ad esercitare quel discernimento e quella fantasia che ci permetterebbero di dire il Vangelo dentro le categorie nuove, i nuovi linguaggi dei giovani, le nuove sfide della cultura. Come ebbero a dire i vescovi italiani nel documento “Educare i giovani alla fede” occorre che ci lasciamo sfidare alla nuova cultura per “discernere il vero che si presenta sotto le vesti del nuovo”3. Questo discernimento del “vero” e questa inculturazione del Vangelo, non consistono nell’abbigliare con i jeans la schola cantorum che canta in gregoriano. L’immagine è solo in apparenza lontana dalla realtà: riconosciamo questo tentativo maldestro quando si ripropongono modi e linguaggi di secoli passati dentro i contenitori propri del nostro tempo. L’ultima GMG di Madrid ne è il più emblematico esempio. All’interno di una kermesse in tutto simile ai raduni giovanili dei grandi concerti, si è fatta una proposta della esperienza cristiana secondo le forme tipiche degli anni ’50: l’adorazione eucaristica, anziché la proclamazione della Parola; la comunione spirituale, anziché la partecipazione attiva dei giovani alla liturgia; una celebrazione in latino, incomprensibile per tutti, anziché nella lingua del paese di accoglienza. Se obiettivo del discernimento è quello di individuare il “vero” che si nasconde sotto le vesti del “nuovo”, occorre che tra la Chiesa e il mondo contemporaneo si instauri un dialogo in cui ad apprendere non è solo il mondo, in ascolto della Chiesa “madre e maestra”, ma anche la Chiesa stessa, che nel “nuovo” di ogni cultura, coglie i “semi del Verbo” là diffusi, li riconosce e li assume come sfida per rinnovarsi prima di tutto all’interno e poter così dire parole ricche di senso per chi ancora il Vangelo non lo conosce. Ecco perché Giovanni XXIII poco prima di morire ebbe a dire: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a differenza anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della chiesa cattolica. Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant’anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a nuove realtà, come dissi nel discorso di apertura del concilio. Non è il vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio… È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne le opportunità e guardare lontano»4. Noi possiamo comprender meglio il Vangelo se ci mettiamo in ascolto del mondo e delle sue nuove culture. È contrario al Vangelo, quindi, costruire giudizi sprezzanti sull’oggi, su questo mondo considerato relativista e indifferente: è soltanto un mondo che ha domande nuove da porre ai credenti, domande a cui noi possiamo rispondere solo se ascoltiamo il Vangelo con quella curiosità e quell’interesse che nascono in noi grazie a tali domande. La nuova cultura, che sta “buttando fuori”5 tutte le categorie alle quali il cristianesimo si era rivolto per incarnare la proposta del Vangelo, ci è quindi necessaria, dal momento che si tratta di trovare in essa nuove categorie dentro le quali dire la parola di salvezza agli uomini di oggi. Intestardirci nei nostri linguaggi, nelle nostre forme rituali ingessate, nelle nostre categorie per dire “il bene” dell’uomo (la morale), serve solo a rendere il Vangelo “in-credibile” per l’uomo di oggi e ci porta ad una infedeltà a Dio, che si è fatto conoscere con le categorie umane; e anche ad una infedeltà all’uomo, che per aderire al Vangelo dovrebbe, rinunciare ad essere uomo del terzo millennio. 3. Un balzo in avanti Con straordinario coraggio, quindi, Giovanni XXIII affermò che occorre un “balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze”. Questa è la strada tracciata dal Papa per il nostro tempo e riteniamo che sia importante indicare qui alcune strade che ci permettono di fare questo balzo in avanti, nel tentativo di discernere in concreto “il vero che si presenta sotto le vesti del nuovo”, cioè quel bene che la Chiesa deve saper cogliere per servire l’uomo di oggi e offrirgli la speranza del Vangelo. Un balzo in avanti verso una penetrazione dottrinale significa avere il coraggio di “fare teologia” nel senso più alto del termine. In un recentissimo libro6, Saverio Xeres e Giorgio Campanini affermano che oggi “manca il respiro” nella teologia e nella pastorale; è un’immagine molto evocativa, che denuncia il pericolo di fermarsi ad una teologia libresca e ripetitiva, sospettosa verso le novità e incapace di individuare quella “forma più efficace” che anche Giovanni XXIII ha tanto auspicato nel suo discorso. Rifiutare questa teologia e avere il coraggio di elaborare un pensiero che ridoni “fiato” alla Chiesa, richiede a tutti i cristiani, ad iniziare dai laici, di riconoscersi capaci di “ripensare” la propria fede e le prassi pastorali in cui essa viene proposta oggi. Non ci si può limitare a “tradurre” l’esperienza cristiana con parole più semplici, per renderla comprensibile ai piccoli: occorre “ripensarla” anzitutto per se stessi, per poi comunicare agli altri una esperienza di fede condivisibile. Ciò non vale solamente per i teologi o per i presbiteri: sono i laici adulti i primi responsabili della trasmissione del Vangelo al mondo e dunque agli altri adulti. Il presbitero avrà una sua specifica azione di annuncio e di catechesi, ma senza questo primo ed indispensabile apporto dei laici, che trasmettono il vangelo dentro la cultura che abitano, il suo compito risulterà – e risulta di fatto oggi – impossibile. I nuovi modelli di catechesi dell’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi puntano proprio a questo: a riconsegnare agli adulti il pensiero e il linguaggio sulla fede, per riappropriarsene e trasmetterla agli altri. In questo processo non deve prevalere il timore che la tradizione della Chiesa venga in qualche modo “inquinata”; al contrario, i preti devono rallegrarsi, poiché non saranno più soli nell’annuncio e non avranno più sulle spalle tutto l’onere di “dire” la fede dentro esperienze e linguaggi che spesso non conoscono. Un balzo in avanti significa anche liberare le coscienze dal timore di non essere all’altezza, come laici, di un discernimento autonomo. Si tratta di un aspetto ancora molto radicato, in campo etico, sociale e perfino politico! La “formazione delle coscienze” a cui Giovanni XXIII si riferisce è quella formazione che verrà esplicitata in seguito nella Dignitatis Humanae, una dichiarazione del Concilio sulla libertà religiosa di grandissima importanza, perché afferma con chiarezza, dopo i ripetuti stimoli offerti in tal senso da Pio XII, la libertà della coscienza personale e quindi la sua piena responsabilità. Sulla scia di questo testo, un piccolo documento sulla catechesi degli adulti dell’Ufficio Catechistico Nazionale7, affermava nel 1995 che l’adulto “messo di fronte alla situazione sa valutarla autonomamente (…) senza dover domandare il parere al maestro o compulsare in fretta il documento” (n. 8)”. Questa riconosciuta capacità di discernimento dell’adulto significa che non c’è più bisogno di un servizio di autorità che offra indicazioni assertive e definitive su questo o su quel punto della morale personale e civile: ai vescovi va assegnata la liberante responsabilità di orientare secondo i criteri evangelici e teologici il giudizio sui problemi, senza che essi debbano divenire esperti di ogni ambito di ricerca scientifica o sociale né tantomeno conoscano per esperienza diretta le situazioni familiari ed educative sulle quali occorre discernere. Infine un balzo in avanti significa anche una libertà di azione pastorale e di discernimento concreto. A volte si ha l’impressione che la pastorale ordinaria sia concepita, di fatto, in modo discendente, come attuazione di linee dettate dalla massima autorità, riprese a livello nazionale e poi a livello diocesano, perché diventino orientamento del cammino di una parrocchia. In tutto questo processo “a cascata”, si rischia che la Parola di Dio sparisca dietro le parole umane e ogni comunità si trovi ad essere solo “luogo di applicazione” di idee pensate altrove, invece che comunità in ascolto delle esigenze del proprio tempo e della propria storia in dialogo con la Parola di Dio. Con queste premesse, inoltre, il presbitero diventa l’ultimo funzionario di una immensa istituzione religiosa, invece che essere apostolo e missionario inviato da una comunità più grande che è la Chiesa universale. E così chiudiamo con un’ultima parola sul presbitero e sulla sua vita, giacché noi tali siamo nella libertà di articolare il nostro stile di vita secondo una scelta che nessuno ci ha suggerito, che noi abbiamo scoperto e nella quale ormai riconosciamo la nostra identità non sopprimibile. Vivere da presbiteri oggi richiede un nuovo stile di vita, di relazione, di pastorale. Un nuovo stile di vita significa che non si può pensare di essere preti replicando i modi di una volta: vivendo in canonica, con una perpetua al proprio servizio, in una perfetta identificazione con la propria parrocchia. Un presbitero deve respirare a polmoni più ampi, avendo il tempo di studiare la teologia e di vivere una vita fraterna in cui continuamente ridare significato al proprio ministero. Un nuovo stile di relazioni significa che non ci si può più pensare solo a partire dal ruolo ministeriale. É vero che la vocazione e l’ordinazione risignificano tutta la sua identità, comportando anche l’assunzione di un ruolo; ciò non significa, tuttavia, che egli sia reso “funzionario” a tutte le ore della sua vita. Il prete rimane profondamente uomo e deve fare i conti con le domande della sua umanità. E per rispondere a queste domande ha bisogno dell’aiuto dei fratelli, sia presbiteri che laici, con i quali avere una relazione non di “ruolo”, ma personale. Un nuovo stile di pastorale significa che il presbitero si deve porre diversamente nei confronti della comunità di cui è a servizio: spostandosi dal “centro” – perché oggi è questo il suo spazio! – per divenire piuttosto colui che aiuta tutti e ciascuno ad esprimere al meglio la propria sequela a Gesù. Non sarà quindi colui che decide tutto, dall’orientamento pastorale della comunità all’acquisto delle lampadine, ma un fratello tra fratelli, col compito specifico di ricordare a ciascuno le esigenze radicali del Vangelo.

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