Parrocchia Di Collegara-San Damaso

25 settembre 2015

Collegare

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Bollettino della parrocchia di Collegara-San Damaso  Un foglio per in-formare la comunità

Ottobre 2015

Pronti? Via!

L’estate è finita!

Le giornate iniziano ad accorciarsi e appaiono le prime brume autunnali. Ci sono ancora giornate afose, ma i segnali sono chiari: stiamo camminiamo verso l’inverno, la stagione che anticamente faceva chiudere le persone nelle proprie case, rallentava i ritmi del lavoro perché la terra si riposava, le mucche non davano latte, i caseifici quindi non facevano il formaggio… dopo l’aratura e la semina e dopo l’ultimo grande impegno della vendemmia, si iniziava a prepararsi alle lunghe sere invernali, si sistemavano cantine e magazzini con i cibi per l’inverno, conserve e marmellate che portavano sulla tavola la frutta e le verdure dell’estate finita.

Queste immagini bucoliche però fanno parte del passato, un passato che anche noi ultracinquantenni stentiamo a ricordare. Per noi è con l’autunno che riprende il lavoro, ricominciano gli impegni di qualsiasi genere: professionale, sportivo, di studio…

Insomma l’estate è la piacevole pausa delle vacanze, più o meno lunghe, della libertà, del beach volley, del sole. È una pausa, un tempo diverso, uno spazio di libertà, ma la vita vera, la routine nella quale ci riconosciamo e in cui investiamo la maggior parte delle nostre energie inizia ora, con l’autunno.

È l’inizio dell’anno scolastico, dei campionati sportivi, dei reality e di vari programmi televisivi. In mezzo a tutto questo riprende anche il nostro anno pastorale.

Un anno che il Papa ha voluto dedicare alla Misericordia di Dio, quindi un anno di accoglienza, di perdono, di esperienze di comunione e condivisione. Un anno speciale che ci aiuti a convertire il nostro cuore, la nostra mente, la nostra vita.

Per essere speciale un anno deve essere diverso dagli altri, quindi anche noi faremo le cose in modo un po’ diverso. Non di più, non con maggior impegno e con ulteriori richieste, ma con un’attenzione tutta particolare a renderle esperienze di accoglienza e di comunione, di vera conversione.

Tutti abbiamo bisogno di conversione, tutti dovremmo chiederci: cosa accade tra Dio e noi, uomini e donne che vivono agli inizi del XXI secolo? Quali cammini imbocca Dio per raggiungerci e farci nascere alla sua vita? Quale invito fa alla sua Chiesa, per modificare la modalità tradizionale di credere e permettere un incontro autentico con lui?

Per questo abbiamo pensato di lavorare un po’ meno ma più insieme.

Insieme come adulti, insieme genitori e figli, insieme come persone diverse, con cammini diversi, ma appartenenti all’unica comunità umana e cristiana che vive nel territorio di Collegara-San Damaso.

Insieme vogliamo vivere l’Eucaristia, l’esperienza della misericordia, l’accoglienza e la carità, la festa…

Cambiando il nostro modo di essere comunità si cambia anche il nostro modo di trasmettere e testimoniare la fede e, forse, non ci sarà più bisogno di ‘lezioni’ che ci insegnino come si fa la prima comunione, ma soltanto di momenti di condivisione che fanno sperimentare l’essere in comunione.

Come sarà tutto questo?

Bellissimo, naturalmente! Soprattutto se ciascuno metterà qualcosa di suo.

Vi aspettiamo tutti: genitori dei bimbi di terza elementare, genitori di quarta, quinta, prima, seconda e terza media, insieme ai vostri figli e a tutti gli altri adulti che frequentano la nostra comunità, per iniziare il cammino di quest’anno.

Domenica 4 ottobre 2015, ore 9:30/9:45 davanti alla chiesa.

Coordinatori della catechesi, don Domenico

Preghiera dell’autunno

Signore, nostro Padre,

ti preghiamo perché noi e tutti gli uomini sappiamo riconoscere che tutto viene da te, e che ogni frutto della terra è un tuo dono.

Ti preghiamo anche perché quelli che lavorano sappiano condividere il frutto della loro fatica e nessuno tra di noi sia bisognoso. 

Ti chiediamo che i colori dell’autunno e la varietà dei frutti della terra ci aiutino a scoprire la bellezza e la bontà della creazione che tu ci hai affidato.

In questi giorni in cui

inizia l’autunno,

ci è molto facile ricordare che con il passare dei giorni il nostro essere esteriore declina e invecchia,

sappiamo però che il nostro essere interiore può dare ancora molti frutti:

fa’ che abbiamo sentimenti di compassione verso tutti e che scopriamo il limite e la dignità della nostra condizione umana, nell’attesa e nella speranza della tua venuta.

Tu che vivi e regni ora e nei secoli dei secoli.

Amen.

Sintesi della lettera del papa sul Giubileo della Misericordia

Al Venerato Fratello
Mons. 
Rino Fisichella
Presidente del Pontificio Consiglio
per la Promozione della Nuova Evangelizzazione

 

       La vicinanza del Giubileo Straordinario della Misericordia mi permette di focalizzare alcuni punti sui quali ritengo importante intervenire per consentire che la celebrazione dell’Anno Santo sia per tutti i credenti un vero momento di incontro con la misericordia di Dio. È mio desiderio, infatti, che il Giubileo sia esperienza viva della vicinanza del Padre, quasi a voler toccare con mano la sua tenerezza, perché la fede di ogni credente si rinvigorisca e così la testimonianza diventi sempre più efficace.

         Il mio pensiero va, in primo luogo, a tutti i fedeli che nelle singole Diocesi, o come pellegrini a Roma, vivranno la grazia del Giubileo. Desidero che l’indulgenza giubilare giunga per ognuno come genuina esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso. Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa, aperta in ogni Cattedrale o nelle chiese stabilite dal Vescovo diocesano, e nelle quattro Basiliche Papali a Roma, come segno del desiderio profondo di vera conversione.

È importante che questo momento sia unito, anzitutto, al Sacramento della Riconciliazione e alla celebrazione della santa Eucaristia con una riflessione sulla misericordia. Sarà necessario accompagnare queste celebrazioni con la professione di fede e con la preghiera per me e per le intenzioni che porto nel cuore per il bene della Chiesa e del mondo intero.

         Ho chiesto che la Chiesa riscopra in questo tempo giubilare la ricchezza contenuta nelle opere di misericordia corporale e spirituale. L’esperienza della misericordia, infatti, diventa visibile nella testimonianza di segni concreti come Gesù stesso ci ha insegnato. Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo per la forza dell’amore del Padre che nessuno esclude. Si tratterà pertanto di un’indulgenza giubilare piena, frutto dell’evento stesso che viene celebrato e vissuto con fede, speranza e carità.

         Confidando nell’intercessione della Madre della Misericordia, affido alla sua protezione la preparazione di questo Giubileo Straordinario.

 

Dal Vaticano, 1 settembre 2015

Francesco

Al termine di una conferenza intitolata “Cibo e sapienza del vivere” Enzo Bianchi consegna alcune indicazioni perché il cibo diventi per noi esperienza d’amore e insegnamento. L’Expo ha aperto un orizzonte sul quale dovremmo continuare a riflettere insieme.

I nove comandamenti “eucaristici”

Quotidianamente abbiamo fame e sete, e per questo mangiamo e beviamo: ma sappiamo trarre insegnamento da queste pulsioni che ci abitano? Fame e sete dovrebbero insegnarci, fornirci sapienza, indicarci alcune realtà necessarie per vivere la nostra vita come cammino che ci umanizzi sempre di più. Fame e sete ci fanno sentire la nostra condizione animale: sulla terra siamo una grande comunità che mangia e beve, e per questo vive. Dunque il pianeta, con le sue risorse, è una tavola imbandita per tutti.

Ma ascoltando fame e sete, come ognuno di noi si deve relazionare nei confronti del cibo? A conclusione di questa mia riflessione, vorrei indicare nove “comandamenti”, nove parole, nove urgenze eucaristiche, nel senso che trovano ispirazione nell’eucaristia, nel rendere grazie (eucharisteîn) a Dio, alla terra nostra madre, a tutte le creature e ai nostri fratelli e sorelle in umanità. Il modo di vivere l’azione del mangiare, lo stile del mangiare sono importanti quanto il cibo: non si vive di solo cibo, ma anche di ciò che il pane rappresenta e delle diverse mani che l’hanno preparato, confezionato. Il cibo è segno di comunione, trasfigurazione, semplicità e complessità, lavoro e arte. E soprattutto, è segno di amore.

Essere consapevoli di ciò che si mangia

Stupirsi e meravigliarsi sempre

Avere rispetto per il cibo

Al riguardo non si può evitare il lamento, in particolare da parte di chi, come me, dopo la guerra ha conosciuto tempi di penuria, scarsità di pane, ed era indotto dall’educazione ricevuta a venerare soprattutto il pane. Si prestava attenzione a che non cadesse per terra e, se succedeva, ci si faceva il segno della croce; non lo si metteva mai in tavola collocandolo in modo non nobile!

Rispetto per il cibo significa non avanzarne per capriccio o non lasciarne nel piatto, quasi per celebrare l’abbondanza o ostentare la ricchezza. Gli scarti, i cibi che finiscono tra i rifiuti sono una vergogna di tutto l’emisfero nord del pianeta: ciò che si butta basterebbe a sfamare quel miliardo di persone che soffrono fame e miseria. Rispetto per il pane significa dunque lotta contro lo spreco, volontà di utilizzare gli avanzi e, con ulteriori trasformazioni, renderli dei cibi che stupiscono e rallegrano.

Benedire e rendere grazie

Abitare la tavola, cioè esserci con tutta la propria persona, con il corpo ma anche con lo spirito.

Gustare con tutti i sensi

Mangiare con lentezza

Condividere il cibo

Appuntamenti

Sabato

26 settembre

Convegno catechisti

Si sentirono trafiggere il cuore”

(At 2,37)

Per un Vangelo del Secondo Annuncio nei passaggi di vita e di fede degli adulti.

Con

don Gianattilio Bonifacio

Biblista della Diocesi di Verona

Domenica

27 settembre

Ore 18:00

in Duomo

Ordinazione presbiterale


15 dicembre 2013

Natale 2013 – Orari Delle Celebrazioni

.

Orari delle celebrazioni

confessioni

giovedì 19 dicembre dalle 17:30 alle 18:45

sabato 21 dicembre dalle 15:00 alle 17:30

Domenica 22 dicembre dalle 16:00 alle 18:30

martedì 24 dicembre

dalle 16:00 alle 18:30

 

Martedì 24 dicembre

Vigilia di Natale

Ore 23:45 veglia in preparazione alla messa

Ore 24:00

Messa della notte

Mercoledì 25 dicembre

Natale di

N.S. Gesù Cristo

Messa

ore 8:30 e 11:15

Giovedì 26 dicembre

Ore 8:30 messa presso le Clarisse

11:15

Messa in parrocchia

Domenica 29 dicembre messa ore 8:30 e 11:15

Martedì 31 dicembre messa ore 18:00

Mercoledì 1 gennaio 2013 messa ore 8:30 e 11:15

Collegare Domenica 15 Dicembre

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Natale 2013

 

Natale 2013

Buon Natale a tutti e a ciascuno

I più piccoli aspettano il Natale da moltissimo tempo, sembra sia passato un periodo quasi infinito da quando hanno scartocciato i regali sotto l’albero. Per noi che di Natali ne abbiamo già visti tanti invece sembra sia stato ieri: sentiamo ancora in casa il profumo di pino, prendiamo fuori il presepe che ci sembra di avere appena riposto e, soprattutto sentiamo che non è cambiato nulla dall’anno scorso. La crisi politica, economica, sociale che ci ha condotti al Natale dell’anno scorso continua a traghettarci verso quello di quest’anno. Il terremoto che ha colpito la nostra provincia ha ancora strascichi pesanti, i giovani continuano a non trovare lavoro e molti vanno all’estero, l’impegno civico, la responsabilità politica non appartengono più al vissuto comune.

Eppure qualcosa è cambiato in questo ultimo anno e ne sentiamo con grande evidenza la forza dirompente. In modo assolutamente inaspettato il Papa Benedetto XVI ha dato le dimissioni, facendo scendere da quel trono sacrale la figura del capo della Chiesa, e Papa Francesco ha raccolto questa eredità del Papa uomo e non del rappresentante di Dio in terra, presentandosi senza nessuna solennità, senza nessuna insegna particolare se non quell’abito bianco che lo rende visibile e la croce di ferro che indica il ministero episcopale. Qualche persona più anziana avrà sicuramente ricordato le parole di Giovanni XXIII, quando la sera dell’apertura del Concilio Vaticano II, il più grande evento di chiesa del secolo scorso, salutando le persone che vegliavano nella piazza, ha usato queste parole: “La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro…” Papa Francesco, proprio come “il Papa buono” di cinquantacinque anni fa, ha reso di nuovo accessibile il vangelo, ha riacceso la speranza, ha estirpato dalla chiesa l’intransigenza e la rigidità che ormai da molti anni l’appesantiva, rendendo nuovamente desiderabile il messaggio di Gesù Cristo. Certo non possiamo limitarci a dire che c’è un’aria nuova, dobbiamo respirarla, dobbiamo ossigenare la nostra vita perché troviamo il coraggio di cambiare qualcosa, ritrovare il gusto della condivisione, della solidarietà. Il Vangelo non è fatto di parole vuote, ma di persone che lo rendono vivo, presente. E questo è compito di tutti, perché il Vangelo è molto più umano di quanto vogliamo credere, quindi ogni uomo può viverlo. Siamo a Natale, la festa del Dio fatto uomo, uomo come ciascuno di noi, come ciascuno di noi ha vissuto, ha amato, ha scelto, ha riso… come tutti perché tutti potessero riconoscersi in lui. Auguri a tutti e a ciascuno perché possiamo essere uomini come lui, uomini capaci di vivere come Dio.

Buon Natale

don Domenico

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Il 27 novembre un buon numero di ragazzini del nostro paese ha partecipato all’udienza del mercoledì di Papa Francesco. Il tema che ha trattato era difficile, ma il clima di festa, l’avventura del viaggio, l’essere insieme ha permesso loro di fare una bellissima esperienza. Per condividere con loro la riflessione del Papa, ve la pubblico qui. Non è un tema natalizio, ma è sicuramente un tema importante, che spesso cerchiamo di ignorare, ma che accompagna la nostra vita.

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno e complimenti perché siete coraggiosi con questo freddo in piazza. Tanti complimenti.

Desidero portare a termine le catechesi sul “Credo”, svolte durante l’Anno della Fede, che si è concluso domenica scorsa. In questa catechesi e nella prossima vorrei considerare il tema della risurrezione della carne, cogliendone due aspetti così come li presenta il Catechismo della Chiesa Cattolica, cioè il nostro morire e il nostro risorgere in Gesù Cristo. Oggi mi soffermo sul primo aspetto, «morire in Cristo».

1. Fra noi comunemente c’è un modo sbagliato di guardare la morte. La morte ci riguarda tutti, e ci interroga in modo profondo, specialmente quando ci tocca da vicino, o quando colpisce i piccoli, gli indifesi in una maniera che ci risulta “scandalosa”. A me sempre ha colpito la domanda: perché soffrono i bambini?, perché muoiono i bambini? Se viene intesa come la fine di tutto, la morte spaventa, atterrisce, si trasforma in minaccia che infrange ogni sogno, ogni prospettiva, che spezza ogni relazione e interrompe ogni cammino. Questo capita quando consideriamo la nostra vita come un tempo rinchiuso tra due poli: la nascita e la morte; quando non crediamo in un orizzonte che va oltre quello della vita presente; quando si vive come se Dio non esistesse. Questa concezione della morte è tipica del pensiero ateo, che interpreta l’esistenza come un trovarsi casualmente nel mondo e un camminare verso il nulla. Ma esiste anche un ateismo pratico, che è un vivere solo per i propri interessi e vivere solo per le cose terrene. Se ci lasciamo prendere da questa visione sbagliata della morte, non abbiamo altra scelta che quella di occultare la morte, di negarla, o di banalizzarla, perché non ci faccia paura.

2. Ma a questa falsa soluzione si ribella il “cuore” dell’uomo, il desiderio  che tutti noi abbiamo di infinito, la nostalgia che tutti noi abbiamo dell’eterno. E allora qual è il senso cristiano della morte? Se guardiamo ai momenti più dolorosi della nostra vita, quando abbiamo perso una persona cara – i genitori, un fratello, una sorella, un coniuge, un figlio, un amico –, ci accorgiamo che, anche nel dramma della perdita, anche lacerati dal distacco, sale dal cuore la convinzione che non può essere tutto finito, che il bene dato e ricevuto non è stato inutile. C’è un istinto potente dentro di noi, che ci dice che la nostra vita non finisce con la morte.

Questa sete di vita ha trovato la sua risposta reale e affidabile nella risurrezione di Gesù Cristo. La risurrezione di Gesù non dà soltanto la certezza della vita oltre la morte, ma illumina anche il mistero stesso della morte di ciascuno di noi. Se viviamo uniti a Gesù, fedeli a Lui, saremo capaci di affrontare con speranza e serenità anche il passaggio della morte. La Chiesa infatti prega: «Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura». Una bella preghiera della Chiesa questa! Una persona tende a morire come è vissuta. Se la mia vita è stata un cammino con il Signore, un cammino di fiducia nella sua immensa misericordia, sarò preparato ad accettare il momento ultimo della mia esistenza terrena come il definitivo abbandono confidente nelle sue mani accoglienti, in attesa di contemplare faccia a faccia il suo volto. Questa è la cosa più bella che può accaderci: contemplare faccia a faccia quel volto meraviglioso del Signore, vederlo come Lui è, bello, pieno di luce, pieno di amore, pieno di tenerezza. Noi andiamo fino a questo punto: vedere il Signore.

3. In questo orizzonte si comprende l’invito di Gesù ad essere sempre pronti, vigilanti, sapendo che la vita in questo mondo ci è data anche per preparare l’altra vita, quella con il Padre celeste.  E per questo c’è una via sicura:prepararsi bene alla morte, stando vicino a Gesù. Questa è la sicurezza: io mi preparo alla morte stando vicino a Gesù. E come si sta vicino a Gesù? Con la preghiera, nei Sacramenti e anche nella pratica della carità. Ricordiamo che Lui è presente nei più deboli e bisognosi. Lui stesso si è identificato con loro, nella famosa parabola del giudizio finale, quando dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. …Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,35-36.40). Pertanto, una via sicura è recuperare il senso della carità cristiana e della condivisione fraterna, prenderci cura delle piaghe corporali e spirituali del nostro prossimo. La solidarietà nel compatire il dolore e infondere speranza è premessa e condizione per ricevere in eredità quel Regno preparato per noi. Chi pratica la misericordia non teme la morte. Pensate bene a questo: chi pratica la misericordia non teme la morte! Siete d’accordo? Lo diciamo insieme per non dimenticarlo? Chi pratica la misericordia non teme la morte. E perché non teme la morte? Perché la guarda in faccia nelle ferite dei fratelli, e la supera con l’amore di Gesù Cristo.

Se apriremo la porta della nostra vita e del nostro cuore ai fratelli più piccoli, allora anche la nostra morte diventerà una porta che ci introdurrà al cielo, alla patria beata, verso cui siamo diretti, anelando di dimorare per sempre con il nostro Padre, Dio, con Gesù, con la Madonna e con  i santi.

Francesco papa

AUGURI

A tutte le famiglie del paese

Alle persone

ammalate

A coloro che

vivono momenti

di difficoltà

A coloro che non si rassegnano a vivere senza speranza

A chi ha il coraggio di impegnarsi ancora

A chi si sente amato e a chi sa voler bene

A chi ha bisogno di una parola

di conforto ma non sa dove cercarla

Nei cesti in fondo alla chiesa raccogliamo generi alimentari per le famiglie più disagiate. Necessitano in particolare: olio, zucchero, tonno, fagioli, piselli.

Grazie a tutti.

24 marzo 2013

Collegare

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Pasqua 2013

La Pasqua del Signore

Abbiamo tutti negli occhi l’inchino con cui papa Francesco ha voluto iniziare il suo ministero. Abbiamo nelle orecchie le sue parole: “E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore che mi benedica. La preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”. Abbiamo nelle orecchie il silenzio profondo che è sceso in piazza San Pietro e forse anche nelle nostre case. Qualcuno, nei giorni successivi, mi ha detto che anche nella sua casa hanno pregato insieme. Erano persone che normalmente non lo fanno, o che hanno smesso, o che non avevano mai imparato eppure, nell’intimità del loro cuore hanno pregato il Signore perché custodisse questo umile uomo che il Conclave ha eletto papa.

Anche nei giorni successivi il papa ha continuato a chiedere preghiere, custodia reciproca. Ha detto che il cammino della chiesa è un cammino dei fedeli insieme ai vescovi, al papa, vescovo della chiesa che presiede nella carità tutte le altre chiese.

Non basta la fede del papa, le parole del papa, la liturgia del papa perché la chiesa si rinnovi nella direzione che Francesco ha indicato fin dal primo momento con i gesti più che le parole, presentandosi al mondo con il solo abito bianco e la croce di ferro. La chiesa non è il papa e non è del papa. La chiesa è il popolo di Dio, un popolo che crede, che vive la carità, che celebra il suo Signore e che nella comunione fra vescovi, clero e laici rende presente al mondo il Signore Gesù, Salvatore e Redentore di tutto il genere umano.

Un popolo che crede, cioè che si fida, che resta ‘attaccato’ al Signore, alla sua parola, contenuta soprattutto nel vangelo, ma anche nel creato, nelle persone, nelle relazioni d’amore.

Un popolo che vive la carità, cioè fa della solidarietà, dell’attenzione all’altro, della responsabilità reciproca il suo stendardo cioè ciò che lo identifica e che vuole seguire.

Un popolo che celebra. Celebrare è un’azione molto importante perché è ciò che permette di dare un significato agli eventi che accadono. Ciò che succede nella nostra vita ha bisogno di essere ripreso, pensato, comunicato in un certo modo. È vero che oggi, nella società in cui viviamo, si è un po’ perso il senso della celebrazione, pensiamo che siccome la cosa importante è il contenuto delle cose non ci sia bisogno di celebrarle. Per esempio molte persone scelgono di convivere invece di sposarsi non tanto per paura dell’impegno, amare qualcuno è sempre impegnativo, ma proprio perché non si sente il bisogno di fare dei nostri impegni una festa, di sottrarci dall’ordinarietà delle cose, che sono comunque la vita più vera, per dare voce ai significati più profondi del nostro vivere.

Eppure il bisogno di celebrare è ancora vivo e i significati che vengono comunicati dai gesti sono ancora molto comprensibili. Tutto il mondo ha capito, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, il senso che ha voluto dare al suo pontificato papa Francesco lasciando perdere fin dal primo momento la mozzetta rossa con l’ermellino, la croce ingioiellata, la stola ricamata d’oro.

Domenica 31 marzo

Pasqua di Resurrezione

Ore 8.30 e 11,15 Messa a Collegara

Preghiera di perdono

Signore,
ricordati non solo degli uomini di buona volontà
ma anche di quelli di cattiva volontà.
Non ricordarti
di tutte le sofferenze che ci hanno inflitto.
Ricordati invece
dei frutti che noi abbiamo portato
grazie al nostro soffrire:
la nostra fraternità, la lealtà, il coraggio,
la generosità e la grandezza di cuore
che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.
E quando questi uomini giungeranno al giudizio
fa che tutti questi frutti
che abbiamo fatto nascere
siano il loro perdono!

Preghiera
scritta da uno sconosciuto
prigioniero
del campo di sterminio di Ravensbruch
e lasciata accanto
al corpo di un bambino morto.

I riti della pasqua

Scriviamo qui alcuni brevi cenni che riguardano le celebrazioni del triduo pasquale:

Giovedì santo

Al centro della liturgia del giovedì c’è il gesto della lavanda dei piedi nato nella Chiesa di Gerusalemme nel V secolo ispirandosi alle parole di Gesù nel vangelo di Giovanni: “affinché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15). Questo gesto è molto accentuato soprattutto dai monaci: nella Regola di S: Benedetto si dice che all’inizio e alla fine del turno settimanale in cucina “tanto il monaco che finisce il servizio, quanto quello che lo comincia, lavino i piedi a tutti” e, più avanti parlando dell’ospitalità dice che “l’abate e tutta la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti “. anche noi compiamo questo gesto per dire che non ci può essere vera comnione senza servizio reciproco.

Venerdì santo

Il venerdì è la croce che domina la liturgia. Gesù non muore come martire, come il Battista, ma come scomunicato e maledetto. La croce è certamente un grande enigma, uno scandalo perché il fatto che a pagare sia l’innocente, che a rimetterci è colui che è senza colpa per noi è insostenibile. Invece il cristiano è chiamato a sostenere lo scandalo della croce cioè a non cercare di rovesciare le colpe sull’altro, anche se è quello che riterremo più legittimo, perché è la croce di tutti coloro che sono giusti che mette in evidenza che esiste una ragione per cui vale la pena dare la vita. Avere una ragione per morire significa avere una grande ragione per vivere, cioè avere una vita piena di senso. Venerdì santo è certamente dominato dalla tristezza, ma una tristezza che si illumina proprio perché viene messo in evidenza il senso della vita.

Anticamente, venerdì e sabato si faceva digiuno, però non era un digiuno penitenziale come nei venerdì precedenti, ma piuttosto legato all’attesa della risurrezione o attesa escatologica di Cristo nella seconda venuta.

Veglia pasquale

I rituali della vigilia del Sabato Santo sono molto antichi. Essi derivano dall’usanza di restare in attesa per tutta la notte del giorno della Resurrezione perché, secondo i vangeli, Gesù è risorto subito prima dell’alba.

Un momento particolare di questa celebrazione è sicuramente l’Exultet, l’annuncio della Pasqua. Il testo dell’Exultet è molto antico, fin dal quinto secolo veniva cantato nelle chiese.

Il titolo viene dalle prime parole “Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto”. Il testo poi continua lodando il Signore con tutto il creato e, soprattutto per l’esperienza della redenzione. Ad un certo punto si dice che il peccato, che di per sé dovrebbe allontanarci da Dio, è diventato l’occasione per sperimentare in modo molto più forte l’amore di Dio. È un invito per tutti coloro che si sentono indegni, che sono coscienti del proprio peccato e della propria miseria: la Pasqua è per voi, per voi che avete sperimentato la lontananza, l’infedeltà, il non senso. La Comunità cristiana di Collegara-San Damaso, che già tante volte ha sperimentato l’amore di Dio, aspetta anche voi, per condividere il grande dono della redenzione e del perdono.

Per la benedizione dell’ulivo appuntamento a San Damaso domenica 24 marzo alle ore 10:00

(In caso di maltempo ci si incontra a Collegara alle 11:00)

Acqua benedetta

Uno dei segni importanti della pasqua è la benedizione del fonte battesimale. Nella notte pasquale, dopo la lunga preparazione fatta ascoltando la parola di Dio, il fonte che era stato svuotato dall’acqua viene riempito e l’acqua fecondata dallo Spirito attraverso la preghiera del celebrante e il segno dell’immersione del cero pasquale.

Quest’acqua, nella quale verranno battezzati i nuovi nati della comunità è anche portata nelle case.

È possibile prenderla direttamente dal fonte nei giorni della Pasqua oppure chiedere che il parroco o un ministro la porti a casa di chi lo desidera.

Telefonando in parrocchia ci si può accordare con il parroco per una visita nei giorni fra il 6 e il 20 aprile 2013.

Parrocchia 059 46 91 62

don Domenico 348 26 16 911

Buona Pasqua a tutti

Appuntamenti

Giovedì santo

28 marzo

7:30 preghiera

17:00 Confessioni

21:00 messa

nella Cena del Signore

Adorazione Eucaristica fino a mezzanotte

Venerdì santo

29 marzo

7:30 preghiera

15,00 Via Crucis

16.00 Confessioni

21:00

Azione liturgica

del Venerdì santo

Sabato santo

30 marzo

7:30 preghiera

15:00 confessioni

Ore 22:00

Veglia Pasquale

Liturgia della luce

Liturgia della parola

Liturgia battesimale

Liturgia eucaristica

1 aprile

Lunedì dell’angelo

8,30 messa presso l’istituto delle Clarisse F.M.Ss.S.

Via Scartazza

11,15 messa a Collegara

Da sabato 6 aprile

la messa prefestiva

sarà alle ore 19:00

a Collegara

17 dicembre 2012

Collegare

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Natale 2012

Buon Natale

Come sarà il Natale di quest’anno?

Ormai la crisi economica ha colpito buona parte delle famiglie, viviamo un tempo di crisi politica, di crisi sociale. Ogni giorno telegiornali e quotidiani parlano di donne uccise, dai mariti, dai fidanzati, dagli amanti; sono sempre più numerosi i suicidi, aumenta la vendita di farmaci antidepressivi, scatta in ogni luogo la violenza, il razzismo è sempre dilagante. Che senso ha festeggiare il Natale in un clima di questo genere?

Forse occorre capire che cosa festeggiamo per dare un significato a tutto questo.

Per un credente il Natale è la celebrazione della fedeltà di Dio, un Dio di cui parlavano i profeti in tempi di grande buio, un Dio che in un tempo più simile al nostro di quanto non sembri, tempo di corruzione, di lotta per il potere, in cui i poveri erano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, ha deciso di condividere la realtà dell’uomo entrando nel mondo come uomo. Anzi come bambino, un in-fante cioè chi non ha l’uso della parola, che non parla. E unendosi all’immenso coro dei senza voce, di chi non conta, che subiscono le decisioni dei potenti, ha mostrato che si può vivere una vita diversa. Una vita che ha al centro le relazioni, l’attenzione agli altri, una vita capace di cogliere la bellezza, una vita affidabile che ha meritato la fiducia di un piccolo gruppo di uomini e di donne e, attraverso di loro, di milioni e milioni di persone delle generazioni successive. E fra queste siamo anche noi, delusi dalla politica, impauriti dal futuro, preoccupati per le nuove generazioni cui consegniamo un mondo più difficile di quello che è stato consegnato a noi. Proprio noi, oggi, vogliamo celebrare ancora la nascita di Gesù, perché conosciamo la sua vita e, guardando alla sua vita, possiamo chiamarlo Dio forte, Dio con noi, proprio come lo aveva annunciato il profeta Isaia. Perché celebrare il Natale, significa avere la speranza in lui che è sempre tra noi e con noi, in qualsiasi situazione stiamo vivendo. Dio si è fatto uomo, si è incarnato, cioè ha preso la carne dell’uomo, il lato più fragile di quel grande mistero che è l’uomo, e da quel momento, da quella stalla di Betlemme, la realtà di Dio è strettamente legata alla realtà dell’uomo. Una realtà che, come allora, è difficile, corrotta, in lotta ma che, proprio come allora, può essere l’orizzonte in cui viviamo la nostra fedeltà a Dio e all’uomo.

Buon Natale

don Domenico

 

La spiritualità di chi non crede

Non sorprende che in un paese come il nostro – dove non esiste più da quasi trent’anni una “religione di stato”, ma dove non c’è ancora una legge specifica sulla libertà religiosa – ogni discussione sulla laicità dello stato e sui diritti individuali e comunitari dei credenti rischi di provocare un corto circuito. Si aggiungono aggettivi qualificativi alla laicità o la si rinchiude nel peggiorativo laicismo, rendendo quasi impossibile lo sviluppo e l’adattamento alle mutate condizioni sociologiche del nostro paese di quella convergenza di intenti e di valori che il legislatore costituente aveva sapientemente saputo ricostruire sulle macerie della guerra. A furia di ridurre la presenza dello stato e nello stesso tempo di chiedergli di farsi garante di un’etica religiosa specifica, a furia di confondere la somma di beni privati con il bene comune, la coesione sociale viene a mancare e si atrofizza quello spazio comune garantito in cui ciascun soggetto individuale o sociale – può contribuire alla crescita umana e spirituale dell’insieme della società.

Lo stato laico, infatti, non può limitarsi alla funzione di chi regola il traffico di una società civile che si muoverebbe secondo direttive proprie, molteplici e slegate da un interesse collettivo. Nessun distacco o neutralità da parte dello stato, al contrario, la quotidiana fatica di tradurre in un quadro legislativo rispettoso di tutti i cittadini, uomini e donne, quei principi e valori democraticamente recepiti come fondanti. Per far questo è indispensabile trovare e utilizzare modi laici per discernere cosa è ritenuto bene per l’insieme della popolazione e cosa danneggia la convivenza, quali adattamenti escogitare affinché il meglio sognato non uccida il bene possibile.

Un’etica condivisa non è utopia: si tratta allora di individuarla, perseguirla, garantirla con mezzi adeguati a uno stato non confessionale che si faccia carico di una società ormai plurale per religioni e culture. Non dimentichiamoci che l’umanità è una, che di essa fanno parte religione e non-religione e che, comunque, in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della spiritualità, intesa come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani. Sono sempre stato convinto che esiste anche una spiritualità degli agnostici, di quanti sono in cerca della verità perché insoddisfatti di verità definite una volta per tutte: è una spiritualità che si nutre di interiorità, di ricerca del senso, di confronto con l’esperienza del limite e della morte.

Si tratta, di essere tutti fedeli alla terra e all’umanità, vivendo e agendo umanamente, credendo all’amore, parola oggi abusata fino a svuotarla di significato ma parola unica che resta nella grammatica umana universale per esprimere il “luogo” cui l’essere umano si sente chiamato. Del resto la fede – questa adesione a Dio sentito come una presenza soprattutto a causa del coinvolgimento che il cristiano vive con Gesù Cristo – non sta nell’ordine del “sapere” e neppure in quello dell’acquisizione: si crede in libertà, accogliendo un dono che non ci si può dare da sé. Similmente gli atei, nell’ordine del sapere non possono dire “Dio non c’è”: è, infatti, un’affermazione possibile solo nell’ambito della convinzione. Si può negare Dio o farne a meno senza pensare a se stessi come dio? Sì, è possibile e la storia lo dimostra.

Del resto, il cristianesimo riconosce che il Dio in cui crede è presente e agisce anche nella coscienza di chi non crede, perché ogni essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e ha in sé la fonte del bene. La laicità dello stato è allora quella possibilità fondamentale che consente di reinventare continuamente strumenti condivisibili e linguaggi comprensibili da tutti, di garantire presidi di libertà e di non sopraffazione, di difendere la dignità di ciascuno, a cominciare da quelli cui è negata, di consentire a ciascuno di ricercare, anche assieme ad altri, la pienezza di senso per la propria vita.

ENZO BIANCHI

 

GRAZIE

Questo tempo di crisi ha cambiato tante situazioni e tante abitudini: molte famiglie non riescono più ad arrivare a fine mese e chiedono aiuto e sostegno alla parrocchia, il terremoto ha colpito duramente le nostre terre e c’è un’esigenza di solidarietà, tutti devono fare bene i conti perché non ci si può più permettere di scialacquare. Ebbene in questo clima di crisi la comunità parrocchiale ha dimostrato di essere attenta e presente per queste situazioni di bisogno. Abbiamo raccolto € 3362, per i terremotati, già consegnati al parroco di San Felice sul Panaro, € 1129 per la spesa e l’aiuto alle famiglie bisognose e anche € 470 da inviare alle missioni. Senza contare tutto il dono del tempo che le persone fanno lavorando per la Caritas, per Talità Kum o il CRAC.

Grazie di cuore a tutti.

Confessioni:

giovedì 20 dicembre dalle 17:30 alle 18:45

sabato 22 dicembre dalle 15:00 alle 17:30

lunedì 24 dicembre dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:30

 

Lunedì dicembre, Vigilia Di Natale:

Ore 23:45 veglia in preparazione alla messa

Ore 24:00 Messa della notte

 

Martedì 25 dicembre, Natale di N:S: Signore Gesù Cristo:

Messa ore 8:30 e 11:15

Mercoledì 26 dicembre:

Ore 8:30 messa presso le Clarisse, ore 11:15 Messa in parrocchia

Domenica 30 dicembre:

messa ore 8:30 e 11:15

Lunedì 31 dicembre:

messa ore 18

Martedì 31 gennaio (2013):

messa ore 8,30 e 11,15

 

Nei cesti in fondo alla chiesa raccogliamo generi alimentari per le famiglie più disagiate. Necessitano in

particolare: olio, zucchero, tonno, fagioli, piselli.

Grazie di nuovo.

 

 

4 dicembre 2012

Collegare I Domenica Di Avvento

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1^ domenica di Avvento 2012

Per vivere il tempo di Avvento

Pregare non significa semplicemente dire delle formule e nemmeno partecipare alla liturgia. Pregare è pensare davanti a Dio, pensare alla luce della sua Parola ciò che riguarda la nostra vita, aprire la nostra mente per pensare di più e capire meglio. Per pensare è necessario conoscere, informarsi, capire. Ecco perché vi proponiamo alcuni articoli, alcune riflessioni che ci aiutano a comprendere ciò che viviamo e quindi a poter pensare meglio a come vogliamo vivere. Bastano pochi minuti per leggere i due articoli all’interno e poi ci si può pensare quando si vuole.

Vi ricordiamo anche l’importante appuntamento del pasto familiare, da introdurre con la piccola preghiera qui sotto e gli appuntamenti di preghiera comunitaria – il mercoledì la lectio e l’Eucaristia domenicale – per vivere più intensamente questo tempo forte.

Preghiera della tavola

Benedetto sei tu, Signore Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, che ora condividiamo sulla nostra tavola. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Entrare nell’Avvento

Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Nella nostra professione di fede noi confessiamo: “Si è incarnato, patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò secondo le Scritture, verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.

La venuta del Signore fa parte integrante del mistero cristiano perché il giorno del Signore è stato annunciato da tutti i profeti e Gesù più volte ha parlato della sua venuta nella gloria quale Figlio dell’Uomo, per porre fine a questo mondo e inaugurare un cielo nuovo e una terra nuova. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): la venuta del Signore sarà l’esaudimento di questa supplica, di questa invocazione che a sua volta risponde alla promessa del Signore (“Io vengo presto!”: Ap 22,20) e che si unisce alla voce di quanti nella storia hanno subito ingiustizia e violenza, misconoscimento e oppressione, e sono vissuti da poveri, afflitti, pacifici, inermi, affamati. Nella consapevolezza del compimento dei tempi ormai avvenuto in Cristo, la chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! San Basilio ha potuto rispondere così alla domanda “Chi è il cristiano?”: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”.

Ma dobbiamo chiederci: oggi, i cristiani attendono ancora e con convinzione la venuta del Signore? È una domanda che la chiesa deve porsi perché essa è definita da ciò che attende e spera, e inoltre perché oggi in realtà c’è un complotto di silenzio su questo evento posto da Gesù davanti a noi come giudizio innanzitutto misericordioso, ma anche capace di rivelare la giustizia e la verità di ciascuno, come incontro con il Signore nella gloria, come Regno finalmente compiuto nell’eternità. Spesso si ha l’impressione che i cristiani leggano il tempo mondanamente, come un eternum continuum, come tempo omogeneo, privo di sorprese e di novità essenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta del Signore Gesù Cristo!

Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile. Un tempo sprovvisto di direzione e di orientamento, che senso può avere e quali speranze può dischiudere?

 

L’Avvento è dunque per il cristiano un tempo forte perché in esso, ecclesialmente, cioè in un impegno comune, ci si esercita all’attesa del Signore, alla visione nella fede delle realtà invisibili (cf. 2Cor 4,18), al rinnovamento della speranza del Regno nella convinzione che oggi noi camminiamo per mezzo della fede e non della visione (cf. 2Cor 5,6-7) e che la salvezza non è ancora sperimentata come vita non più minacciata dalla morte, dalla malattia, dal pianto, dal peccato. C’è una salvezza portata da Cristo che noi conosciamo nella remissione dei peccati, ma la salvezza piena – nostra, di tutti gli uomini e di tutto l’universo – non è ancora venuta.

Anche per questo l’attesa del cristiano dovrebbe essere un modo di comunione con l’attesa degli ebrei che, come noi, credono nel “giorno del Signore”, nel “giorno della liberazione”, cioè nel “giorno del Messia”.

Davvero l’Avvento ci riporta al cuore del mistero cristiano: la venuta del Signore alla fine dei tempi non è altro, infatti, che l’estensione e la pienezza escatologica delle energie della resurrezione di Cristo.

 

In questi giorni di Avvento occorre dunque porsi delle domande: noi cristiani non ci comportiamo forse come se Dio fosse restato alle nostre spalle, come se trovassimo Dio solo nel bambino nato a Betlemme? Sappiamo cercare Dio nel nostro futuro avendo nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo, come sentinelle impazienti dell’alba? E dobbiamo lasciarci interpellare dal grido più che mai attuale di Teilhard de Chardin: “Cristiani, incaricati di tenere sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?”.

 

Cristianesimo,

bellezza sì

lusso e vanagloria no

 

Avvenire, 25 Novembre 2012

di ENZO BIANCHI

Conosciamo bene l’episodio evangelico in cui una donna rompe un vasetto di alabastro contenente del profumo preziosissimo e lo versa sul capo di Gesù. Giuda e altri discepoli contestano questo gesto, accusando la donna di sprecare il profumo: sarebbe stato meglio venderlo – dicono – e con il ricavato aiutare poveri! Ma Gesù vede in quell’atto gratuito l’amore profetico per lui, avviato verso la morte, e non solo lo giustifica ma lega l’annuncio del Vangelo alla memoria di questa donna (cf. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8).

Nel cristianesimo non c’è posto per il legalismo, ma occorre vivere la gratuità, la libertà e, al limite, l’eccesso di bellezza. Questo però non giustifica né l’accumulo di ricchezza né il lusso di chi vuole imporsi, farsi vedere, ostentare la propria arroganza. D’altronde già i profeti di Israele avevano lanciato invettive contro i re di Gerusalemme che si costruivano case sfarzose (cf. Ger 22,13-17), contro le donne che mettevano in mostra ornamenti e gioielli (cf. Is 3,16-24), contro i potenti che banchettavano lautamente

ogni giorno (cf. Am 6,4-7)… E quando apparve Giovanni il Battista per predicare la conversione, «era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi» (Mc 1,6; Mt 3,4), come gli antichi profeti, poveri e quasi nudi; con la sua sola persona egli contestava – secondo le parole di Gesù stesso – «quelli che vestono abiti di lusso e stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,8; cf. Lc 7,25).

I padri della Chiesa non faranno che continuare questa tradizione, estendendo la loro critica alla vita della Chiesa.

Giovanni Crisostomo ricorda che «il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure» (Omelie su Matteo 50,3). Ambrogio afferma di aver «spezzato e venduto i vasi sacri per riscattare dei prigionieri» (I doveri II,28,136). Anche Bernardo di Clairvaux si fa voce della sobrietà richiesta anche a sacerdoti e vescovi, nella consapevolezza della contro-testimonianza offerta quando si privilegia l’esteriorità e l’apparire rispetto all’intensità della vita spirituale. Ma questa sua correzione fraterna non sempre è ben accolta dai destinatari: lui stesso ricorda di aver denunciato il lusso e le stravaganze anche in uomini di Chiesa, ma confessa che, «quando lo scrive in una lettera, quelli disdegnano di leggerla, o se per caso la leggono, si indignano con chi l’ha scritta» (Sermoni sul Cantico 77,2). Sì, a volte la vanità diventa una tentazione anche nella Chiesa, e per questo il Concilio ha ricordato che «i riti devono risplendere per la nobile semplicità» (Sacrosantum Concilium 34) e «le vesti e gli ornamenti sacri per la nobile bellezza» (cf. ibid. 124). C’è uno stile assolutamente decisivo nella vita della Chiesa, lo stile che deve sempre significare la gloria di Dio nella semplicità e nella bellezza che non abbagliano, che non confondono i poveri e i bisognosi.

Certamente non è facile operare delle scelte: c’è sempre il rischio di una rigidità legalistica che non conosce la gratuità né la gioia; oppure, al contrario, di un lusso incontenibile, che ricorda i palazzi dei re. Recentemente anche papa Benedetto XVI ha ripreso con forza «l’invettiva dell’apostolo Giacomo contro i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6)» e che poi la ostentano con vanagloria. In ogni caso, proprio al riguardo del lusso alcune vicende dei nostri giorni ci insegnano che quando c’è arroganza, sfoggio di potere, lusso senza freni da parte dei potenti, la loro fine e la devastazione possono essere molto più vicine di quanto ci si possa immaginare.

Infatti – come canta il salmista – il lusso e la ricchezza sfrenata impediscono di comprendere, e così si finisce per percorrere una via mortifera, come animali condotti al macello (cf. Sal 49,21) che non capiscono cosa accade attorno a loro.

 

Prima settimana (27 novembre – 3 dicembre)

Seconda settimana (4-10 dicembre)

Signore Dio nostro Padre, noi ci rallegriamo in te perché ci hai donato tante cose che addolciscono la nostra vita: concedici di condividere con tutti la dolcezza che ci doni e la nostra terra diventerà, già ora, dimora del tuo Regno eterno, benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

Terza settimana (11-17 dicembre)

Benedetto sei tu, Signore Dio dell’universo, che hai creato l’ulivo dal quale noi ricaviamo l’olio, per la nostra tavola, per la nostra salute, per conservare cibi. Aiutaci a fare di questa grande ricchezza una vera condivisione perché ciascuno sperimenti la consolazione che viene da te, Benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

Quarta settimana (18-25 dicembre)

Dio nostro Padre, donaci il tuo Spirito perché possiamo gustare con gratitudine la varietà di sapori delle cose che hai creato e renderti lode sapendo conservare e condividere con tutti i tuoi doni che sostengono il nostro corpo ed il nostro spirito nel cammino verso il Regno eterno, benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

Confessioni:

ogni giovedì dalle 17:30 alle 18:45

e ogni sabato dalle 15:00 alle 17:30

 

Ogni martedì dalle 15:00 alle 17:30

Lavoro con le Signore del C.R.A.C.

 

Martedì

Incontro dei giovani con il vescovo ore 21:00

mercoledì

Ore 19:00 lectio divina guidata da un membro della comunità

 

 

 

 

7 maggio 2012

Collegare Maggio 2012

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Da un inizio ad un nuovo inizio

Il percorso di catechesi di questo anno pastorale iniziato ad ottobre si avvia alla conclusione in questo mese di maggio. Nell’ultima ultima domenica esemplare si prova a tirare un po’ di conclusioni, si preparano le celebrazioni che sono il culmine del nostro percorso: l’eucaristia a cui partecipano pienamente, per la prima volta, i bimbi del terzo anno di catechesi, la domenica che chiude il cammino con tutti i segni che ci saranno, la mostra delle attività svolte….

Certo non finiscono tutte le attività pastorali: ci aspetta il centro estivo che occupa molti volontari, i campeggi dei ragazzi, i momenti di verifica e di progettazione per il prossimo anno. Insomma si chiude un capitolo della nostra storia per aprirne subito un altro. Del resto già san Gregorio di Nissa, che è vissuto nel quarto secolo, diceva che il cammino della fede “va da inizio in inizio, secondo inizi che non finiscono mai”. È importante allora fermarci a riflettere per cercare di capire cosa è cambiato in noi nel corso di questo anno, quali attività, stimoli, discorsi ci hanno colpito, hanno fatto nascere in noi domande, decisioni nuove, prospettive diverse… È importante perché occorre essere pronti per l’inizio dell’estate, tempo meno asfissiato dagli impegni e quindi con maggiori opportunità, tempo di riposo, di svago, di vacanze. Forse anche tempo in cui sperimentare tutti i discorsi di condivisione, di attenzione all’altro fatti nei diversi incontri di catechesi, cercando occasioni di volontariato, di conoscenza di realtà nuove, di assunzione di responsabilità.

C’è un nuovo inizio… buon cammino a tutti.

don Domenico

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Da qualche anno funziona in parrocchia un doposcuola per i ragazzi delle medie. Anche questo però è in crisi perché non abbiamo più fondi per pagare la coordinatrice e i volontari sono sempre i soliti. Eppure il problema dell’abbandono scolastico è ancora molto presente. L’articolo qui sotto ci aiuta a riflettere sul problema.

Scuola malata, è ora di tornare a Barbiana

di Marco Rossi Doria in “La Stampa” del 3 maggio 2012

Eravamo nel pieno del boom economico e tutto sembrava finalmente andare per il meglio. Quando, nel 1967, uscì Lettera a una professoressa e arrivò in ogni angolo d’Italia il monito, severo e profetico, di don Milani: «la scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde». In quel libro c’erano i dati che mostravano che la classe sociale dei genitori determinava il successo o l’insuccesso scolastico, in larghissima misura. Quel monito ci sta ancora addosso. Perché è ancora oggi così. Sono i figli dei poveri a fallire a scuola. E sono tanti: il 20% del totale. Che tende a diventare il 30% e più nel Sud come nelle periferie del Centro e del Nord. Lo dicono i dati del ministero dell’Istruzione, quelli Istat, la Banca d’Italia, la relazione della Commissione indagine sulla povertà. Lo mostra, pezzo per pezzo, il bellissimo Atlante dell’infanzia a rischio , curato da Save the children ricordandoci che mentre nella maggior parte d’Europa il figlio di un genitore di medio reddito e istruito ha 2 o 3 volte più probabilità di completare l’intero ciclo di studi, da noi ha 7,7 più probabilità! Il più grande scandalo d’Italia. Così, è passato quasi mezzo secolo. Ma resta questo il principale problema non solo della scuola ma dell’intera società italiana. Dobbiamo riuscire a dare di più a chi parte con meno nella vita e la scuola va ancora ben sostenuta perché non vi è altro luogo che possa essere leva precoce di emancipazione e riequilibrio sociale. Per questo l’Unione Europea dal 2000 – la famosa agenda di Lisbona – ci chiede di scendere sotto il 10% di fallimento formativo. E la questione è che noi non ci siamo ancora riusciti. Benché siamo ben consapevoli che il non riuscirci, oltre a essere una minaccia alla coesione sociale, ci priva di enormi risorse umane capaci di azioni positive, un fatto che condiziona la stessa crescita economica. Perciò: l’agenda politica, le scelte nella revisione delle spese e degli investimenti pubblici deve tenere conto innanzitutto di questa questione.

Ma più che i dati, come spesso accade, le vie da imboccare per riparare alle ingiustizie generali le descrivono bene i libri che parlano di gesti, di giorni, di vicende umane.

Nelle bellissime pagine di Insegnare al principe di Danimarca (Sellerio) la molto compianta Carla Melazzini racconta del lungo nostro lavoro con i ragazzi che avevano abbandonato la scuola a S. Giovanni a Teduccio, Barra, Quartieri Spagnoli, Soccavo, Ponticelli. È una scrittura sorvegliata, severa – come Carla era – che mostra, con fatica e poesia, il lavoro della scuola che sa andare verso chi ne è stato escluso. Lavoro di grande complessità artigianale, fatto a Napoli eppure simile aquello svolto da altri insegnanti e educatori a Torino, a Verona, a Palermo, a Reggio Emilia, a Milano. Il creare un luogo salvo, una zona franca, una chance. Dove curare – nel bel mezzo delle devastazioni – le ferite sociali ed emotive. Per restituire la guida adulta, la via dell’apprendimento, della motivazione, della cura di sé. Per ridare «la capacità di aspirare», come viene definita in un importante saggio di Arjun Appadurai (Le aspirazioni nutrono la democrazia , Et al. Edizioni). Sono pagine difficili quelle di Carla Melazzini. Perché chiedono di ritornare a pensare alle persone che crescono. Perché chiamano l’intero sistema d’istruzione e formazione a rimettere insieme i pezzi, a coniugare meglio il sapere e il saper fare. E a misurarsi molto di più con l’essere quotidiano di ciascun ragazzo. Com’era a Barbiana, dove nell’aula di sopra c’erano i libri, le figure geometriche e le mappe, nell’aula di sotto gli arnesi per costruire e manutenere oggetti e il laboratorio di esplorazione scientifica e in ogni momento la possibilità di fermarsi e «parlare di noi», di quel che sta succedendo e di come va, senza mai dimenticare che si sta lì per imparare.

Quattro anni prima dell’uscita di Lettera a una professoressa, Adele Corradi salì a Barbiana. Ora finalmente lo racconta nel libro Non so se don Lorenzo (Feltrinelli). Era il 29 settembre 1963. Oggi decide di lasciare indietro la sua riservatezza e ci riporta proprio lì. Con un avvertimento: «Non si racconta in questo libro la storia di don Milani…. Si parla di lui, ma non se ne racconta la storia. Chi la volesse conoscere dovrà rivolgersi altrove…. Qui sono messi a fuoco frammenti di vita, frammenti sparsi, affiorati alla memoria col disordine dei ricordi». Adele ricorda il giorno dell’inizio, domenica, S. Michele. Ma non ricorda che lezione avesse tenuto. Rammenta, però, che don Lorenzo, in modo per lui inconsueto, le disse: «Ritorni». E lei si è da allora sempre chiesta perché: «.. o gliel’ha suggerito lo Spirito Santo o io con la telepatia». Così, dopo qualche giorno ritornò. E partecipò alla prima vera lezione, un esercizio di scrittura collettiva. E di lì si va avanti nel racconto, scena dopo scena, con i gesti e il parlato riportati entro un interrogarsi profondo e semplice. Perché questo libro rimette ogni lettore nel ritmo e nella parola di quel luogo, nel suo senso quotidiano. E così Adele ci fa un regalo immenso: toglie il peso del mito a Barbiana. E finalmente restituisce quella scena alla magica imperfezione delle persone al lavoro, che tentano, che riparano, che si chiedono, che litigano, che non sanno e che comunque riescono. Ritrovare l’occasione e il modo di fare bene scuola provando a capire il proprio tempo e il mondo è sempre possibile. E rimettersi in gioco è la chiave dell’educare. Come ci dice ancora Adele, oggi quasi novantenne: «Sono stata insegnante di lettere alle medie fino alla pensione a 67 anni. Devo confessare che ero un’insegnante identica alla destinataria di Lettera a una professoressa … L’incontro con la scuola di Barbiana ha scavato un solco nella mia vita. Mi sono vista come non mi ero mai vista. E non solo come insegnante, ma come persona».

Dunque, la vicenda di Barbiana e delle buone scuole delle nostre troppe periferie non è solo un’azione a sostegno dell’equità e a vantaggio di una società democratica. Ma permette trasformazioni. E ci dice la direzione da prendere per tutta la scuola. Perché l’azione pedagogica diretta a chi ha più bisogno spesso muta gli approcci profondi e sa indicare vie innovative. La necessità fa virtù. Perciò don Milani diceva: «Verrà un giorno in cui coloro che vogliono guarire le scuole malate dovranno salire a Barbiana».

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Lunedì 14 maggio 2012, Ore 21:00
Nel salone dell’oratorio
Tavola rotonda
Eucaristia “nutrimentum caritatis”‘
(nutrimento di carità)

Tutta la comunità cristiana è chiamata a vivere ciò che è diventata nutrendosi del corpo di Cristo che è nutrimento di carità. Il compito della carità non è delegabile ma deve essere esperienza di corresponsabilità.
Sarà presente il dott Daniele Vecchi,
coordinatore Centro di Ascolto della Caritas Diocesana

Avvisi:

giovedì
dalle 17:30 alle 18:45
sabato
dalle 15:00 alle 17:30 Confessioni

Rosario
Da lunedì a sabato
18:30 chiesa S. Damaso
20:30 parchetto

Giovedì ore 18:30
Domenica ore 17:30 Pilastrino angolo  via Grande-via Montecatini

Tutti i giovedì
Ore 21:00  prove di canto

Sabato messa prefestiva
alle 19:00 chiesa di  S. Damaso
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Venerdì 25 maggio 2012, Ore 21:00
In chiesa
Serata di riflessione e preghiera
Ricorderemo don Oscar che ha iniziato qui in parrocchiail rinnovamento voluto dal concilio e rifletteremo su cosa significa per noi oggi essere fedeli ad un’idea di rinnovamento.

Domenica 27 maggio 2012
10:30 narrazione evangelica
11:15 messa
12:15 chiusura dell’anno con lancio dei palloncini
12:45 pranzo comunitario sotto il portico dell’oratorio
(ognuno porta qualcosa da condividere e pranzeremo tutti insieme)

Sabato 26 e domenica 27 maggio, sagra, festa della comunità.
Ogni sera: gnocco, tigelle, borlenghi, pizza, giochi.
Sabato sera spettacolo dei bambini
Domenica sera musica e balli.

2 aprile 2012

Collegare

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Domenica  della Passione del Signore o delle Palme  2012

Il perdono che crea la comunità

Sabato 24 e domenica 25 marzo un gruppetto di persone della nostra comunità si è trovato al Convento dell’Incontro, nei pressi di Firenze, per due giornate di ritiro con fra Mauro Ruzzolini, un eremita francescano, già conosciuto da molti membri della nostra comunità parrocchiale e caro amico della comunità Ss. Basilio e Gregorio.
Già nel pomeriggio di ritiro alla Madonna Pellegrina, la prima domenica di Quaresima, fra Mauro aveva iniziato una interessante riflessione sul perdono e all’Incontro ha portato avanti il discorso partendo dal salmo 12: Salvaci, Signore! non c’è più chi è fedele,
in mezzo agli uomini è scomparsa la fedeltà
l’uno all’altro dicono menzogne
labbra adulatrici parlano con cuore doppio.
…    Le parole del Signore sono parole veritiere
argento purificato, raffinato sette volte,
tu, Signore, le manterrai…
facendo notare che la parola, sia quella veritiera di Dio che quella menzognera degli uomini ha un potere molto grande, è evocativa della realtà. La Parola di Dio è la prima cosa che interviene nella storia, è potente, creatrice, è la sua rivelazione. Ma anche la parola degli uomini è potente perchè può deformare la realtà.
Negli ambiti conflittuali della nostra vita sperimentiamo che è difficile il perdono anche per l’uso che facciamo della parola. La parola interpreta la realtà, ed è di aiuto se è veritiera come quella di Dio, ma diventa di ostacolo quando è ambigua, non tanto in senso morale ma perché porta in sé molti e diversi significati. La stessa parola, siccome la percezione è sempre soggettiva, può essere buona, neutra o negativa a seconda di chi ascolta e, di conseguenza il un giudizio che mi faccio subito dopo, cioè l’interpretazione della realtà, è molto diverso. Quanto più “ci metto del mio” tanto più la realtà viene deformata. Per esempio: se qualcuno mi ha fatto male e quindi mi sono fatto un giudizio negativo su di lui, ogni altra sua azione diviene la conferma di questo primo giudizio. Tutto ciò che fa è letto alla luce di questo primo giudizio cioè diviene un pre-giudizio. Ma la parola che io ho pronunciato su quella persona è veritiera? Dice veramente tutto su quella persona?
La parola non veritiera non è necessariamente una calunnia, quando è parziale, quando tiene presente solo un aspetto dell’altro è una parola menzognera. È una parola che condanna perché lega ad una situazione di conflitto che mantiene vivo il dolore.
Occorre provare a dire una parola diversa che tenga presente anche altri aspetti. Per esempio bisogna imparare a non dire ‘se’ ma ‘quando’: non “se smetti… poi faremo…” ma “quando smetti… faremo…”. Quando finirai la tal cosa o il tal atteggiamento indica che si crede che prima  o poi questo avverrà, “se” invece è una condizione posta in anticipo, un obbligo o una condizione che sperimentiamo troppo difficile e lontana da noi. Un’altra cosa che può aiutare molto è domandarsi quale può essere la Parola di Dio su quella persona? In una oggettività di male come quella del ladro crocifisso la parola di Gesù apre una possibilità radicalmente nuova. La parola di perdono apre, dice altro, non si ferma ad una definizione. Imparare da Dio a dire altro è il perdono. Dire altro, qualcosa d’altro che sia bene, cioè dire bene o bene-dire. Il nostro dire invece spesso è mormorazione oppure lamentazione.
La parola apre o chiude, coglie solo un aspetto oppure tutto. Siccome Dio coglie il tutto, questo significa che nel rapporto con Dio c’è posto anche per il mio peccato. Non serve fingere che il peccato non sia esistito, perché viene colto e accolto in una parola di verità. Il nostro peccato è come un cane che abbaia e fa paura, ma saperlo ascoltare conduce alla verità più profonda di se stessi. Il peccato è sbagliare bersaglio, quindi anche il nostro peccato ci serve perché ci indica cosa stiamo cercando, anche quando sbagliamo bersaglio. È questo che Gesù dice alla donna samaritana: “Tu hai sete d’amore (il bersaglio giusto) ma cerchi di placare questa sete cambiando uomini invece che cambiare il modo di cercare (il lancio fallito), io posso calmare la tua sete!” in questo modo il peccato è interpretato, attenzione: non giustificato, ma utilizzato per dire qualcosa di più di ciò che sono e desidero. È per questo che posso benedire il mio peccato e  posso benedire Dio (e anche ogni fratello) te che mi tiene così, con il mio peccato. Gesù nella relazione con me è capace di utilizzare il mio peccato per condurmi a sé, per orientare in lui la direzione della mia ricerca. Sant’Agostino cantava: “Felice colpa, che mi ha permesso di avere un così grande redentore” ed è diventato il canto della chiesa nella notte di Pasqua. Questa esperienza del perdono ricevuto permette anche me di dire una parola sull’altro che sia di apertura e non di condanna.
Prima di tutto verso di me! Perché spesso è proprio riguardo alla nostra vita che non sappiamo dire una parola di salvezza che riguardi tutto di noi. A volte la mia fede non è in grado di invadere tutti i settori della mia vita e, di conseguenza, qualcosa resta fuori dall’ambito della salvezza. Naturalmente questi settori fuori dalla salvezza sono quelli più intimi, delicati e profondi quali le nostre passioni. Per passioni si intende la sessualità, l’aggressività, il  dominio, il possesso. In tutti questi ambiti sperimentiamo di non essere pienamente padroni e sentiamo che queste non sono integrate nel resto della nostra persona. Eppure tutto fa parte di noi e conduce verso l’obiettivo, o il bersaglio, della nostra vita. Per esempio: un missile per ricerche spaziali ha dei potenti motori di spinta e circa tre quarti del corpo sono serbatoi per il carburante perché per spingerlo fuori dall’orbita terrestre occorre moltissima energia. Ma se, per caso. non tutti i motori funzionano, oppure non tutti sono orientai nella stessa direzione, il missile fallisce il bersaglio. Le passioni sono i nostri motori e il nostro carburante, bisogna che tutte siano accese e orientate verso lo stesso obiettivo per potere far centro nella vita. Per esempio: dire che sul lavoro alcune regole della fede non valgono dice che viviamo una dissociazione tra la fede e un aspetto importante della nostra vita. Oppure pensare alla fede come un’esperienza intima e personale, ascoltando la Parola di Dio in modo individualistico indica ancora una dissociazione perché la fede mi chiede una struttura di comunità. La dissociazione, nel caso più grave è la personalità doppia. Il famoso romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde” narra, appunto, delle conseguenze disastrose di una patologia di questo genere. Senza arrivare a questi eccessi, la dissociazione, nella vita spirituale, non permette un vero cammino di conversione. La vita di santità non è una perfezione a livello morale, ma è la capacità di portare tutti gli ambiti della mia vita alla sequela del Signore. La perfezione non è nella linea della moralità ma in quello dell’integrità. L’elemento imperfetto non scompare, ma viene integrato. Anche la rabbia, che spesso noi consideriamo un sentimento estremamente negativo, secondo san Tommaso d’Aquino diviene motore della speranza se ben integrata nel resto della mia vita. Noi spesso diciamo che la rabbia va soppressa o comunque non va espressa ma questo produce dei depressi o delle persone inacidite che rendono spiacevole la vita per se e per gli altri. Ricerchiamo l’integrità, l’unità interiore anche con il nostro peccato, e potremo camminare dietro al signore che ama ciascuno per ciò che è.
D.M.R.

Settimana Santa e Pasqua

Il cammino spirituale che conduce alla celebrazione della Pasqua ha inizio con la liturgia delle Ceneri. Con l’antico e austero segno penitenziale dell’imposizione delle ceneri sul capo e con l’ascolto del monito: «Convertiti e credi all’evangelo», ogni credente si riconosce peccatore davanti a Dio e ai fratelli.
La liturgia delle Palme, con la quale si apre la Settimana santa, è preludio alla Pasqua del Signore. Al canto dell’Osanna e con le palme innalzate, la chiesa segue come discepola il suo Signore nel cammino verso la croce, per morire con lui e in lui risorgere a vita nuova.
La Pasqua di Cristo, la sua passione, la sua morte in croce e la sua resurrezione, è il cuore della fede cristiana, ed è per i discepoli del Signore la condizione di possibilità della loro fede: «Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana» ricorda ancora l’Apostolo (1Cor 15,17).
Nelle liturgie della sera del giovedì santo, del venerdì santo, del sabato santo e della santa domenica di resurrezione, si fa memoria dei gesti compiuti da Gesù, delle sue parole e degli avvenimenti da lui vissuti negli ultimi giorni di vita.
Confessare ogni anno nelle liturgie della Pasqua del Signore che «Cristo è risorto dai morti» significa gridare a ogni uomo, a ogni essere vivente e a tutta la creazione che «l’amore è più forte della morte».

6^ settimana

Preghiera della tavola.
Benedetto sei tu, Signore Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Lo condividiamo sulla nostra tavola per diventare fratelli di tutti gli uomini.  Amen.

 

Sei schegge di storia per sei giorni:

Lunedì. Nel 1193 ad Assisi in una nobile famiglia, di cui però non conosciamo molte cose, nasce Chiara. Suo padre si chiama Favarone di Offreduccio, Scifi dovrebbe essere il cognome, e sua madre si chiamava Ortolana. Aveva sicuramente alcune sorelle: conosciamo Agnese e Beatrice che divennero suore con lei, come anche le nipoti Balvina e Amata. La sua casa era sulla piazza di S. Rufino in Assisi vicino alla cattedrale, quindi in un luogo importante della città. La madre era una donna forte, molto cristiana, era stata perfino in Terrasanta per compiere un pellegrinaggio, e aveva trasmesso alle sue figlie una grande fede ed una personalità dal carattere fermo e deciso. Quando Chiara aveva dodici anni, ad Assisi, successe un fatto che molti giudicavano scandaloso mentre altri lo trovavano profetico. Il ricchissimo rampollo di una famiglia borghese, in piazza, davanti al vescovo, aveva rinnegato suo padre, Pietro di Bernardone, restituendogli tutto ciò che aveva ricevuto da lui, compresi i vestiti, e, nudo nel freddo di gennaio, aveva dichiarato di voler chiamare Padre soltanto Dio, andandosene poi a vivere in una piccola chiesa appena fuori da Assisi. Quel giovanotto, come tutti avrete capito, era Giovanni di Pietro di Bernardone, ribattezzato da suo padre con il nome di Francesco per pubblicizzare le sue pregiate stoffe di provenienza ‘francesca’ cioè francese.

Martedì. Così Chiara seguì negli anni a venire la vicenda del suo concittadino Francesco anche se non sappiamo con precisione quando i due si incontrarono. Probabilmente vedendosi casualmente per Assisi o in chiesa fra loro era nata una sorta di comunicazione reciproca, senza dover parlare Francesco capiva di aver colpito la fantasia di Chiara e chiara capiva che Francesco la considerava una persona speciale. Anche se non conosciamo i discorsi che fecero tra loro quando finalmente ebbero occasione di parlare con tranquillità sappiamo che si intendono alla perfezione sul modo di convertirsi, di fare penitenza, di fuggire il mondo. La fanciulla decide di affidarsi alla guida del giovane religioso. Ma questa sua decisione provocherà conseguenze e scelte a catena e irreversibili. Ma andiamo con ordine. La domenica delle palme del 1211 il 28 marzo, seguenndo il consiglio di Francesco, Chiara va in chiesa con le altre nobildonne; durante la distribuzione delle palme, mentre le altre donne processionalmente si avvicinano al vescovo celebrante, lei rimane immobile al suo posto; il vescovo allora si dirige verso lei, consegnandole la palma. Il gesto era un segnale convenuto tra Chiara e Francesco, forse anche con il benestare del vescovo. Francesco con i suoi compagni tornò nella chiesetta di S. Maria degli angeli, detta la Porziuncola, dove ormai era la loro sede.

Mercoledì. Nelle case si Assisi, vicino alla porta d’ingresso, c’è una piccola porta con la soglia più alta, sembra quasi una finestra: è detta la porta del morto, perché da lì fanno uscire di casa le bare con i defunti. Forse per un motivo legato alla superstizione oppure, più probabilmente, per una questione pratica: quelle porticine corrispondono alla curva delle scale che sono strette e ripide, far uscire la bara da un buco nel muro evita di dover fare manovre scomode e difficili con la bara che è molto pesante. Quelle porte spesso hanno soltanto catenacci e non chiavistelli, quindi dall’interno si aprono senza fatica. La notte successiva alla domenica delle Palme Chiara approfitta di quella porta per uscire dalla casa paterna con il chiaro intento di non rientrare più, proprio come se fosse morta. Nel buio della città trova a stento le strade giuste per raggiungere la sua amica Pacifica di Guelfuccio poi, insieme, sfidando la paura, attraversano la città, poi i campi e i boschi fino alla chiesa di S. Maria degli angeli dove le aspetta Francesco. Qui promettono di restare al servizio del Signore nella povertà più assoluta e, come segno della rinuncia al mondo Francesco, con le forbici per tosare le pecore taglia loro i lunghi capelli, mettendole poi in testa il velo monacale.

Giovedì. Sapendo che i parenti la cercheranno per tentare di strapparla da questa sua scelta, Francesco l’accompagna a Bastia, un paese vicino ad Assisi, presso il monastero di San Paolo delle Badesse delle monache benedettine. Dopo pochi giorni passa a S. Angelo di Panzo, altro monastero benedettino alle pendici del Subasio. Qui, al riparo dalle ire familiari, viene presto raggiunta dalla sorella Agnese. Infine troverà la su dimora definitiva nella chiesa di S. Damiano, nella campagna presso Assisi. La chiesa di S. Damiano è il luogo dove si era verificato, l’inizio dell’esperienza religiosa di Francesco, quando sentì il crocifisso dirgli di riparare la sua casa. A San Damiano raggiunsero Chiara diverse sue amiche, la madre Ortolana, la sorella Beatrice, due nipoti e un gran numero di giovani donne desiderose di vivere l’ideale francescano nella forma che gli aveva dato Chiara. Presto in quella piccola chiesa divennero cinquanta le monache che cantavano le lodi al Signore e vivevano poveramente chiuse come se fossero in carcere ma capaci di far arrivare lontano la loro forma di vita. Anche la figlia del re di Boemia Ottocaro, Agnese, nel 1234 fondò un monastero e ne assunse la guida seguendo le direttive che Chiara le inviava per lettera e vivendo la regola di S. Damiano a più di mille chilometri da Assisi.

Venerdì. Due fatti strepitosi irrompono in modo assolutamente insolito nella vita di Chiara e del suo monastero, l’una e l’altro immersi nella preghiera e nel silenzio; entrambi gli episodi si riferiscono ad azioni di guerra. In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico secondo, come raccontò successivamente una suora, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Il primo episodio riguarda l’incursione di milizie sbandate di saraceni, al seguito dell’esercito imperiale, che assalgono il monastero di S. Damiano ma Chiara, difendendosi solo con l’Eucaristia, riuscì ad allontanare questi uomini senza che facessero alcun male alle monache. Il secondo episodio riguarda l’assedio posto ad Assisi da Vitale d’Aversa, valoroso comandante dell’esercito di Federico II. Anche in questo caso la liberazione e la salvezza, del monastero e della città, sono attribuiti all’intervento prodigioso della preghiera di Chiara.

Sabato. Chiara, come Francesco, voleva vivere in povertà assoluta, ma questa cosa non era ben vista dai vescovi e dai cardinali. A memoria d’uomo al concetto di monastero si accompagnano la stabilità, cioè il voto di vivere per sempre in quel luogo, e poi il patrimonio, i possedimenti di campi e boschi da cui le monache traevano il loro sostentamento. Chiara dovette lottare molto per avere il “privilegio della povertà” ma, alla fine riuscì ad avere l’approvazione pontificia, e così scrisse anche una regola per le sorelle che vivevano con lei ed in altri sessantasei monasteri che si erano costituiti da quando lei aveva iniziato a vivere come Francesco. La regola fu poi rielaborata da Chiara negli ultimi anni della sua vita e l’ultima e definitiva approvazione arrivò due giorni prima della sua morte con la bolla del papa Innocenzo IV. Per molti anni Chiara visse inferma pur conservando la guida del monastero con grande forza e dolcezza. Morì a San Damiano, fuori le mura di Assisi, l’11 agosto 1253, a sessant’anni di età. A soli due anni dalla morte, il papa Alessandro IV la proclamò Santa. Il grande rispetto e affetto che la gente ha per questa santa si può notare dall’uso del suo nome che in Italia è uno dei nomi femminili più diffusi.

 

Preghiera conclusiva della sera.

LODI DI DIO ALTISSIMO

Tu sei santo, Signore, solo Dio, che operi cose meravigliose. Tu sei forte, Tu sei grande, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra. Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero. Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza, Tu sei umiltà, Tu sei pazienza, Tu sei bellezza, Tu sei sicurezza, Tu sei gioia e letizia, Tu sei nostra speranza, Tu sei giustizia, Tu sei tutta la nostra ricchezza a sufficienza. Tu sei bellezza, Tu sei protettore, Tu sei custode e nostro difensore, Tu sei fortezza, Tu sei refrigerio. Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza, Tu sei la nostra vita eterna grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

 

Appuntamenti:

Appuntamenti

Questa sera alle 18:00
Adorazione Eucaristica
Ore 19:00 vespri

Giovedì 5,
venerdì 6
sabato 7 aprile
alle ore 7:30
preghiera del mattino per tutti presso la cappella in canonica

Giovedì santo

Ore 17:00 Confessioni

Ore 21:00 messa in Coena Domini e, a seguire, Adorazione Eucaristica fino a mezzanotte

Venerdì santo
Ore 15,00 Via Crucis per i bambini del catechismo
Ore 16.00 Confessioni
Ore 21:00 azione
liturgica del Venerdì santo sono invitati tutti i ragazzi,
i giovani, gli adulti.

Sabato santo

Ore 15:00 confessioni
Ore 22:00
Veglia Pasquale
Liturgia della luce
Liturgia della parola
Liturgia battesimale
Liturgia eucaristica

Domenica 8 aprile
Pasqua di Resurrezione

Ore 8.30 e 11,15
Messa a Collegara

9 aprile
Lunedì dell’angelo
Ore 8,30 messa presso l’istituto delle Clarisse F.M.Ss.S. Via Scartazza
Ore 11,15 messa a Collegara
Da sabato 14 aprile
la messa prefestiva
sarà alle ore 19:00
a Collegara

19 marzo 2012

Collegare

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Bollettino della parrocchia di Collegara-San Damaso Un foglio per in-formare la comunità

4^ domenica di Quaresima 2012

Sorpresa di Dio

di Giampietro Baresi, in “Nigrizia” del marzo 2012

Nobel dei poveri (E. Monzani e M. Marelli), Uno sparo sull’altare – L’arcivescovo deve morire (E. Masina), Fedele alla Parola (J. R. Brockman), Un vescovo centroamericano tra guerra fredda e rivoluzione (R. Morozzo Della Rocca), Martire come il suo popolo (G. Massone), Pastore di agnelli e di lupi (A. Vitali), Ho udito il grido del mio popolo (A. Palini)… Sono i titoli di alcuni dei molti libri italiani su dom Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador: “un vescovo fatto popolo”, secondo la bella definizione di David Maria Turoldo. In questa breve chiacchierata – con cui intendo ricordare l’anniversario del martirio di mons. Romero (24 marzo 1980) – ho faticato non poco a racchiudere il tumulto di sentimenti e di idee che si erano accumulati nella mia testa con la lettura di vari scritti su di lui, soprattutto del suo voluminoso Diario. Alla fine, ho fatto pace con il titolo: “Sorpresa di Dio”.

Voglio spiegare cosa intendo per “sorpresa”, servendomi di un paragone: se un giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande. Usciamo dal paragone. Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i pro grammatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.

Il primo fu eletto al soglio pontificio per scongiurare possibili cambiamenti nella chiesa, e lui si divertì ad annunciare, a sorpresa, il Concilio Vaticano II con lo scopo di “aggiornare” la chiesa e la dottrina cristiana. Il secondo fu scelto come vescovo di San Salvador perché era un prete che aveva della chiesa una visione classica, tridentina, e non nutriva alcun interesse per la politica e per le questioni sociali. Il “programmatore”, pertanto, intendeva far piacere ai prelati e ai politici di El Salvador, alleati nella difesa dei “valori cristiani” e dei privilegi di una oligarchia sostenuta dall’esercito.

Oscar Romero, nato il 15 agosto 1917, è ordinato sacerdote nell’aprile 1942 a Roma, dopo aver studiato teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1943 torna in patria e per oltre 20 anni svolge il ministero pastorale come parroco nella diocesi di San Miguel. Più tardi, è chiamato a reggere il seminario interdiocesano di El Salvador. Nel 1966 è segretario della Conferenza episcopale nazionale. Nel 1970, è ausiliare dell’arcivescovo di San Salvador, mons. Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della 2a Conferenza dell’episcopato latino-americano a Medellín (1968). A differenza di Luis Chávez, però, Romero rappresenta il lato conservatore della chiesa sudamericana: fedele alla tradizione romana, non aderisce alla teologia della liberazione e ai movimenti ecclesiali di base. Quando il 22 febbraio 1977 è nominato titolare dell’arcidiocesi, i militari al potere e i tradizionalisti della chiesa non nascondono la loro soddisfazione.

La sorpresa di Dio ha una data: 12 marzo 1977, 20 giorni dopo la mossa del “programmatore”. Quel giorno, il gesuita Rutilio Grande, ispiratore di mons. Romero, è assassinato. Davanti al cadavere dell’amico, gli occhi, il cuore, la mente e la bocca del vescovo si aprono. «Se l’hanno ammazzato per ciò che faceva, ora tocca a me percorrere la stessa strada». Non ha più dubbi: la sua fedeltà alla chiesa significa fedeltà al mandato di Cristo, venuto al mondo per portare la Buona Notizia ai poveri di El Salvador, oppressi da un pugno di ricchi sostenuti dagli Stati Uniti. Per tre anni, Romero vive inchiodato alla croce della fedeltà a suoi due amori: il popolo e la chiesa. Incompreso a Roma e nel suo paese, si trova nella più totale solitudine. Solitudine che incoraggia il piano di morte dei suoi nemici. Il 24 marzo 1980, una pallottola gli trapassa il cuore mentre celebra la messa. Il giorno prima, 5a domenica di Quaresima, nell’omelia si è appellato alla coscienza dei militari con parole che hanno fatto precipitare la sentenza di morte: «Davanti a un ordine di uccidere che viene da un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: “Non uccidere!”».

Il giardiniere non sapeva che nella semente Dio aveva nascosto la sorpresa di una rosa rosso sangue. Il popolo lo ha subito compreso e ha cominciato a venerare San Romero dell’America Latina.

4^ settimana

Preghiera della tavola.

Signore Gesù, vieni alla nostra tavola perché possiamo gustare, insieme a questo cibo, la gioia della tua presenza.

Tu sei benedetto nei secoli dei secoli.

Sei schegge di storia per sei giorni:

Lunedì. Filippo Neri, nacque a Fienze il 21 luglio 1515 come secondogenito di Francesco Neri e di Lucrezia da Mosciano. Prima di lui era nata Caterina e dopo nacquero Elisabetta ed Antonio. Quando Filippo aveva cinque anni la mamma morì e, poco tempo dopo il padre si risposò con Alessandra Lensi, una donna molto buona, che si affezionò moltissimo ai figli del marito e li educo con affetto e con gioia. Filippo era un ragazzino intelligente e sveglio quindi i genitori decisero di farlo studiare, prima con un maestro privato che si chiamava Clemente, poi presso il convento di san Marco Evangelista, dove i frati domenicani insegnavano ai ragazzi delle famiglie fiorentine. Terminato il livello delgi studi possibile presso i frati andò a vivere dallo zio Romolo, a Cassino per essere avviato alla professione di commerciante. In quegli anni cominciò a sentire la propria vocazione religiosa, così da costruire una piccola cappella in una roccia a picco sul mare denominata “Montagna Spaccata“, dove si recava tutti i giorni per pregare in silenzio.

Martedì. Lo zio, che non aveva eredi si affezionò moltissimo al nipote che era di carattere gioioso e di buon cuore, quindi decise di nominarlo suo erede universale. Alla sua morte, tutti i suoi averi (ben 20.000 scudi) sarebbero stati di Filippo. Ma Filippo sentiva un desiderio diverso, voleva dedicarsi ad una vita più umile, e quindi rifiutò. Poco tempo dopo decise di partire per Roma per compiere un pellegrinaggio e capì che Roma era il luogo dove avrebbe potuto realizzare i suoi sogni. Cercò un lavoro per mantenersi agli studi e divenne insegnante privato di due fratelli originari, come lui di Firenze: Michele e Ippolito Caccia, figli del capo della Dogana. Il suo compenso consisteva in un semplice sacco di grano che diventava poi, grazie ad un accordo con il fornaio, una pagnotta che Filippo Neri condiva con un po’ di olive e tanto digiuno. La stanza in cui viveva era piccolissima e aveva come unici mobili un letto, un tavolino e una corda appesa al muro che fungeva da armadio. Intanto studiava all’università e presso i monaci di sant’Agostino.

Mercoledì. Filippo, oltre che studiare e lavorare trovava tempo per pregare e per fare del volontariato. Cominciò a prestare la sua opera di carità presso l’ospedale di San Giacomo dove conobbe e strinse amicizia con Camillo che divenne santo anche lui. Probabilmente nell’inverno del 1538 venne anche a contatto con Ignazio di Loyola, santo pure questo, che si recava spesso all’ospedale perché soffriva ad una gamba per le conseguenze di una ferita che si era fatto da giovane in guerra. Il lavoro di insegnante privato però non era ciò che Filippo desiderava per sé quindi abbandonò la casa dei Caccia per ritirarsi a vivere come eremita fra le strade di Roma, dormendo sotto i portici delle chiese o in ripari di fortuna. Spesso lo si vedeva passeggiare per le piazze cittadine vestito di una tonaca con cappuccio. Camminando per i vicoli di Roma spesso incontrava giovani che lo deridevano e beffeggiavano, ma lui, unendosi alla comitiva, la conquistava con la sua simpatia. Iniziava con una barzelletta e con qualche gioco, ma poi si improvvisava predicatore, dicendo: “Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato!”.

Giovedì. Nello stesso periodo, si occupò degli infermi, abbandonati a sé stessi o affidati a pochi volontari, negli ospedali di San Giovanni e Santo Spirito. Su consiglio del suo padre spirituale, decise poi di fondare la cosiddetta Confraternita della Trinità creata per accogliere e curare viandanti, pellegrini e povera gente dei borghi romani. Dopo una lunga insistenza del padre spirituale, a trentacinque anni, decise di diventare sacerdote. Comincia così un nuovo capitolo nella vita di san Filippo Neri che divenne famoso come confessore. Confessava con la stessa discrezione e la stessa bonarietà sia poveri che ricchi, sia principi che cardinali, dando a volte penitenze molto bizzarre, sicuro che, dopo aver fatto una simile figuraccia, il penitente non avrebbe più provato a compiere quel peccato. Ad una donna, che aveva il vizio di sparlare degli altri, fu comandato dal santo di spennare per strada una gallina morta e poi di raccoglierne tutte le penne volate via. Alla richiesta del perché, da parte della donna, rispose che questo era come il suo sparlare, le sue parole si spargevano ovunque e non si potevano raccogliere più.

Venerdì. Nel 1559, Filippo Neri perse il padre, Francesco, e, dopo aver ricevuto l’eredità che gli spettava, preferì cederla alla sorella Caterina. In quegli anni il santo conobbe un altro importante personaggio della storia ecclesiastica, il cardinale milanese Carlo Borromeo. Divennero tanto amici che il cardinale spesso si recava dal sacerdote fiorentino per chiedergli consiglio riguardo a problematiche molto difficili. Il cardinale tentò in tutte le maniere di portare Filippo Neri a Milano, ma le sue richieste sarebbero rimaste senza risposta. Intanto Filippo aveva fondato la Congregazione dell’Oratorio che raccoglieva alcuni giovani preti che si dedicavano all’educazione dei ragazzi. Filippo promosse innumerevoli attività: coinvolse nella preghiera e nella lettura della Bibbia uomini comuni, artisti, musicisti, uomini di scienza; fondò una scuola per l’educazione dei ragazzi. In tempi nei quali la pedagogia era autoritaria e spesso manesca, Filippo Neri si rivolgeva ai suoi allievi, che erano, dei ragazzi di strada, con pazienza e benevolenza: ancora oggi si ricorda la sua esortazione: “State bboni (se potete…)!”.

Sabato. Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da terribili malattie, guarigioni e ricadute continue. La comunità dei preti dell’Oratorio però fioriva sempre di più. Fiaccato dalle malattie, Filippo Neri soffrì parecchio a causa di una terribile carestia che decimò alcuni membri della sua comunità oratoriana. Filippo però era diventato famoso anche come consigliere del papa tanto che questi decise di nominarlo cardinale, ma Filippo rifiutò la carica. Nell’aprile del 1595 venne colpito ancora più gravemente dalla malattia che lo affliggeva, e Federico Borromeo, nipote di Carlo e fedele amico di Filippo andò a Roma per poterlo incontrare e dopo averlo incontrato dichiarò che, benché moribondo, dimostrava ancora una forza d’animo eccezionale. Il 26 maggio alle tre del mattino, Filippo Neri venne colpito da una grave emorragia e, dopo aver benedetto la propria comunità, morì, quasi sorridendo nel momento del trapasso. Pippo Buono, come lo chiamavano tutti, venne proclamato santo nel 1622.

Preghiera conclusiva della sera.

Signore, Dio, dona la pace alla mia vita, aiutami a riflettere su tutto con calma, a non farmi prendere dal panico quando le cose vanno male. Aiutami a non arrabbiarmi ma ad accettare le cose come vengono, giorno per giorno. Aiutami a non essere nervoso e a mantenere la calma, quando devo fare qualcosa d’ importante. Aiutami a rimanere sereno, per quanto irritanti possano essere le cose e le persone. Aiutami a ridere per mostrare a tutti la gioia che tu mi metti nel cuore . Amen.

 

Appuntamenti:

giovedì
dalle 17:30 alle 18:45
sabato
dalle 15:00 alle 17:30
Confessioni

venerdì
Ore 21:00
Adorazione della croce e lectio divina guidata da un membro della comunità

Tutti i giovedì
Ore 21:00
prove
di canto

Lunedì 19 marzo ore 21:00
Consiglio Pastorale parrocchiale

 

11 marzo 2012

Collegare – Bollettino della parrocchia di Collegara-San Damaso

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Un foglio per in-formare la comunità

Questa Settimana:

Questa sera
Ore 18:00 ritiro di quaresima con Enzo Bianchi
a San Pio X

giovedì
dalle 17:30 alle 18:45
sabato
dalle 15:00 alle 17:30
Confessioni

venerdì
Ore 21:00
Adorazione della croce e lectio divina guidata da un membro della comunità

martedì 13 marzo ore 21.00
incontro per animatori, catechisti, genitori collaboratori
‘La Cresima’

Lunedì 19 marzo ore 21:00
Consiglio Pastorale parrocchiale

3^ domenica di Quaresima  2012

Nel mezzo del cammin…

Siamo giunti ormai a metà del nostro cammino quaresimale e vale la pena fare un momento di verifica. Dante nella sua Commedia, che i posteri hanno definito ‘divina’ descrive un momento cruciale che si vive a metà del cammino. La selva oscura indica la confusione interiore, l’incapacità di vedere la strada, la paura del fallimento. Per lui era la crisi dell’età adulta, che chiedeva di ripercorrere il tratto di strada che lo aveva condotto a quel punto per comprendere meglio il percorso che si delineava davanti. Un percorso che non si compie da soli, abbiamo bisogno di guide, di stimoli, di compagni di viaggio. Una crisi che, in modi diversi, tutti gli adulti attraversano quando giunge il tempo della maturità piena, quando è tardi per ripensare alle scelte fatte ma è troppo presto per ‘tirare i remi in barca’.
La quaresima è una piccola vita, è un tempo simbolico che vuole rappresentare un ricambio totale, una vita nuova. Allora a metà di questa piccola vita è importante valutare il percorso fatto per comprendere la strada che si apre ai nostri occhi.
Abbiamo avuto diverse proposte e diverse possibilità per vivere questo tempo come tempo di ripensamento, di ascolto, di silenzio, cioè come tempo di conversione. Ora, a metà percorso, chiediamoci come abbiamo vissuto questo primo tratto, come abbiamo accolto la guida, i suggerimenti, le esortazioni che si sono arrivati dalla parola di Dio, dal cammino comunitario, da fra Mauro, da chi cammina con noi…
E poi ripartiamo per il tratto seguente di questa nostra piccola vita che cammina verso la luce della risurrezione.
Buon cammino
don Domenico

Martini: senza silenzio non si fa la rivoluzione

di Carlo Maria Martini
in “Avvenire” del 6 marzo 2012

Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell’esistenza, viene in mente la disabitudine alla pratica della preghiera e alle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell’Oriente, dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda.
Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, a certe impennate del cuore che, più o meno
intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L’esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanza e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici
contemplative della vita.
Lo sfondo generale lo dà la cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo tutto teso al «fare», al «produrre», ma che genera per contraccolpo un bisogno di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Sia l’attivismo frenetico sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una «fuga» dal reale. Per far evolvere questa situazione non basterà risvegliare una ricerca di preghiera, occorrerà anche purificare, orientare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le contrapposizioni tra azione, lotta e rivoluzione da un lato, e contemplazione, silenzio e passività dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento sia all’azione sia alla contemplazione. (…) Va tenuto presente anzitutto il tono esasperato che assumono le contraddizioni della civiltà industriale.
Questo rende ancor più stimolante e profetico il compito di elaborare modelli e forme di preghiera contemplativa per l’uomo d’oggi. Si può ricordare la crisi di certi adulti che, sparite certe forme tradizionali di preghiera legate al ritmo pre-industriale, faticano a trovare nuove forme. Si può ricordare la consolante richiesta di silenzio contemplativo da parte di certi giovani. E la confluenza di più civiltà nella trama internazionale della nostra società. Il confronto con le forme di preghiera provenienti soprattutto dall’Oriente può diventare uno stimolo per una più rigorosa scoperta degli originali valori della preghiera cristiana, sullo sfondo di un dialogo e di un reciproco arricchimento con altre tradizioni. La proposta di riflettere sulla dimensione contemplativa della vita intende provocare il recupero di alcune certezze che hanno patito qualche scolorimento e qualche eclissi: l’importanza del silenzio, il primato dell’essere sull’avere, sul dire, sul fare, il giusto rapporto persona-comunità. Mi pare venuto il momento di ricordare che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo. L’uomo «nuovo» – cui la fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena e la carità, un cuore capace di amare l’Invisibile – sa che il vuoto non c’è e il niente è eternamente vinto dalla divina Infinità. Sa che l’Universo è popolato da creature gioiose, e di essere spettatore e già in qualche modo partecipe dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, amore, felicità del Dio Trino. Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva solitario sulle cime dei monti, aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre.

3^ settimana

Preghiera della tavola.
Signore Gesù, vieni alla nostra tavola perché possiamo gustare, insieme a questo cibo, la gioia della tua presenza. Tu sei benedetto nei secoli dei secoli.

Sei schegge di storia per sei giorni:

Lunedì. Nel 1207 nasce in Ungheria Elisabetta, figlia del re Andrea e di sua moglie Gertrude, che era una nobildonna di Merano. I suoi genitori volendo stringere un’alleanza con un potente nobile tedesco, Ermanno I, langravio (cioè conte) di Turingia, decidono di fidanzare la figlioletta con il figlio del nobile che si chiama come suo padre, Ermanno. Così Elisabetta, a soli quattro anni di età, parte per la Turingia, dove viene allevata dalla madre del suo promesso sposo, Sofia. Alla corte impara a vivere come conviene ad una regina cattolica, quindi viene educata alla preghiera e alla carità. Dopo poco più di un anno però Ermanno, il fidanzato bambino, muore a causa di una malattia e le famiglie decidono che la bambina continui ad abitare con Sofia e che si fidanzi con il suo secondo figlio Ludovico.

Martedì. Ludovico divenne langravio a soli sedici anni, quando Elisabetta ne aveva nove, a causa della prematura morte del padre occupandosi con grande impegno del governo della sua terra. Quando Elisabetta compì quattordici anni pensarono che era giunto il tempo di sposarsi, a quel tempo molte ragazze si sposavano in età così giovane, e venne celebrato un matrimonio degno di una grande corte regale. Dopo appena un anno dal matrimonio Elisabetta diede alla luce un bambino che chiamò Ermanno come il nonno. Passati due anni ecco che nasce Sofia e dopo qualche anno Elisabetta restò incinta per la terza volta. In quel periodo il marito fu convocato a Cremona dall’imperatore Federico di Svevia, insieme a molti altri nobili del Sacro Romano Impero.

Mercoledì.  Pur essendo una regnante Elisabetta non voleva che i privilegi del suo stato la separassero dalle difficoltà del mondo. Spesso si dedicava ai malati, anche a quelli con malattie terribili e sconosciute. Nutriva con le proprie mani quelli che non erano in grado di farlo da soli, procurava un letto a chi non lo aveva, portava sulle proprie spalle i malati che non riuscivano a camminare, prodigandosi sempre, senza mai mettersi in contrasto con suo marito. Tutto quello che faceva per lei era la normalità anche se in realtà era molto diverso dallo stile di tutte le regine d’Europa. Compiva anche dei gesti che non erano ispirati alla semplice benevolenza, ma ad un rispetto profondo per le persone delle classi sociali inferiori: per esempio voleva che le donne di servizio le dessero del tu come facevano fra loro.

Giovedì. L’imperatore, per mantenere l’alleanza con il papa Onorio III, aveva organizzata una Crociata, e chiese a Ludovico di partire con lui. Nell’estate del 1227 Ludovico attraversò le montagne della Germania, valicò le Alpi tirolesi e percorse tutta la penisola italiana. Giunto a Brindisi, si ammalò di una febbre che stava facendo una vera e propria strage nell’esercito dei crociati che era arrivato nel porto pugliese; il Patriarca di Gerusalemme, che era con loro, gli diede l’estrema unzione poi lo portarono ad Otranto dove morì poco dopo. Pochi giorni dopo la sua morte, nacque sua figlia Gertrude. Alla morte del marito, Elisabetta rientrò in possesso della sua dote, e dopo aver cambiato due case si ritirò in una casa molto modesta di Marburgo rinunciando alle sue prerogative di regnante.

Venerdì. La fama di san Francesco era arrivata anche in Turingia, ed Elisabetta decise di diventare una terziaria francescana, cioè una persona che vive l’ideale di san francesco senza però entrare in convento. Per dire a tutti da che parte si può trovare la “perfetta letizia” usando tutti soldi della sua dote fece edificare un ospedale, riducendosi in povertà. Cominciò allora a mendicare aiuti, visitare ammalati, occuparsi dell’ospedale impegnandosi nei compiti più umili. Il cognato, arrabbiato con lei per questa scelta che non capiva, le rapì i figli, per educarli alla corte visto che erano destinati a diventare langravio al posto del padre il maggiore e regina la seconda sposando un principe olandese. L’ultima figlia, Gertrude, nata già orfana, decise di andare in monastero diventando poi  una brava abbadessa.

Sabato. Pur essendo molto attenta a non eccedere con le penitenze personali, per timore che potessero indebolirla e quindi renderla meno pronta all’aiuto, un brutto giorno si ammalò gravemente. I suoi genitori volevano riportarla in Ungheria e anche i cognati dissero che doveva curarsi a corte. Ma lei non volle separarsi dai poveri con cui aveva iniziato a condividere la vita e decise di rimanere nel suo povero ospedale. Morì a Marburgo il 17 novembre 1231 all’età di 24 anni, e tutti iniziarono a volerla santa. Il papa Gregorio IX la proclamerà santa quattro anni dopo e poi venne proclamata patrona dei terziari francescani.

Preghiera conclusiva della sera.
Signore, aiutaci a camminare, come Elisabetta, nella via evangelica della carità. Aiutaci a diffondere la pace, la misericordia, l’ospitalità, il perdono, come ha fatto lei sull’esempio di san Francesco. Accompagnaci nella vita di ogni giorno perché impariamo a far vedere la speranza che abbiamo nel cuore. Fa che sappiamo essere vicini a coloro che soffrono e che non ci dimentichiamo mai di loro, riconoscendo che in ogni fratello c’è Gesù Cristo, il nostro Signore e nostro Salvatore. Amen!

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