Parrocchia Di Collegara-San Damaso

6 aprile 2015

Triduo Pasquale Vangeli E Commenti

Filed under: Vangelo — Insieme @ 09:36
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Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».
Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?
Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Giovedì santo

Una vita donata

Le prescrizioni pasquali libro dell’Esodo, la memoria eucaristica che Paolo fa ai cristiani di Corinto e il vangelo della lavanda dei piedi ci hanno raccontato gli aspetti essenziali della Pasqua del Signore che, attraverso la liturgia dovremmo comprendere e approfondire sempre un po’ di più di anno in anno.

Nella seconda lettura Paolo dice: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Questa cosa è importante perché ci dice che l’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è inventata, che si è data come precetto, ma è un gesto, un’azione che viene direttamente dal Signore e che così deve essere trasmessa.

Certo non possiamo limitarci a compiere il gesto, occorre andare profondamente dentro al significato: quel gesto avviene in un contesto molto particolare, nella notte in cui Gesù veniva tradito, e non soltanto da Giuda. Anche Pietro lo rinnega, gli altri fuggono tutti, è una notte di sfacelo, di rottura di tutti i legami comunitari. Nel vangelo si parla di amicizia e di fraternità, ma è sconvolgente pensare che l’eucaristia viene istituita proprio nel momento più fallimentare. In quella notte Gesù consegna il gesto del pane e del vino, consegna le parole che lo spiegano, consegna il significato esistenziale profondo attraverso il segno dalla lavanda dei piedi: tutto il culmine del suo affetto e della sua volontà di restare in alleanza viene celebrato proprio nella notte che smentisce l’alleanza.

Gesù sa molto bene di cosa siamo capaci tutti noi: di tradire, di rinnegare, di abbandonare. Eppure vuole fortemente fare questo gesto di comunione e di alleanza. Dunque celebra questa nuova alleanza a tavola, perché condividere il pasto è una delle esperienze umane più importanti e quotidiane. Già la pasqua ebraica era celebrata nella condivisione del pasto e Gesù riparte proprio da lì. C’è un pasto che è celebrazione dell’alleanza, il gesto più significativo è spezzare il pane, perché è il modo per poterlo condividere. Gesù allora prende il pane, cioè lo riceve, pronuncia un ringraziamento che è lode e benedizione a Dio, poi lo spezza. Quel pane è un dono ricevuto, ma non per trattenerlo per sè, è dono che va spezzato e condiviso, cioè distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. In questo modo Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che sono partecipi alla comunione.

A tavola con Gesù non ci sono giusti, non ci sono persone degne. I vangeli raccontano spesso di Gesù a tavola: spezza il pane con Marta e Maria, con gli amici di Levi e con Zaccheo, entrambi pubblicani, con farisei e donne di malaffare, con le folle affamate e incapaci di capire cosa diceva e faceva… è stato a tavola con persone di ogni genere, ma sempre peccatori! Anche i discepoli, in questo ultimo pasto sono solo dei peccatori: hanno in cuore di tradirlo, di rinnegarlo, di abbandonarlo.

L’eucaristia che celebriamo è il memoriale di quel primo rito eucaristico, una comunione di donne e di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, per essere alla tavola del Signore, per essere corpo di Cristo, perché la sua vita diventi la nostra vita.

Il tema della vita è ripreso anche dalle parole sul calice: Gesù dice che quel calice contiene il suo sangue, il sangue della nuova alleanza, quella definitiva che Dio aveva promesso dopo che il popolo aveva rotto quella precedente. È importante però comprendere che quel sangue non è un sacrificio rituale, come si faceva nel tempio uccidendo un agnello. Il sangue è la vita, la vita che scorre, la vita nel senso più esistenziale del termine. Gesù ha offerto la vita, la sua esistenza terrena. Certamente il culmine di questa sua offerta è la croce, ma questa è soltanto la logica conclusione una vita completamente donata, di una intera esistenza vissuta come offerta a Dio e agli uomini. Il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

Il gesto che spiega tutto questo è raccontato da Giovanni come gesto di servizio umile e intimo, è il gesto che dobbiamo imitare, secondo le parole di Gesù stesso, ma possiamo farlo solo se prima ne riconosciamo la portata. Il primo aspetto da comprendere è che questa comunione di vita con Gesù è offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli lenti a capire e senza il coraggio di dire la propria appartenenza a Gesù, e questa sera è offerta a noi. Siamo noi gli invitati, peccatori chiamati e amati dal Signore. Il secondo è riconoscere che questa vita ricevuta deve essere condivisa, il dono è sempre per tutti, così come ha fatto lui facciamo anche noi.

Commento di don Domenico Malmusi

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Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7.
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.
Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?».
Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande.
Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.
Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.
Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».
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Pasqua veglia

Non abbiate paura

Nei venerdì di quaresima abbiamo riletto le cinque letture che precedono il vangelo in questa lunga e bellissima veglia pasquale. È stato importante dedicare una serata intera ad ognuno di questi testi, che sono così ricchi e così importanti per la storia della salvezza.

Una storia che non è frutto del caso ma di una precisa volontà di Dio, che ha desiderato, voluto e amato questo mondo e in particolare l’uomo, il frutto più bello e dolce di tutta la creazione. L’uomo che può fidarsi di Dio, come Abramo, attraverso un cammino a volte molto difficile, costellato di prove molto dure ma soprattutto segnato dalla presenza di Dio che come un liberatore interviene nella storia degli uomini. Dio, il cui amore è più forte della morte, non si è accontentato di annunciare questa verità ma ha voluto essere uno di noi. Dio si è spogliato della sua divinità e in Gesù è diventato un uomo, un uomo fra gli uomini che è nato, è cresciuto, è vissuto, è morto, proprio come ogni uomo. Un uomo che però era Dio e che è morto per far morire la morte e aprire a noi le porte della vita.

Ma accogliere e accettare questo percorso di vittoria della morte non è facile: la morte continua ad essere l’esperienza più drammatica della nostra vita, una separazione che spesso sentiamo come definitiva, insanabile.

Anche i discepoli la sentivano così. I discepoli uomini, da veri duri, coraggiosi, sono fuggiti. Le discepole donne si sono rassegnate e, al mattino del primo giorno dopo il sabato, vanno alla tomba per fare quelle unzioni tipiche della cultura mediorientale sul cadavere di quell’uomo che avevano seguito, amato e riconosciuto come profeta. Hanno preoccupazioni molto umane, molto pratiche durante il loro cammino. Spesso pensare alle cose pratiche ci aiuta a vincere il dolore, ci permette di non arrovellarci su domande non possono avere una risposta.

Ma, alzando gli occhi, le donne vedono che la pietra è già stata rotolata via, che la tomba è aperta. In pochi istanti, probabilmente, mille pensieri affollano le menti di quelle discepole, che comunque si comportano da donne coraggiose, desiderose di conoscere la verità e il senso di quella tomba aperta. Entrano insieme e trovano una grande sorpresa: non Gesù morto o vivo che sia, ma un giovane, vestito di bianco che dà loro la notizia incredibile: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto”.

In queste poche parole c’è il cuore della nostra fede: il Crocifisso è risorto. La croce e la gloria sono i due aspetti inscindibile dello stesso mistero, le due facce della stessa medaglia. Non basta dire che la vita ha trionfato sulla morte, non è sufficiente riconoscere che Dio può far tornare dai morti. Ricordare la croce, fare memoria di questo strumento di morte significa riconoscere che la risurrezione è la vittoria dell’amore sulla morte. Solo una vita totalmente donata nell’amore vince la morte. Gesù non risorge perché era Dio, o perché il Padre lo ha miracolato, o per qualsiasi altro motivo legato al suo essere divino. Gesù risorge perché è stato crocifisso, perché ha saputo andare fino in fondo a quel dono d’amore che giovedì sera abbiamo celebrato: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. È l’aver amato fino alla fine che ha aperto la via della risurrezione.

La Pasqua allora per noi non è semplicemente la commemorazione di un evento grandioso, ma la celebrazione di un modo di vivere: Se siamo risorti con Cristo cerchiamo le cose di lassù, cioè viviamo come lui, dice Paolo ai cristiani di Colossi, viviamo una vita fatta di dono nella libertà e per amore. Nella filosofia e anche nella psicologia si associano spesso amore e morte, éros e thánatos, ma l’annuncio cristiano associa invece amore e risurrezione, perché l’amore è più forte della morte, l’amore è risurrezione.

Davanti all’annuncio del giovane nel sepolcro però le donne ammutoliscono. Davanti alla croce l’uomo ha paura e tace, ma anche davanti alla risurrezione l’uomo ha paura e tace. Non c’è nulla di strano in questo, la bibbia ci ricorda molto spesso che davanti alle grandi manifestazioni di Dio l’uomo ha paura e tace, per questo gli annunci iniziano spesso, come oggi, con le parole: “Non abbiate paura!”. La paura blocca, paralizza, rende sordi e muti, incapaci di mostrare la propria fede. Non abbiate paura voi, l’amore è più forte della morte, Gesù è la nostra prova, e noi possiamo viverlo e annunciarlo.

Commento di don Domenico Malmusi

Giotto - Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Giotto – Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Dal Vangelo Giovanni 20,1-9.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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Pasqua giorno

Cristo è risorto

L’annuncio di Pasqua che risuona gioioso nelle nostre chiese: “Il Signore è risorto”, non è certo lo stesso annuncio che circolava fra i discepoli nel giorno della risurrezione. Un giorno certamente determinante, ma altrettanto certamente non il giorno della fede piena, vera. La fede richiede sempre un percorso, c’è sempre un cammino da fare per credere e questo cammino, come ogni cammino, non è sempre uguale, a volte è lento e tranquillo come una passeggiata, altre volte è trascinato e faticoso come quando si trasporta un peso, altre volte è energico pieno di entusiasmo, altri tratti sono più concitati, ansiosi, guidati dalla fretta e dalla paura.

Questo è il tratto di cammino che si trovano a percorrere Maria, Pietro, Giovanni e, in qualche modo anche gli altri discepoli, nel giorno della risurrezione. Il racconto è pieno di agitazione e turbamento, caratterizzato dalla corsa e da un continuo entrare e uscire dai luoghi più diversi: Maria giunge al sepolcro, poi corre e giunge da Pietro che esce con un altro che giunge prima al sepolcro ma non entra, giunge Pietro ed entra, poi entra l’altro… c’è davvero un grande movimento in questo racconto, il movimento della fede. Si può credere solo se si è in movimento. Maria si muove, certo è mossa da un affetto che sa ancora di morte seppure, forse inconsciamente, annuncia l’assenza di Gesù non come il trafugamento di un cadavere ma come l’assenza di un vivente: “Hanno portato via il Signore…”. Ci sono intuizioni nella vita che hanno bisogno di tempo per diventare coscienti, ma che sono già un inizio. Poi il racconto mostra che il movimento coinvolge anche altri. Sempre! L’annuncio di Maria non è l’annuncio vero pasquale, eppure mette in moto altri, la ricerca diventa comune. Noi giungiamo insieme alla fede. Con tempi diversi, con percorsi più o meno tortuosi ma insieme, nella comunità.

Il primo passo per giungere alla fede, per credere alla risurrezione è quello di uscire, come fa Pietro. Uscire da noi stessi, dalle nostre convinzioni, dalle nostre abitudini, dalle nostre tristezze, dalle durezze. Ma questo è solo l’inizio, tant’è che il vangelo (al v 10) annota che i discepoli tornarono di uovo a casa, proprio al punto di partenza. Sappiamo poi che quella casa resterà sbarrata per molto tempo ancora, sentiremo domenica prossima la storia di Tommaso e il suo percorso di fede, dovremo aspettare pentecoste perché la casa non sia più il luogo delle chiusure e delle durezze.

Occorre uscire da sé, ma anche avere il coraggio di entrare nel sepolcro. L’entrare nel sepolcro da parte di Pietro e poi di Giovanni non è semplicemente la cronaca dell’evento ma una chiara indicazione simbolica: occorre saper affrontare il luogo della morte. La nostra vita è segnata da moltissimi ‘luoghi di morte’, il lutto, la separazione, l’abbandono, la fine di relazioni e di amicizie, l’incapacità di comunicare, sono tutte situazione che fanno entrare in noi la morte, cioè la tristezza, la disillusione, la rabbia e ci rendono a nostra volta luoghi di morte, comunicatori di amarezza. Bisogna entrare nelle situazioni di morte sapendo guardare oltre la morte e vivendo la risurrezione, che è molto di più che una generica fiducia nella vita o nella primavera che rinasce. La fede nella risurrezione è caratterizzata dal credere che la vita nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Gesù Cristo. Amando, o almeno cercando di amare, come lui, fidandosi del suo amore per noi possiamo entrare nella dinamica della risurrezione.

L’ultimo aspetto che emerge da questo racconto è l’importanza del vedere. Anche il verbo vedere è ripetuto molte volte nel racconto, fa parte del movimento che abbiamo già visto. Ma il vedere non è sempre uguale: c’è un vedere la pietra ribaltata, che fa nascere dubbi di trafugamento, c’è un vedere le bende che non permette di entrare, un vedere il sudario in modo semplicemente razionale e, infine un vedere per la fede: “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”. Anche questo però è solo un inizio di fede, per completare il cammino occorre la comprensione delle scritture! La consapevolezza di essere amati da Gesù, questo che vede e crede è il discepolo amato, e la fede nelle scritture sono i due elementi che consentono di fare il salto della fede.

Il discepolo amato vede le stesse cose che vedono gli altri, i segni dell’assenza, ma la certezza dell’amore di Gesù lo rende capace di vivere “l’intimità della sua assenza ardente” rubando le parole a R. M. Rilke, il più grande poeta di lingua tedesca dell’età moderna. Cercare l’assente, vedere colui che è invisibile sono caratteristiche che anche oggi permettono la ricerca del Signore. L’assenza di Dio da motivo di lamento deve passare a una condizione di ricerca. E, con la Scrittura letta e compresa nella comunità e con la comunità, diventa fede matura capace di annunciare a tutti: Cristo è risorto, è veramente risorto.

Commento di don Domenico Malmusi

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