Parrocchia Di Collegara-San Damaso

6 aprile 2015

Ottava di Pasqua 5 – 11 Aprile 2015

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Preghiera del mattino

Salmo 118. Cantico di ringraziamento

Rendete grazie al Signore: egli è buono

il suo amore è per sempre!

Israele dunque proclami:

«Il suo amore è per sempre!»

la stirpe di Aronne proclami:

«Il suo amore è per sempre!»

i credenti nel Signore proclamino:

«Il suo amore è per sempre!»

Nella mia angoscia ho gridato al Signore

il Signore mi ha risposto e liberato

il Signore è con me, non ho paura

cosa può farmi un uomo?

il Signore è con me per aiutarmi

mi ergerò sui miei nemici.

È meglio rifugiarsi nel Signore

che confidare nell’uomo

è meglio rifugiarsi nel Signore

che confidare nei potenti.

Gli idolatri mi hanno circondato

nel Nome del Signore li ho annientati

mi hanno attorniato e circondato

nel Nome del Signore li ho annientati.

Mi hanno attorniato come vespe

nel Nome del Signore li ho annientati:

sono arsi come rovi nel fuoco.

Mi hanno spinto per farmi cadere

ma il Signore mi ha aiutato

mia forza e mio canto è il Signore

è lui la mia salvezza.

Grida di gioia e salvezza nelle tende dei giusti:

«La destra del Signore fa prodigi

la destra del Signore si innalza

la destra del Signore fa prodigi!»

Sono sfuggito alla morte e vivrò

per annunciare le azioni del Signore

mi ha provato, il Signore mi ha provato

ma alla morte non mi ha abbandonato.

Apritemi le porte di giustizia

entrerò per ringraziare il Signore:

«È questa la porta del Signore

per essa entrano i giusti»,

ti ringrazio perché mi hai esaudito

sei stato tu la mia salvezza!

«La pietra rigettata dai costruttori

è diventata pietra angolare»:

questo è stato fatto dal Signore

una meraviglia davanti ai nostri occhi,

questo è il giorno fatto dal Signore

esultiamo e rallegriamoci in lui.

Signore, ti preghiamo, dona la salvezza!

Signore, ti preghiamo, porta il compimento!

benedetto il veniente nel Nome del Signore!

Noi vi benediciamo dalla dimora del Signore!

Dio il Signore ci illumina:

«Rami in mano, formate il corteo fino ai lati dell’altare».

Tu sei il mio Dio e ti ringrazio

il mio Dio e ti esalto

rendete grazie al Signore perché è buono

il suo amore è per sempre!

Vangelo

domenica Gv 20,1-9

lunedì Mt 28,8-15

martedì Gv 20,11-18

mercoledì Lc 24,13-35

giovedì Lc 24,35-48

venerdì Gv 21,1-14

sabato Mc 16,9-15

Silenzio

Invocazioni

R. Gloria a te, Cristo risorto!

Benedetto sei tu che hai vissuto la nostra esistenza: salito in cielo hai portato con te la nostra umanità l’hai resa santa, gloriosa, immortale.

Benedetto sei tu, il Vivente per sempre: la potenza del tuo ricordo ci riunisce lo Spirito santo ci ricorda le tue parole.

Con gioiosa certezza noi ti sappiamo presente: tu sei in mezzo a noi quando leggiamo Mosè, i Profeti, e i Salmi, quando spezziamo il pane e beviamo ad un unico calice.

Il tuo Spirito ci consola al cuore delle nostre vicende: in te ogni assenza diventa presenza ogni separazione per te è promessa di nuova comunione.

La tua luce pasquale si leva al di là della morte: in te si rinnova la nostra giovinezza per te restiamo in attesa nella speranza del regno.

Preghiamo:

Signore Dio, questo è il giorno che tu hai fatto affinché ci rallegriamo ed esultiamo in te. All’aurora tu hai rivelato alle donne venute alla tomba il volto splendente di tuo Figlio risorto: dissipa la nostra tristezza davanti alla morte e concedici di riconoscere colui che sale a te suo Padre e nostro Padre nei secoli dei secoli! – Amen.

Padre nostro

Preghiera della sera

Salmo 110. Il Messia re e sacerdote

Oracolo del Signore al mio Signore:

«Siedi alla mia destra

finché non metterò i tuoi nemici

a sgabello dei tuoi piedi!»

Il Signore ti manda da Sion

lo scettro del tuo potere:

domina in mezzo ai tuoi nemici!

Il tuo popolo si offre a te

nel giorno del tuo potere

negli splendori del Santo, dal seno dell’aurora

a te la rugiada della tua giovinezza.

Il Signore l’ha giurato per sempre

e non si pentirà:

«Tu sei sacerdote in eterno

al modo di Melkisedek».

Il mio Signore sta alla tua destra

abbatterà i re

venuto il giorno della sua collera

giudicherà le genti.

Schiaccerà la testa che domina la terra

passerà tra cadaveri

in cammino berrà dalla fonte

terrà alto il capo.

Lettura

domenica At 10,34a.37-43

lunedì At 2,14.22-33

martedì At 2,36-41

mercoledì At 3,1-10

giovedì At 3,11-26

venerdì At 4,1-12

sabato At 4,13-21

Silenzio

Invocazioni

R. Signore, ascolta!

Presso la tomba vuota hai affidato alle donne l’annuncio pasquale: libera dalla paura i messaggeri dell’Evangelo.

Sul cammino di Emmaus hai spiegato ai discepoli la Legge e i Profeti: apri la nostra mente all’intelligenza delle Scritture.

Nella camera alta hai consegnato la pace ai tuoi amici: aiutaci a custodire la pace con l’amore del nemico.

Sulla riva del lago hai fatto di Pietro il pastore delle tue pecore: sostieni con il tuo Spirito la guida della nostra comunità.

Sul monte indicato hai radunato i discepoli dispersi: dona l’unità nella fede e nella carità ai credenti in te.

Preghiamo:

Dio onnipotente, attraverso la croce di tuo Figlio tu ci hai rivelato il tuo amore

e attraverso la sua debolezza la tua potenza: la luce del Risorto illumini i nostri occhi e noi sapremo riconoscere nei più umili i tratti dell’Agnello pasquale, Gesù Cristo. Esaudiscici nel tuo amore per i secoli dei secoli.- Amen.

Padre nostro

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12 gennaio 2015

Vangelo E Commento Domenica 11 Gennaio – Battesimo Di Gesù

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Giovanni Bellini - Battesimo Di Cristo tempera su tela Chiesa di Santa Corona, Vicenza

Giovanni Bellini – Battesimo Di Cristo
tempera su tela
Chiesa di Santa Corona, Vicenza

Dal Vangelo secondo Marco 1,7-11.
In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.
Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.
E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba.
E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

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Battesimo di Gesù

Figli amati, fratelli amati

Il vangelo secondo Marco è sobrio ed essenziale. Subito dopo il titolo presenta Giovanni il Battista ma senza dilungarsi su di lui o sul contenuto della sua predicazione perchè solo Gesù è la figura decisiva per la salvezza, quindi è solo su di lui che si concentra la narrazione. Giovanni con il suo battesimo fatto con l’acqua è semplicemente la preparazione ad una immersione più importante e profonda che potrà fare Gesù, l’immersione nello Spirito.

Nel racconto del battesimo, quello che interessa all’evangelista è presentare e accreditare Gesù. Gesù arriva sulla scena da Nazaret, paese sconosciuto, fuori da qualsiasi attesa e qualsiasi profezia, in Galilea, territorio promiscuo dove convivono ebrei e pagani. Viene a farsi battezzare quindi è come se volesse dichiararsi peccatore, è lì in fila come gli altri, mescolato ai peccatori. Anche la sua fine sarà così: condannato per bestemmia e crocifisso fra due briganti. Proprio questa sua solidarietà con i peccatori però è il compimento della volontà di Dio, il motivo del suo compiacimento.

Lo scopo del racconto è dunque fare un’epifania, cioè una manifestazione, una presentazione di Gesù che avviene attraverso la visione interpretativa, cioè l’apertura del cielo, la discesa dello Spirito e la voce celeste.

Il cielo si apre non perchè si possa guardare in alto attraverso di esso ma per permettere alla voce di scendere. È un’apertura che svela. Anche lo Spirito scende non per trasformare Gesù ma per svelare chi è, così come la voce che attesta semplicemente la sua figliolanza e il compiacimento del Padre.

Già prima dicevo che il compiacimento del Padre nasce dalla solidarietà di Gesù con i peccatori: questo è il motivo e il senso della sua venuta, stare accanto ai malati, non ai sani, accogliere i peccatori non i giusti.

In questo Gesù si distingue da tutti gli altri grandi personaggi religiosi: Buddha, all’inizio del suo ministero, fa un’omelia che converte tutti, Maometto compie un miracolo, Confucio vienne acclamato e portato all’accademia degli intellettuali… Gesù si mette in fila con i peccatori.

Lo stile di Dio è amare la bassezza, ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, l’emarginato, il debole. Lui posa gli occhi proprio dove l’uomo è portato a distogliere lo sguardo, non si vergogna di accostarsi a ciò che è vergognoso e disonorevole. Questa predilizione del Padre per gli ultimi, l’amore per ogni persona in qualsiasi condizione si trovi viene comunicato agli uomini in Gesù: è lui che battezzerà, cioè immergerà, nello Spirito, cioè avvolgerà ciascuno dell’amore di Dio.

Dio ha pronunciato su Gesù una parola: “Tu sei il mio figlio amato”, e Gesù ha risposto con tutta la sua vita rivolgendosi a lui con confidenza, chiamandolo Abbà, cercandolo con perseveranza e vivedo una fraternità piena con gli uomini, fino a donare completamente la vita. Nel racconto di Marco battesimo e crocefissione si richiamano in modo evidente: lo squarcio del cielo diviene squarcio nel velo del tempio, l’affermazione del Padre è ripresa dal centurione, Gesù è in mezzo a due ladri come all’inizio era in mezzo ai peccatori. Questi richiami del testo ci dicono che la via del battesimo, la via della figliolanza è inseparabile dalla croce, dal martirio.

Questa via è anche la nostra via: anche su di noi, nel battesimo, viene pronunciata una parola da Dio, anche a noi viene detto: ‘Tu sei mio figlio’. La risposta della vita è quella che ha dato Gesù, una risposta fatta di fraternità, di condivisione, di fedeltà a ciò che è misero e disprezzato, una risposta che è fedeltà al vangelo che non può mai ottenere successi mondani, approvazione totale, perchè il vangelo è sempre un giudizio sul mondo, sulla logica del potere, sul successo. Il vangelo è sempre incompreso dal mondo, che a volte cerca di annullarlo attraverso l’ostilità ma, ancora più spesso attraverso l’insignificanza, cioè cercando di renderlo una banale via di etica umana che rasenta la buona educazione, una sorta di galateo.

Il vangelo non è una buona educazione ma una scelta radicale della giustizia e del bene, di quel sommo bene che è Dio Padre e della giustizia per tutti gli uomini, figli e fratelli. Il grande dolore di un genitore è vedere i figli che si separano, che litigano, che non sanno condividere; il compiacimento del Padre nasce dalla piena solidarietà fra fratelli, dall’unità profonda fra l’amore per Dio e per ‘chi da Dio è stato generato’.

Commento di don Domenico Malmusi

23 luglio 2014

Tempo Ordinario 20 – 26 Luglio 2014

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Preghiera del mattino

Salmo 25A. Invocazione di aiuto in un’umile fiducia

A te, Signore, mi rivolgo
a te, mio Dio, m’abbandono,
non permettere che io soffra l’infamia
non esultino su di me i miei nemici
chi spera in te non resti confuso
sia confuso, ridotto a nulla chi rinnega.

Signore, fammi conoscere le tue vie
fammi discernere i tuoi sentieri,
guidami nella tua fedeltà, istruiscimi
perché sei tu il Dio che mi salva.

In te io spero tutto il giorno
a causa del tuo amore, Signore
ricorda, Signore, la tua misericordia
il tuo amore che è da sempre,
dimentica le mie rivolte e i peccati della mia giovinezza
nel tuo amore ricordati di me.

Buono e retto è il Signore
egli insegna la via ai peccatori
fa camminare gli umili nella giustizia
agli umili insegna la sua via.

Tutte le vie del Signore sono amore e fedeltà
per chi osserva l’alleanza e i suoi precetti
Signore, in grazia del tuo Nome
perdona la mia colpa che è grande.

Vangelo
domenica Mt 13,24-43
lunedì Mt 12,38-42
martedì Gv 20,1-2.11-18

mercoledì Gv 15,1-8
giovedì Mt 13,10-17
venerdì Mt 20,20-28
sabato Mt 13,24-30

Silenzio

Invocazioni

R. Kyrie, eleison!

La nostra vita interiore cresca ogni giorno, il nostro vissuto quotidiano
abbia sempre in essa la sua radice.

Vogliamo lavorare nella pace, senza turbamento, senza distrazione, nonostante la fretta, le contrarietà,
la mancanza di tempo.

Il nostro lavoro si trasformi in un servizio consapevole verso Dio, verso i fratelli, verso ogni creatura.

Ogni parola ascoltata sia per noi insegnamento
ogni parola detta sia motivo di consolazione.

Solo attraverso il silenzio prepariamo la pace, solo con una rinnovata carità potremo custodirla.

Preghiamo:
Dio nostro Padre, noi ti rendiamo grazie perchè sei sempre accanto a noi e ci custodisci nel tuo amore:
fa’ che seguendo tuo Figlio Gesù siamo pieni di sollecitudine fraterna e vivremo questa giornata nella diaconia reciproca e nella lode a te benedetto nei secoli dei secoli. – Amen.

Padre nostro

Preghiera della sera

25B. Invocazione di aiuto in un’umile fiducia

C’è un uomo che teme il Signore?
sarà istruito sulla via da scegliere
attraverserà la notte nel bene
la sua discendenza possederà la terra:
l’intimità del Signore per chi lo teme
la sua alleanza per chi lo conosce.

I miei occhi sono sempre rivolti al Signore
è lui che libera dal laccio il mio piede
volgi a me il tuo volto e abbi pietà
un povero, un solitario io sono.

Le angosce invadono il mio cuore
fammi uscire da tutti i miei tormenti
guarda la mia miseria e la mia fatica
e porta tutti i miei peccati.

Vedi quanti sono i miei nemici
mi avversano con odio violento
riscattami, proteggi la mia vita
in te mi rifugio, non confondermi.

Integrità e rettitudine mi custodiranno
perché ho sperato in te
o Dio, libera Israele da tutte le sue angosce.

Lettura
domenica Sap 12,13.16-19
lunedì Mi 6,1-4.6-8
martedì Cant 3,1-4
mercoledì Gal 2,19-20
giovedì Ger 2,1-3.7-8.12-13
venerdì 2Cor 4,7-15
sabato Ger 7,1-11

Silenzio

Invocazioni

R. Noi invochiamo il tuo amore!

La tua parola, o Padre, è tuo Figlio Gesù Cristo:
mettila come segno sulla nostra fronte
come amore nel nostro cuore.

La tua benedizione, o Padre, è tuo Figlio Gesù Cristo: ponila come speranza davanti ai nostri occhi, come croce luminosa davanti al nostro sguardo.

La tua luce, o Padre, è tuo Figlio Gesù Cristo: sia l’Oriente che ci indica il cammino, la lampada che illumina i nostri passi.

Il tuo perdono, o Padre, è tuo Figlio Gesù Cristo: sia riconciliazione tra di noi fratelli, inesauribile misericordia,
sempre rinnovata.

La tua fedeltà, o Padre, è tuo Figlio Gesù Cristo: sia la Roccia della nostra alleanza, il fondamento su cui costruire la tua comunità.

Preghiamo:
Signore nostro Dio, alla fine di questo giorno noi presentiamo a te i nostri fratelli: quelli che in questa notte lavorano quelli che per la sofferenza sono privati del sonno, quelli che riposano. Tutti siano da te illuminati e su di essi si estenda la tua misericordia fino a quando brillerà il tuo giorno e tuo figlio vorrà essere con noi per sempre. – Amen.

Padre nostro

18 marzo 2014

Appuntamenti della settimana

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-MERCOLEDI ORE 21 : Prove dei Canti di Quaresima- Pasqua
 
-VENERDI ORE 21 : Preghiera davanti alla Croce
 
-SABATO ORE 18 : MESSA PREFESTIVA
 
-DOMENICA ORE 8,30 – 11,15   MESSE FESTIVE
 
DOMENICA ORE 18 CHIESA SAN PIO X : Spettacolo teatrale sulla vita di Zaccheo

6 marzo 2014

Vangelo E Commento Mercoledì Delle Ceneri

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15 dicembre 2013

Vangelo E Commento Domenica 15 Dicembre III Tempo Di Avvento

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Masaccio - Martirio Di San giovanni Battista

Masaccio – Martirio Di San Giovanni Battista

Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11.
Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:
I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,
e beato colui che non si scandalizza di me».
Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?
Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re!
E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta.
Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te.
In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

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III Tempo di avvento

Attendere con pazienza

Il profeta Isaia annuncia con toni esaltanti la venuta del Messia. A noi possono sembrare addirittura esagerati, ma il popolo del tempo di Gesù sa che le promesse di Dio non sono solo parole. La storia aveva già mostrato a loro la potenza di Dio, nell’esodo, nel ritorno dall’esilio, nel tempio ricostruito… quindi Dio è credibile, visto che mantiene le promesse e con lui è credibile il profeta, così come è credibile Gesù che Giovanni ha conosciuto e riconosciuto. Ora però Giovanni si trova solo, imprigionato a causa della verità, lontano dalla folla, quasi dimenticato. Nonostante la prigionia però conosce la predicazione di Gesù, il suo stile, ma non riesce ad interpretare tutto questo ed è assalito dal dubbio.

Il dubbio però fa parte della fede, la storia di fede di ciascuno è fatta di zone luminose, zone buie e zone grigie, come la nebbia di questi giorni. E sono aspetti importanti perché permettono di prendere un po’ di distanza dalle nostre certezze, che spesso sono più rigidità che solidità. Prendendo distanza, cioè ponendosi in una prospettiva diversa dalla propria si può aprire un cammino di vero rinnovamento. Ed è questo che fa Giovanni: per lui Gesù è un messia al contrario: non fa un giudizio come il Battista preannunciava ma incontra i peccatori, condivide la tavola con loro, rimette i peccati. Pranza anche con i farisei, criticati duramente da Giovanni (li definiva ‘razza di vipere’) e non ha nessuno di quei segni di potenza che ci si aspettava: è povero, fragile, umile. Davanti a questi segni contrari però Giovanni lui continua ad affidarsi alla parola di Dio, quella verità che ha riconosciuto in Gesù, e chiede a lui l’ultima parola, chiede a lui la conferma. Qui sta la forza della sua fede.

Gesù non risponde direttamente ma rimanda alle opere che compie, è la sua vita, l’integrità e la coerenza che la caratterizzano che parlano e che diventano segno e, l’ultimo segno ricordato da Gesù, per quanto apparentemente meno significativo ed eclatante degli altri, è quello più specifico: è proprio la predilezione per i poveri che rivela la novità di Gesù e, da allora in poi, è la connotazione specifica di ogni santo. Schierarsi con coraggio dalla parte dei più deboli e dei più poveri, prendersi cura di loro è ciò che rende credibile un cammino cristiano. In realtà anche i segni miracolistici possono avere una interpretazione meno sensazionalistica: ‘i ciechi vedono e gli storpi camminano’ dove si opera il bene, dove si liberano gli uomini e le donne dalle loro oppressioni, è in questo modo che è predicata la buona notizia, ponendo segni concreti di novità, ed è lì che possiamo incontrare colui che abbiamo aspettato e che è l’oggetto della nostra speranza.

Il tema dell’interpretazione è molto importante, non basta accogliere la scrittura nella sua lettera, occorre dare una interpretazione: nella Scrittura si trova il Messia atteso da Giovanni ma anche il ‘Messia al contrario’ realizzato da Gesù, si trovano i racconti di miracoli che rinnovano le cose e l’invito a rinnovare la propria vita in modo da poter vedere i miracoli. Occorre leggere la Scrittura, così come si deve leggere la vita, non semplicemente vedendo e sentendo ma cogliendo il senso profondo di ciò che si vede e ascolta. La vita e la Scrittura sono strettamente legate, vivere senza sentire il gusto di ciò che si vive è il dramma del nostro tempo, legato all’essere sempre di corsa, in modo affannoso senza il tempo di dare senso alle cose ed è ciò che rende difficile anche la comprensione della Scrittura.

Gesù dopo aver mandato la risposta a Giovanni, rivolto alle folle chiede insistentemente per tre volte: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto?” proprio perché chi lo ascolta compia questa operazione di profondità, di comprensione. Queste domande sono ora rivolte a noi come se il vangelo volesse costringerci a riflettere, a scavare dentro l’esperienza e dentro di noi.

Scavare in noi stessi con la pazienza dell’agricoltore, ribadisce la seconda lettura, atteggiamento fondamentale per chi vuole vivere nella storia l’attesa del Regno. L’attesa non lascia spazio alla fretta, ma soltanto alla cura del desiderio e alla costanza.

Commento di don Domenico Malmusi

10 ottobre 2013

Vangelo E Commento Domenica 6 Ottobre

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Rubens - Il trionfo della fede

Rubens – Il trionfo della fede

Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10.
Gli apostoli dissero al Signore:
«Aumenta la nostra fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

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XXVII domenica per annum

Da padroni a servi

Chi ha fatto le scelte dei brani evangelici per la liturgia a volte ha compiuto dei tagli che risultano un po’ incomprensibili. Sapere da dove nasce la domanda degli apostoli è molto importante per comprendere la risposta di Gesù. Nei versetti precedenti del brano letto oggi si dice così: 17,1Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. 4E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: «Sono pentito», tu gli perdonerai»”. A questo punto i discepoli sono un po’ sconcertati, come noi del resto! L’essere attenti a noi stessi in modo così assiduo da non creare nemmeno il minimo inciampo a chi è piccolo è veramente impegnativo. E poi il perdono! È quasi impensabile l’idea di perdonare una volta, impossibile ritenere di farlo due volte (la prima volta si perdona, ma la seconda si bastona) Gesù pretende addirittura che sia fatto sette volte al giorno! Di fronte a questa richiesta in vista della sequela il discepolo scopre la scarsità della propria fede, la sua incapacità a tradurla in vita concreta.

La richiesta conseguente è dunque quella di aumentare questa fede scarsa, ma Gesù, utilizzando l’immagine del granello di senape dice che in realtà ne basta poca, purché sia autentica, attiva. Bisogna che la fede sappia esprimere la vitalità che è propria di quello che è il più piccolo di tutti i semi, ma che ha la forza di dare vita ad un grande albero. Subito dopo questa immagine di fecondità e di forza c’è un altro paragone, molto efficace per quanto stranissimo: il gelso è abbarbicato alla terra in modo coì saldo che neppure le tempeste riescono a sradicarlo. Ebbene, un briciolo di fede può sradicarlo e trapiantarlo nel mare che per un ebreo indica il caos, la morte. Ma cos’è la fede? È quella realtà che lega l’uomo a Dio in un rapporto di alleanza, di conoscenza profonda. È un atteggiamento che coinvolge interamente la persona, perché è adesione interiore, spirituale che si riflette in azioni e atteggiamenti quotidiani. È aderire con tutto se stessi a Dio che ci ha amati per primo, un mettere la fiducia solo in lui rimanendo saldi perché non misuriamo più le possibilità a partire da noi, ma a partire dall’amore di Dio verso di noi.

La fede è anche alla base dell’autorità degli apostoli: Luca, che è molto attento alle parole che usa, lo sottolinea dicendo che se avessero fede quanto un minuscolo granello di senape, potrebbero farsi “obbedire” anche da un albero a cui viene ordinata una cosa folle. Solo la fede consente al predicatore, al missionario, all’apostolo – cioè a ciascuno di noi, divenuto nel battesimo sacerdote, re e profeta – di farsi eco dell’azione e della Parola di Dio attraverso la propria azione e la propria parola e di suscitare nel destinatario un legame a Dio che fa ripartire la circolarità di fede, annuncio, testimonianza.

A questo punto, dopo l’insegnamento sulla forza della fede Gesù fa un paragone, che non vuole descriverci i comportamenti di Dio verso l’uomo, bensì indicare come deve essere il comportamento del discepolo verso il Signore: un comportamento di totale disponibilità, senza calcoli, senza pretese. È interessante notare che Gesù prima paragona gli apostoli a dei padroni che hanno dei servi, poi direttamente a dei servi, e per di più, inutili. Il passaggio dall’“avere un servo” all’“essere servi” è molto significativo: è il cammino di Gesù che da ricco che era si è fatto servo di tutti. Nella comunità cristiana non vi sono padroni e servi, ma vi sono dei fratelli che si fanno servi dell’unico Signore e maestro e quindi servi gli uni degli altri. L’autorità, nella chiesa, deve passare attraverso il vaglio dell’umiltà e del servizio dimostrando così che l’unica signoria è quella di Gesù, venuto per servire e non per essere servito. In settembre, parlando a chi si prende cura dei rifugiati a Roma, papa Francesco ha detto: “Servire. Che cosa significa? Servire significa accogliere la persona che arriva, con attenzione; significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Solidarietà, questa parola che fa paura al mondo sviluppato. Cercano di non dirla. Solidarietà è quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione. Da qui vorrei che partisse una domanda per tutti: mi chino su chi è in difficoltà oppure ho paura di sporcarmi le mani? Sono chiuso in me stesso, nelle mie cose, o mi accorgo di chi ha bisogno di aiuto? Servo solo me stesso o so servire gli altri come Cristo che è venuto per servire fino a donare la sua vita? Guardo negli occhi di coloro che chiedono giustizia o indirizzo lo sguardo verso l’altro lato per non guardare gli occhi?”  

Commento di don Domenico Malmusi

15 settembre 2013

Vangelo E Comento Domenica 15 Settembre

Guercino -Il Ritorno Del Figliol Prodigo

Guercino -Il Ritorno Del Figliol Prodigo

Dal Vangelo secondo Luca 15,1-32.
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».
Allora egli disse loro questa parabola:
«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?
Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento,
va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.
Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova?
E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta.
Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te;
non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.
Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi.
Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,
perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze;
chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.
Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo.
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo.
Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;
ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

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XXIV domenica per annum

Crisi e libertà

Il capitolo 15 del vangelo secondo Luca contiene una parabola. Noi siamo abituati a leggere questi racconti di Gesù come se fossero tre storie diverse, ma il testo è molto chiaro: “Gesù disse loro questa parabola”, una sola dunque, fatta di quattro scene diverse. Le prime tre sono un crescendo drammatico: un pastore perde una pecora su cento, poi una donna una moneta su dieci e, infine, un padre che perde un figlio su due. Come un ritornello ogni scena si conclude con una grande festa. Raccontando questa storia Gesù intende mostrare l’agire di Dio, che è mosso unicamente dalla misericordia. Dio, conosciuto già da Israele come Padre, rivela qui un volto che è anche materno, il volto di chi si lascia smuovere dalle “viscere di misericordia”, espressione biblica che ha a che fare con le contrazioni dell’utero. I giusti però sono invidiosi di questa misericordia di Dio e si irritano: vorrebbero un altro tipo di padre, più severo, più giudice, meno padre. A questo Gesù risponde con la quarta scena, che ci disorienta perché ci obbliga a ripensare tutto ciò che riguarda la nostra relazione con Dio e con i fratelli, soprattutto se ricordiamo che l’amore a Dio e l’amore ai fratelli fanno parte dell’unico grande comandamento.

Dio, nell’esperienza di Israele, che è la visione biblica e quindi anche cristiana, è il liberatore, colui che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Ma questa idea di libertà è stata offuscata dalla tradizione religiosa tanto che ambedue i figli di questo padre – che è Dio, un padre umano non sarebbe mai né così remissivo né così misericordioso – non lo sentono come liberatore ma come minaccia alla loro libertà. Il primo scalpita, vuole ribellarsi, vuole vivere, cerca di fuggire da questo padre. Naturalmente con i suoi soldi, perché da solo farebbe troppa fatica a procurasene. La storia di questo figlio, iniziata con la pretesa “dammi” si conclude con l’esperienza che “nessuno gliene dava”. Il secondo invece è rassegnato, è schiavo, talmente asservito da non sentire più nemmeno il desiderio di riscattarsi, di essere libero. Per questo è rinchiuso nella gelosia e nel risentimento che gli fanno dire a suo padre: “Io ti servo da tanti anni e tu non mi hai dato mai un capretto…” eppure il testo dice che il padre ha diviso tutte le sostanze fra i due figli. Paradossalmente il figlio maggiore avrebbe potuto dire: “A me hai lasciato l’azienda e a mio fratello i soldi liquidi, ora questa casa è mia, tu puoi andartene a cercare un’altra!”

Il percorso tracciato dalla parabola è il percorso della crisi ed è un itinerario necessario nella vita di ciascuno: è la crisi che porta a diventare veramente uomini e donne maturi se si riesce ad attraversare ciò che si è e vivere con consapevolezza il proprio “stare a casa”. Ad un certo punto della vita si avverte la ribellione (non voglio più stare dove sono, spaccherei tutto, fuggirei…) oppure la depressione (sento il peso e la fatica di quello che faccio, niente mi dà soddisfazione…). Di fronte a questi sentimenti che si radicano nel cuore occorre trovare il coraggio di rifondare la propria esistenza rinnovando la propria appartenenza a quella casa e quella famiglia.

Qui entra in gioco la figura del Padre, la vera rivelazione di Dio che non smette di aspettare e cercare l’uomo. È molto interessante notare che nelle prime due scene della parabola il pastore e al donna si danno molto da fare per cercare la pecora e la moneta, mentre il Padre non va alla ricerca del figlio, ma semplicemente lo aspetta. La parabola fa emergere la forza dell’impotenza del padre, che appare arrendevole: non mette in guardia il figlio minore dai pericoli a cui può andare incontro, quando ritorna non lo rimprovera, non dice “te l’avevo detto”, non gli chiede di fare penitenze o espiazioni e nemmeno di “fare i conti” prima di essere eventualmente riammesso nella casa che ha abbandonato. E proprio questo amore incondizionato che permette al giovane per fare esperienza del perdono.

Il padre, che aveva atteso il figlio minore, ora esce incontro al figlio maggiore, non lo costringe ad entrare, non lo rimprovera, ma lo prega, restando nella dolcezza dell’amore: ed è proprio grazie a questo atteggiamento che il figlio può esprimere tutta la sua rabbia e il suo rancore. Il padre accoglie con benevolenza anche l’espressione del suo odio per il fratello e del suo risentimento verso di lui, senza scandalizzarsi ma ricordandogli semplicemente che lui stesso è un figlio e che colui che è tornato è “suo fratello”. Questo atteggiamento esprime la fiducia che egli concede al giovane, la possibilità concreta di rinascere come figlio e non più come servo. La stessa cosa che al minore viene comunicata con l’abbraccio accogliente. Solo questo amore incondizionato può fare della chiesa il luogo della riconciliazione, della fraternità, della trasmissione dell’amore e della condivisione della gioia. Solo quell’amore fa della chiesa il luogo del perdono e della festa.

Commento di don Domenico Malmusi

26 agosto 2013

Vangelo E Comento Domenica 25 Agosto

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Sandro Botticelli - Punizione Dei Ribelli

Sandro Botticelli – Punizione Dei Ribelli

Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30.
Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose:
«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete.
Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze.
Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!
Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».

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XXI domenica per annum

Dello stesso paese, stessa cultura.

Il vangelo di oggi inizia con l’annotazione che Gesù sta camminando verso Gerusalemme. Sembra una cosa banale ma in realtà è molto importante: indica la tensione di Gesù verso il compimento del senso della sua esistenza, ci mostra che tutto il suo agire ha sempre come orizzonte il dono della vita nella città santa di Gerusalemme. In questo contesto diventa molto importante la domanda che gli viene posta, perché sembra quasi un riconoscimento della sua missione: Gerusalemme è il luogo della salvezza, il luogo a cui confluiranno tutte le genti, dice la prima lettura, per questo coloro che in qualche modo ‘appartengono’ a Gerusalemme, cioè gli ebrei in particolare quelli osservanti, presumono di avere un diritto di precedenza al tempo della manifestazione del salvatore, che potrebbe essere imminente. Ma a Gesù non interessa la domanda accademica che sa di dibattito sterile, quello che gli interessa è togliere all’uomo che lo interroga la falsa sicurezza che gli viene da una concezione illusoria dell’appartenenza al Signore. La risposta di Gesù dunque ribalta la domanda, non c’è più l’interesse sul numero ma cosa fare per non essere esclusi, cioè da una domanda sugli altri si passa a qualcosa che riguarda se stessi.

Per prima cosa Gesù invita a lottare. Sforzatevi non è la traduzione migliore, il verbo indica di più l’idea del combattere, lottare, allenarsi. Anche Gesù ha lottato nella sua vita, il momento delle tentazioni e il momento del Getsemani sono descritti come momenti di grande lotta. Lo sforzo a cui ci invita Gesù non è lo sforzo sterile e sfibrante che facciamo nelle nostre lotte di potere, nella continua gara a cui il mondo ci costringe per primeggiare, per arricchire. Questi sforzi tolgono le energie, ci lasciano sempre più svigoriti e amareggiati, tolgono la gioia di vivere. Non si tratta di sgomitare per giungere davanti alla porticina per primi. Lo sforzo che indica Gesù è quello dell’atleta in allenamento, uno sforzo costante, sicuramente faticoso, ma che permette all’uomo di partire dalle proprie forze per diventare sempre più forte e sempre più vivace e incisivo. L’idea principale mi sembra la costanza, la fedeltà.

Lo scopo dello sforzo è quello di passare dalla porta stretta, un’immagine sicuramente oscura per noi. Ma se pensiamo alle città antiche sia medievali che dei tempi di Gesù forse riusciamo a comprenderla meglio. Come sappiamo le città erano circondate da mura e, al calare delle tenebre, le porte venivano chiuse, non solo quelle della città ma anche quelle dei grandi palazzi. Rimaneva l’accesso solo da una porticina: non si poteva sfuggire; se volevi entrare dovevi passare per quella, in un certo senso venivi misurato da quella piccola porta. Ecco cosa dice Gesù: occorre presentarsi uno alla volta davanti a quella piccola porta per essere riconosciuto. Il padrone che chiude la porta non è immagine di rifiuto o di condanna, ma semplicemente della necessità di essere riconosciuti. La risposta del padrone a quelli che bussano è proprio: “Non vi conosco, non so di dove siete”. E il vangelo è molto chiaro e diretto, coloro che si sentono dare questa risposta sono coloro che si vantano: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze” cioè: abbiamo frequentato la chiesa, partecipato alla tua cena, ti abbiamo organizzato mega raduni… Ma non è questo che ha predicato Gesù. Non ha predicato una religione dell’apparenza, il cercare rilevanza con le forze del mondo, vivere la liturgia come un accumulo di punti paradiso. È un’altra cultura questa, come se si fosse di un altro paese, con un’altra lingua, un altro modo di vedere la vita: “Non vi conosco, non so di dove siete”. Bisogna avere nel cuore la cultura di Gesù, la sua lingua, il suo modo di pensare e di intendere la vita. Bisogna agire con lo stesso interesse di Gesù, compiere la volontà del Padre.

Gesù rovescia le concezioni del mondo: “Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”, ma non semplicemente scambiando le posizioni da discendenti ad ascendenti, dove la classifica resterebbe identica, non dice che tutti i primi saranno ultimi, ma che il nostro modo di misurare non è corretto. La misura è Gesù: i nostri pensieri, il nostro modo di vedere la vita, i nostri interessi devono essere ricalcati sui suoi fino a quando non avremo, come lui, la sensazione di essere in presenza di un mondo lontano, capovolto, alieno alla nostra vita. Quando capiremo veramente di non essere del mondo, come Gesù non era del mondo, di avere altri interessi e altri pensieri, come Gesù aveva altri interessi e altri pensieri, non possiamo dire di essere come lui, di avere la sua cultura, il suo stile, la sua concezione di giustizia.

E il rischio è quello di sentirsi dire: “Non so di dove siete, allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”.

Commento di don Domenico Malmusi

11 agosto 2013

Vangelo E Commento Domenica 11 Agosto

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Il Buon Pastore - Catacombe Di Santa Priscilla, Roma

Il Buon Pastore – Catacombe Di Santa Priscilla, Roma

Dal Vangelo secondo Luca 12,32-48.
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma.
Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese;
siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa.
Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo?
Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro.
In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse;
quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

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XIX Tempo per annum

I fianchi cinti

Il lungo brano di vangelo che ci invita alla vigilanza si apre con queste parole: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno». Sono parole belle e importanti, che ci danno consolazione ma che, soprattutto ci dicono chi siamo e chi è Gesù per noi. Per prima cosa è importante notare che se noi siamo gregge Gesù è il nostro pastore, colui che porta ai pascoli migliori, che dona la vita eterna, che spende la sua vita per le pecore e che nessuno le strapperà dalla sua mano. Noi però non siamo semplicemente gregge ma un piccolo gregge. Piccolo non solo perché oggi siamo dispersi dalle vacanze estive e ci troviamo qui in pochi e nemmeno perché ormai la Chiesa in Italia è formata da un’esigua minoranza: la Chiesa da sempre è chiamata ad essere piccola, a lottare contro la tentazione di primeggiare nel mondo con gli strumenti del mondo, a porre la sua fiducia solo nel Padre e nel suo Regno. La Chiesa è chiamata ad attendere il suo Signore vivendo il comando del Signore stesso.

Il testo continua dicendo di tenersi pronti, con i fianchi cinti e le lucerne accese, proprio come si tenne pronto il popolo dell’Esodo in attesa dell’ordine di partenza. Vorrei allora riflettre a partire da tre immagini contenute nel testo: la notte, la cintura ai fianchi, le lampade accese.

Dice il vangelo che il padrone giunge nella notte. L’immagine del ladro immediatamente successiva può condurci a interpretare in modo negativo questa venuta, come se volesse sottrarci qualcosa, mentre il vangelo vuole solo evidenziare l’imprevedibilità dell’arrivo. Il Signore viene nella notte, nella nostra notte, quando ci sentiamo nel buio, quando non è tutto così chiaro, ci si sente nell’incertezza, viene nell’imprevedibilità della vita. Nel testo della Sapienza, la prima lettura che abbiamo ascoltato, gli ebrei ricordano la loro grande notte: “la notte della liberazione desti al tuo popolo, Signore, una colonna di fuoco, come guida in un viaggio sconosciuto, e come un sole innocuo per il glorioso emigrare”. ‘Glorioso emigrare’ è una definizione forte per una partenza notturna, per il camminare nel mare, vagare nel deserto quarant’anni… Glorioso emigrare, perché era il viaggio verso la libertà, lontano dai faraoni, fuori da un servire da schiavi, ma proprio questo è costoso, è incerto, buio. Di notte occorre fidarsi, non pretendere di vedere.

Per il viaggio occorrono i fianchi cinti, come per chi lavora e non vuole essere impedito nel suo servizio. E nella parabola è il padrone che cingendo i suoi fianchi si mette a servire. Gesù ci ha dato l’esempio: si è cinto i fianchi e ha lavato i piedi ai discepoli, come fa il servo, per amore, per mostrare che lui non vuole padroni e servi, ma amici che provvedono l’uno all’altro. E ci ammonisce dicendoci che non possiamo pensare di approfittare della sua assenza per farla da padroni, rischio che nella chiesa è soprattutto di noi preti ma nel mondo, abbiamo imparato al Sermig, è veramente il rischio di tutti noi occidentali, di tutti noi ricchi (il novanta per cento degli abitanti della terra vive con meno di un decimo di ciò che abbiamo noi e il 43% è sotto la soglia della povertà). Nella parabola c’è una condanna molto dura per l’amministratore che approfitta del ritardo del Signore per percuotere, mangiare, bere, ubriacarsi. L’autorità, così come la ricchezza, è conferita per distribuire equamente, per prendersi cura, non per creare guerra, diseguaglianza, sfruttamento. Non è colpa mia se nel mondo c’è la fame, però è responsabilità mia che ho molte possibilità dividere in modo più equo i beni del mondo. Certo non possiamo pretendere di rendere il mondo più giusto in un momento, con le nostre sole forze però possiamo prenderci cura delle cose di ogni giorno, delle relazioni di ogni giorno, della casa, della strada, della città, dei volti di ogni giorno, come se ci fossero stati affidati dal Signore come amici, colleghi, persone di cui siamo responsabili.

Infine, le lucerne accese. Visto che si cammina nella notte, che le situazioni della vita non sono di così facile né immediata interpretazione, che discernere i segni dei tempi è un compito difficile, è importante avere una luce in questa notte. Gli ebrei dell’Esodo avevano la colonna di nube e di fuoco, segno della presenza di Dio, per noi questa presenza è la Parola. Dice il salmo 119: “Lampada per i miei passi è la tua parola”: una Parola ascoltata, meditata e condivisa permette di vedere il bene, di sentirne la responsabilità, la bellezza. E quindi di cingersi i fianchi e mettresi a servire.

 

Commento di don Domenico Malmusi

 

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