Parrocchia Di Collegara-San Damaso

25 settembre 2015

Vangelo E Commento Domenica 20 Settembre

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Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà».
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

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XXV Tempo ordinario.

Una vita sconvolta

Il racconto di oggi mette in evidenza un progressivo aumento d’intimità fra Gesù e le persone che gli stanno intorno. Con lui ci sono i discepoli, che non sono solo i Dodici, ma un gruppetto più eterogeneo di cui fanno parte anche alcune donne, forse con i figli, visto che ad un certo punto compare, misteriosamente un bambino.

All’inizio del racconto si trovano in Galilea, una regione marginale, cercando di rimanere il più possibile in incognito. Gesù dà un insegnamento difficile, rivolto a persone ‘iniziate’, cioè che hanno già fatto tanta strada con lui, che sono pronti ad un approfondimento della propria storia di fede. Hanno bisogno di starsene per conto proprio, quindi camminano su strade deserte. Poi si entra in casa, lontano da orecchie indiscrete e qui Gesù pone una domanda personale, che smaschera i desideri di ciascuno. I discepoli sono qui descritti come persone che tacciono per paura: hanno paura di interrogare Gesù per farsi spiegare meglio ciò che annuncia, hanno paura di rivelare ciò di cui stanno parlando, meglio tacere piuttosto che capire di più e doversi assumere una maggiore responsabilità, meglio tacere che aprire un conflitto, fingiamo che tutto vada bene.

Meglio non comprendere il fatto che Gesù sarà consegnato nelle mani degli uomini. È un esito sgradevole, inaccettabile. Qualsiasi critica ci fa soffrire, anche quelle fatte con affetto, con desiderio di aiutare a crescere, figuriamoci l’idea di essere consegnati ad un giudizio ingiusto a cui fa seguito una condanna. È giustificabile l’incomprensione e la paura dei discepoli. La paura è un sentimento umano, qualcosa che abita in noi in modo in modo anche un po’ irrazionale. Non dobbiamo vergognarci di avere paura, però non si può consegnare la propria vita alla paura. Tutti noi, prima o poi, siamo ‘presi e consegnati’ a qualcosa che non vorremmo, che non ci piace, che non possiamo amare. Che sia una malattia, un lavoro che ci umilia, un rifiuto da parte di qualcuno… il vangelo però indica una via di assunzione coraggiosa e libera di ciò che la vita ci pone davanti, soprattutto se è una conseguenza della decisione di seguire Gesù. Seguire Gesù significa incamminarsi nella via della giustizia e, come ci ricorda la prima lettura, il giusto dà fastidio, con la sua vita onesta ci giudica, quindi viene sempre osteggiato e, a volte, condannato.

Non possiamo negare che seguire Gesù sia un cammino difficile! Gesù però non demorde nella sua volontà di insegnare ai discepoli e continua il suo percorso di approfondimento dell’intimità per rendere i discepoli più consapevoli del significato della scelta di seguirlo: entrato in casa si siede, chiama vicino a sé i Dodici, che evidentemente pure stando nella stessa stanza sono distanti e, con pazienza, riprende a spiegare il suo stile, lo stile di Dio. Il primo richiamo riguarda la rinuncia ad ogni pretesa di rango. Nel cuore di tutti esiste il desiderio di primeggiare, dentro di noi ci guardiamo allo specchio domandando chi è ‘la più bella del reame’, oppure facciamo ‘braccio di ferro’ con chi vive insieme a noi. Lo ricorda in modo chiarissimo la seconda lettura: “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni … Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. Gesù allora usa l’opposizione fra essere primo ed essere ultimo di tutti e servo di tutti. Chi si fa ultimo di tutti e servo di tutti ha lo stesso atteggiamento di Gesù e si colloca davanti agli altri perché segue Gesù più da vicino. “Farsi ultimo e servo” equivale a “rinnegare se stesso”, rinunciando ad ogni ambizione egoista, che è prima condizione della sequela espressa nel vangelo di domenica scorsa.

E perché il messaggio sia comunicato anche con un altro registro Gesù compie un gesto, l’abbraccio a questo bambino misterioso che si trova lì con loro. Il bambino, simbolo degli ultimi, perché al tempo di Gesù non contavano, erano utilizzati come servitori, trascurati e non ascoltati, viene messo al centro, al posto di Gesù perché Gesù prende il posto dell’ultimo, di colui che serve.

Facendo questo gesto Gesù parla di accoglienza, un termine molto usato nel vangelo di Marco. Si parla di accogliere i missionari la Parola, il Regno, i piccoli. Accoglienze diverse ma sempre frutto di ascolto, di disponibilità, di ospitalità, di capacità di lasciare sconvolgere la propria vita per mettere al centro l’altro, di porsi a servizio. Solo così si vive pienamente la sequela di Gesù, una sequela difficile, che passa indubbiamente attraverso la croce e la morte, ma questa è la via della risurrezione.

Vangelo e commento di don Domenico Malmusi

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6 aprile 2015

Triduo Pasquale Vangeli E Commenti

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Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».
Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?
Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Giovedì santo

Una vita donata

Le prescrizioni pasquali libro dell’Esodo, la memoria eucaristica che Paolo fa ai cristiani di Corinto e il vangelo della lavanda dei piedi ci hanno raccontato gli aspetti essenziali della Pasqua del Signore che, attraverso la liturgia dovremmo comprendere e approfondire sempre un po’ di più di anno in anno.

Nella seconda lettura Paolo dice: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Questa cosa è importante perché ci dice che l’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è inventata, che si è data come precetto, ma è un gesto, un’azione che viene direttamente dal Signore e che così deve essere trasmessa.

Certo non possiamo limitarci a compiere il gesto, occorre andare profondamente dentro al significato: quel gesto avviene in un contesto molto particolare, nella notte in cui Gesù veniva tradito, e non soltanto da Giuda. Anche Pietro lo rinnega, gli altri fuggono tutti, è una notte di sfacelo, di rottura di tutti i legami comunitari. Nel vangelo si parla di amicizia e di fraternità, ma è sconvolgente pensare che l’eucaristia viene istituita proprio nel momento più fallimentare. In quella notte Gesù consegna il gesto del pane e del vino, consegna le parole che lo spiegano, consegna il significato esistenziale profondo attraverso il segno dalla lavanda dei piedi: tutto il culmine del suo affetto e della sua volontà di restare in alleanza viene celebrato proprio nella notte che smentisce l’alleanza.

Gesù sa molto bene di cosa siamo capaci tutti noi: di tradire, di rinnegare, di abbandonare. Eppure vuole fortemente fare questo gesto di comunione e di alleanza. Dunque celebra questa nuova alleanza a tavola, perché condividere il pasto è una delle esperienze umane più importanti e quotidiane. Già la pasqua ebraica era celebrata nella condivisione del pasto e Gesù riparte proprio da lì. C’è un pasto che è celebrazione dell’alleanza, il gesto più significativo è spezzare il pane, perché è il modo per poterlo condividere. Gesù allora prende il pane, cioè lo riceve, pronuncia un ringraziamento che è lode e benedizione a Dio, poi lo spezza. Quel pane è un dono ricevuto, ma non per trattenerlo per sè, è dono che va spezzato e condiviso, cioè distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. In questo modo Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che sono partecipi alla comunione.

A tavola con Gesù non ci sono giusti, non ci sono persone degne. I vangeli raccontano spesso di Gesù a tavola: spezza il pane con Marta e Maria, con gli amici di Levi e con Zaccheo, entrambi pubblicani, con farisei e donne di malaffare, con le folle affamate e incapaci di capire cosa diceva e faceva… è stato a tavola con persone di ogni genere, ma sempre peccatori! Anche i discepoli, in questo ultimo pasto sono solo dei peccatori: hanno in cuore di tradirlo, di rinnegarlo, di abbandonarlo.

L’eucaristia che celebriamo è il memoriale di quel primo rito eucaristico, una comunione di donne e di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, per essere alla tavola del Signore, per essere corpo di Cristo, perché la sua vita diventi la nostra vita.

Il tema della vita è ripreso anche dalle parole sul calice: Gesù dice che quel calice contiene il suo sangue, il sangue della nuova alleanza, quella definitiva che Dio aveva promesso dopo che il popolo aveva rotto quella precedente. È importante però comprendere che quel sangue non è un sacrificio rituale, come si faceva nel tempio uccidendo un agnello. Il sangue è la vita, la vita che scorre, la vita nel senso più esistenziale del termine. Gesù ha offerto la vita, la sua esistenza terrena. Certamente il culmine di questa sua offerta è la croce, ma questa è soltanto la logica conclusione una vita completamente donata, di una intera esistenza vissuta come offerta a Dio e agli uomini. Il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

Il gesto che spiega tutto questo è raccontato da Giovanni come gesto di servizio umile e intimo, è il gesto che dobbiamo imitare, secondo le parole di Gesù stesso, ma possiamo farlo solo se prima ne riconosciamo la portata. Il primo aspetto da comprendere è che questa comunione di vita con Gesù è offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli lenti a capire e senza il coraggio di dire la propria appartenenza a Gesù, e questa sera è offerta a noi. Siamo noi gli invitati, peccatori chiamati e amati dal Signore. Il secondo è riconoscere che questa vita ricevuta deve essere condivisa, il dono è sempre per tutti, così come ha fatto lui facciamo anche noi.

Commento di don Domenico Malmusi

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Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7.
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.
Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?».
Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande.
Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.
Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.
Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».
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Pasqua veglia

Non abbiate paura

Nei venerdì di quaresima abbiamo riletto le cinque letture che precedono il vangelo in questa lunga e bellissima veglia pasquale. È stato importante dedicare una serata intera ad ognuno di questi testi, che sono così ricchi e così importanti per la storia della salvezza.

Una storia che non è frutto del caso ma di una precisa volontà di Dio, che ha desiderato, voluto e amato questo mondo e in particolare l’uomo, il frutto più bello e dolce di tutta la creazione. L’uomo che può fidarsi di Dio, come Abramo, attraverso un cammino a volte molto difficile, costellato di prove molto dure ma soprattutto segnato dalla presenza di Dio che come un liberatore interviene nella storia degli uomini. Dio, il cui amore è più forte della morte, non si è accontentato di annunciare questa verità ma ha voluto essere uno di noi. Dio si è spogliato della sua divinità e in Gesù è diventato un uomo, un uomo fra gli uomini che è nato, è cresciuto, è vissuto, è morto, proprio come ogni uomo. Un uomo che però era Dio e che è morto per far morire la morte e aprire a noi le porte della vita.

Ma accogliere e accettare questo percorso di vittoria della morte non è facile: la morte continua ad essere l’esperienza più drammatica della nostra vita, una separazione che spesso sentiamo come definitiva, insanabile.

Anche i discepoli la sentivano così. I discepoli uomini, da veri duri, coraggiosi, sono fuggiti. Le discepole donne si sono rassegnate e, al mattino del primo giorno dopo il sabato, vanno alla tomba per fare quelle unzioni tipiche della cultura mediorientale sul cadavere di quell’uomo che avevano seguito, amato e riconosciuto come profeta. Hanno preoccupazioni molto umane, molto pratiche durante il loro cammino. Spesso pensare alle cose pratiche ci aiuta a vincere il dolore, ci permette di non arrovellarci su domande non possono avere una risposta.

Ma, alzando gli occhi, le donne vedono che la pietra è già stata rotolata via, che la tomba è aperta. In pochi istanti, probabilmente, mille pensieri affollano le menti di quelle discepole, che comunque si comportano da donne coraggiose, desiderose di conoscere la verità e il senso di quella tomba aperta. Entrano insieme e trovano una grande sorpresa: non Gesù morto o vivo che sia, ma un giovane, vestito di bianco che dà loro la notizia incredibile: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto”.

In queste poche parole c’è il cuore della nostra fede: il Crocifisso è risorto. La croce e la gloria sono i due aspetti inscindibile dello stesso mistero, le due facce della stessa medaglia. Non basta dire che la vita ha trionfato sulla morte, non è sufficiente riconoscere che Dio può far tornare dai morti. Ricordare la croce, fare memoria di questo strumento di morte significa riconoscere che la risurrezione è la vittoria dell’amore sulla morte. Solo una vita totalmente donata nell’amore vince la morte. Gesù non risorge perché era Dio, o perché il Padre lo ha miracolato, o per qualsiasi altro motivo legato al suo essere divino. Gesù risorge perché è stato crocifisso, perché ha saputo andare fino in fondo a quel dono d’amore che giovedì sera abbiamo celebrato: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. È l’aver amato fino alla fine che ha aperto la via della risurrezione.

La Pasqua allora per noi non è semplicemente la commemorazione di un evento grandioso, ma la celebrazione di un modo di vivere: Se siamo risorti con Cristo cerchiamo le cose di lassù, cioè viviamo come lui, dice Paolo ai cristiani di Colossi, viviamo una vita fatta di dono nella libertà e per amore. Nella filosofia e anche nella psicologia si associano spesso amore e morte, éros e thánatos, ma l’annuncio cristiano associa invece amore e risurrezione, perché l’amore è più forte della morte, l’amore è risurrezione.

Davanti all’annuncio del giovane nel sepolcro però le donne ammutoliscono. Davanti alla croce l’uomo ha paura e tace, ma anche davanti alla risurrezione l’uomo ha paura e tace. Non c’è nulla di strano in questo, la bibbia ci ricorda molto spesso che davanti alle grandi manifestazioni di Dio l’uomo ha paura e tace, per questo gli annunci iniziano spesso, come oggi, con le parole: “Non abbiate paura!”. La paura blocca, paralizza, rende sordi e muti, incapaci di mostrare la propria fede. Non abbiate paura voi, l’amore è più forte della morte, Gesù è la nostra prova, e noi possiamo viverlo e annunciarlo.

Commento di don Domenico Malmusi

Giotto - Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Giotto – Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Dal Vangelo Giovanni 20,1-9.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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Pasqua giorno

Cristo è risorto

L’annuncio di Pasqua che risuona gioioso nelle nostre chiese: “Il Signore è risorto”, non è certo lo stesso annuncio che circolava fra i discepoli nel giorno della risurrezione. Un giorno certamente determinante, ma altrettanto certamente non il giorno della fede piena, vera. La fede richiede sempre un percorso, c’è sempre un cammino da fare per credere e questo cammino, come ogni cammino, non è sempre uguale, a volte è lento e tranquillo come una passeggiata, altre volte è trascinato e faticoso come quando si trasporta un peso, altre volte è energico pieno di entusiasmo, altri tratti sono più concitati, ansiosi, guidati dalla fretta e dalla paura.

Questo è il tratto di cammino che si trovano a percorrere Maria, Pietro, Giovanni e, in qualche modo anche gli altri discepoli, nel giorno della risurrezione. Il racconto è pieno di agitazione e turbamento, caratterizzato dalla corsa e da un continuo entrare e uscire dai luoghi più diversi: Maria giunge al sepolcro, poi corre e giunge da Pietro che esce con un altro che giunge prima al sepolcro ma non entra, giunge Pietro ed entra, poi entra l’altro… c’è davvero un grande movimento in questo racconto, il movimento della fede. Si può credere solo se si è in movimento. Maria si muove, certo è mossa da un affetto che sa ancora di morte seppure, forse inconsciamente, annuncia l’assenza di Gesù non come il trafugamento di un cadavere ma come l’assenza di un vivente: “Hanno portato via il Signore…”. Ci sono intuizioni nella vita che hanno bisogno di tempo per diventare coscienti, ma che sono già un inizio. Poi il racconto mostra che il movimento coinvolge anche altri. Sempre! L’annuncio di Maria non è l’annuncio vero pasquale, eppure mette in moto altri, la ricerca diventa comune. Noi giungiamo insieme alla fede. Con tempi diversi, con percorsi più o meno tortuosi ma insieme, nella comunità.

Il primo passo per giungere alla fede, per credere alla risurrezione è quello di uscire, come fa Pietro. Uscire da noi stessi, dalle nostre convinzioni, dalle nostre abitudini, dalle nostre tristezze, dalle durezze. Ma questo è solo l’inizio, tant’è che il vangelo (al v 10) annota che i discepoli tornarono di uovo a casa, proprio al punto di partenza. Sappiamo poi che quella casa resterà sbarrata per molto tempo ancora, sentiremo domenica prossima la storia di Tommaso e il suo percorso di fede, dovremo aspettare pentecoste perché la casa non sia più il luogo delle chiusure e delle durezze.

Occorre uscire da sé, ma anche avere il coraggio di entrare nel sepolcro. L’entrare nel sepolcro da parte di Pietro e poi di Giovanni non è semplicemente la cronaca dell’evento ma una chiara indicazione simbolica: occorre saper affrontare il luogo della morte. La nostra vita è segnata da moltissimi ‘luoghi di morte’, il lutto, la separazione, l’abbandono, la fine di relazioni e di amicizie, l’incapacità di comunicare, sono tutte situazione che fanno entrare in noi la morte, cioè la tristezza, la disillusione, la rabbia e ci rendono a nostra volta luoghi di morte, comunicatori di amarezza. Bisogna entrare nelle situazioni di morte sapendo guardare oltre la morte e vivendo la risurrezione, che è molto di più che una generica fiducia nella vita o nella primavera che rinasce. La fede nella risurrezione è caratterizzata dal credere che la vita nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Gesù Cristo. Amando, o almeno cercando di amare, come lui, fidandosi del suo amore per noi possiamo entrare nella dinamica della risurrezione.

L’ultimo aspetto che emerge da questo racconto è l’importanza del vedere. Anche il verbo vedere è ripetuto molte volte nel racconto, fa parte del movimento che abbiamo già visto. Ma il vedere non è sempre uguale: c’è un vedere la pietra ribaltata, che fa nascere dubbi di trafugamento, c’è un vedere le bende che non permette di entrare, un vedere il sudario in modo semplicemente razionale e, infine un vedere per la fede: “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”. Anche questo però è solo un inizio di fede, per completare il cammino occorre la comprensione delle scritture! La consapevolezza di essere amati da Gesù, questo che vede e crede è il discepolo amato, e la fede nelle scritture sono i due elementi che consentono di fare il salto della fede.

Il discepolo amato vede le stesse cose che vedono gli altri, i segni dell’assenza, ma la certezza dell’amore di Gesù lo rende capace di vivere “l’intimità della sua assenza ardente” rubando le parole a R. M. Rilke, il più grande poeta di lingua tedesca dell’età moderna. Cercare l’assente, vedere colui che è invisibile sono caratteristiche che anche oggi permettono la ricerca del Signore. L’assenza di Dio da motivo di lamento deve passare a una condizione di ricerca. E, con la Scrittura letta e compresa nella comunità e con la comunità, diventa fede matura capace di annunciare a tutti: Cristo è risorto, è veramente risorto.

Commento di don Domenico Malmusi

24 marzo 2015

Vangelo E Commento Domenica 22 Marzo – 5a Domenica

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Don Giovanni Gilli - Gesù Crocifisso

Don Giovanni Gilli – Gesù Crocifisso

Dal Vangelo secondo Giovanni 12,20-33.
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci.
Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.
Gesù rispose: «E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.
Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!
Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».
Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.
Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.
Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

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5a Domenica

Se il chicco di grano…

Siamo ormai alla fine della nostra quaresima, domenica prossima, con la celebrazione delle palme entriamo nella settimana di Passione, e il vangelo ci prepara a questa grande settimana proponendo una riflessione sulla morte di Gesù.

Il racconto è ambientato nel tempio di Gerusalemme, dove Gesù vive la sua terza Pasqua come Maestro autorevole. Ha fatto il suo ingresso solenne come Messia riconosciuto ed è ormai noto che i sommi sacerdoti hanno preso la decisione di condannarlo a morte, perché preoccupati del successo che lo accompagna. Un segno di questo successo è anche il fatto che ‘alcuni greci’ cioè stranieri simpatizzanti o neoconvertiti all’ebraismo vogliono conoscerlo.

Questi avvicinano Filippo, che ha un nome greco e viene da un paese sul confine, quindi pensano che sia un po’ più aperto degli altri ebrei, che non incontrano volentieri i pagani. Filippo è un po’ titubante, va a riferirlo ad Andrea, uno dei discepoli più intimi di Gesù, poi, insieme, i due decidono di presentare la richiesta a Gesù. La sua risposta però è molto strana: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». È difficile capire se sia un sì o un no questo discorso. In realtà, se ascoltiamo bene, la risposta è un sì: Gesù afferma che è venuto il momento di far vedere chi è, è l’ora in cui sarà manifestato a tutti e attirerà tutti a sé dall’alto della croce. Lui vuole farsi vedere, vuole che la gente lo incontri e che lo incontri nel suo momento migliore quello della sua gloria massima. Per Gesù però è l’ora della morte in croce che diviene l’ora della gloria, l’ora in cui appare pienamente il suo amore vissuto all’estremo per gli uomini tutti.

Per spiegare questo Gesù utilizza la similitudine con il chicco di grano. La sua morte è una semina, nella quale il seme deve cadere a terra, essere sotterrato, morire come seme e dare origine a una nuova pianta che moltiplica i semi nella spiga. La morte è la tappa che permette al seme di liberare tutta la sua forza di vita. Se non c’è la morte questa forza di vita non si libera, se il chicco non muore rimane solo, e questo è il segno dell’inutilità della vita, è la realizzazione di ciò che vogliamo fuggire: la solitudine è uno dei problemi più grossi degli uomini, perché è ciò che più di tutto ci fa sperimentare la morte nella nostra esistenza. Trattenere per sé la vita, cioè non volerla donare significa non creare relazione autentiche, non fidarsi di nessuno ma anche di essere inaffidabili e questo porta alla solitudine. Certamente ciò che trattiene dal donare la vita è la paura di perderla, ma agire per paura porta quasi sempre a realizzare da soli ciò da cui si intende fuggire: per paura di morire donando la vita resto solo, cioè faccio un’esperienza di morte.

L’attaccamento alla vita, il timore di perderla è sempre fonte di compromessi che paralizzano il processo di crescita dell’amore, la vera morte è la sterilità di chi non vuole dare, di chi non spende la propria vita ma vuole conservarla gelosamente, mentre il dare la vita fino a morire è la garanzia di massima realizzazione, è vita abbondante, piena, significativa, per noi e per gli altri.

Tutto questo discorso nasce dall’osservazione della legge naturale, quella legge che accorda al seme la possibilità di maturare in vita nuova, ma questa legge naturale vale anche all’interno di un percorso spirituale: accogliere la propria debolezza, accettare di spogliarsi delle proprie presunzioni e delle proprie pretese, vivere giorno per giorno la sequela di Gesù in una prassi costante di amore donato è la via che conduce al morire a se stessi ed è proprio attraverso la morte che si giunge alla gloria della resurrezione.

Certamente è un percorso costoso, difficile, che può far paura. Anche Gesù è turbato davanti a questa prospettiva, come ogni uomo ha paura della sofferenza e della morte, ma ha fede nel Padre e questo gli permette di dire il suo sì, di andare avanti fino alla croce dove sarà innalzato come segno di vittoria di Dio, la vittoria di una debolezza più forte della violenza e del potere.

A chi voleva vederlo Gesù non si nega, ma si propone così, innalzato sulla croce che muore come un chicco di grano per generare un frutto di vita eterna.

Commento di don Domenico Malmusi

17 marzo 2015

Vangelo E Commento Domenica 15 Marzo – 4a Domenica Di Quaresima

Filed under: Vangelo — Insieme @ 20:30

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,14-21.
In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.
Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.
Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

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4a Domenica

Amare la luce.

Dopo la schiavitù in Egitto, l’esperienza più drammatica per il popolo d’Israele, narrata dalle scritture, è stata quella dell’esilio: il tempio è distrutto, i re uccisi, il popolo deportato. Ma la fiducia in Dio non è crollata, almeno alcuni continuano a pregare, ad elevare al Signore delle lamentazioni e delle invocazioni come il salmo responsoriale che abbiamo pregato. La preghiera è possibile quando la speranza non è morta, quando il Signore, anche nella drammaticità del peccato e della lontananza da lui continua a mandare segni di salvezza. Il segno è Ciro, re pagano e straniero, che diventa lo strumento di Dio per riportare il popolo a Gerusalemme e ricostruire così il tempio.

Nella stessa linea di peccato e perdono, entra anche il discorso di Gesù a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. C’è una volontà di salvezza in Dio, che nasce dal suo amore per il mondo, che lo conduce a percorrere qualsiasi via possa condurre al questo risultato. Anche se la via passa per la croce.

Nei vangeli sinottici, la necessità della passione e della croce è annunciata in modo tale che i discepoli sono atterriti, confusi, non capiscono, e con loro anche noi. Ma il vangelo di Giovanni, che è stato scritto più tardi e dopo una lunghissima riflessione di carattere teologico, usa un linguaggio molto diverso. Quello che Marco, Matteo e Luca descrivono come infamia, tortura, supplizio della croce, per Giovanni diventa un innalzamento, un segno di gloria.

Gesù è innalzato sulla croce per essere posto sotto lo sguardo degli uomini che, attraverso di lui potranno vedere il Padre. La croce è la manifestazione più alta della figliolanza di Gesù, attraverso la croce viene innalzato alla gloria dei cieli, perché lui, accettando il rifiuto degli uomini, ha testimoniato l’amore del Padre fino alla morte.

Chi rifiuta di volgere lo sguardo a Gesù nega in modo radicale la relazione con lui e si autoesclude dalla salvezza. Gesù in croce si offre allo sguardo di Nicodemo, del popolo e di tutta l’umanità. Quello che conta veramente è tenere fermo lo sguardo su di lui, cioè credere in lui, nonostante le difficoltà della vita. A questo punto però l’amara constatazione di Giovanni è che molti amano le tenebre, e le amano perché le loro opere sono lontane dalla verità di Cristo.

È molto forte questa affermazione di “amare le tenebre”, fra l’altro utilizzando il verbo agapao, che è un verbo molto importante nella storia cristiana perché indica quell’amore totale, disinteressato, tipico di Dio. Le tenebre indicano normalmente il peccato, il tema però è molto più radicale: l’utilizzo di questo verbo indica amore, preferenza, attaccamento, scelta consapevole. Non è dunque semplicemente questione di commettere un peccato, di fare il male per debolezza, quasi in modo accidentale e non per una scelta di fondo. Il male è tanto radicato nell’uomo che emerge anche quando l’uomo vorrebbe fare il bene come testimonia lo stesso san Paolo. Amare le tenebre è questione di scelte, di preferenze, di un assenso consapevole dato al male e al peccato. Gesù pensa a coloro che amano la menzogna, la scelgono, la giustificano con ragioni apparentemente plausibili.

Il testo mostra che c’è una connessione molto stretta fra conoscenza e prassi, fra la condizione in cui si vive e la decisione nei confronti della verità. ‘Fare la verità’ significa vivere una prassi corretta, vissuta nella piena libertà interiore, cioè non per timore o in attesa di un premio, ma solo per amore della verità, che attraverso il mio agire vedo e comprendo sempre più a fondo. Una prassi scorretta impedisce di vedere, perché l’agire condiziona il comprendere: solo una verità vissuta permette di aprirsi alla verità tutta intera. Per scorgere una verità che impegna la vita non basta l’intelligenza, occorre la pulizia del cuore, cioè una vita retta. Un retto vivere comporta un retto comprendere mentre non è vero il contrario: a volte si vede dove c’è il bene, lo si comprende, poi si sceglie al contrario.

Succede, nelle fasi giovanili della nostra esistenza, che l’ideale, il bene intravisto, la verità conosciuta permettano di fare scelte che cambiano radicalmente il nostro modo di vivere, ma nello scorrere della vita solo la fedeltà ad una prassi corretta può mantenere l’orientamento alla verità. Il nostro pensare è condizionato dal nostro agire, cioè noi pensiamo come viviamo, anche se spesso crediamo di poter vivere come pensiamo. Occorre dunque fare la verità, scegliere di agire bene perché questo permette di amare la luce e, nella trasparenza delle nostre scelte, vedremo e faremo conoscere Dio.

Commento di don Domenico Malmusi

24 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 22 Febbraio – 1a Domenica Di Quaresima

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Le Tentazioni Di Cristo - Mosaico, Basilica Di San Marco, Venezia

Le Tentazioni Di Cristo – Mosaico, Basilica Di San Marco, Venezia

Dal Vangelo secondo Marco 1,12-15.
Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

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1a Domenica

Nutrire il lupo

La prima lettura, tratta dal libro della Gesnesi, parla dell’alleanza fra Dio e l’uomo sigillata con Noè attraverso il segno dell’arcobaleno. Sappiamo bene però che l’uomo continuamente rompe l’alleanza che, sempre, Dio vuole rinnovare. La Bibbia presenta diverse volte il rinnovo dell’alleanza, con Abramo, poi con Mosè, i giudici e i re che si sono susseguiti alla guida del popolo. Infine, nella pienezza dei tempi, viene nel mondo Gesù, la nuova e definitiva alleanza stipulata da Dio con l’umanità. Ma, come si vede bene dalla vita di Gesù, essere in alleanza, mantenere l’alleanza, è un compito difficile, richiede di uscire vincitori dall’esperienza della tentazione, del deserto e della solitudine.

Nei vangeli di Matteo e Luca, il racconto delle tentazioni è piuttosto articolato, mentre quello di Marco, che abbiamo ascoltato ora, è un racconto molto secco, due sole righe in cui si dice semplicemente che lo Spirito gettò Gesù nel deserto per essere tentato da Satana per quaranta giorni. Il testo lascia intendere bene che la tentazione avviene in modo continuativo, non in situazioni episodiche. Marco non si dilunga nel descrivere le tentazioni, non fa una catechesi sulla tentazione, semplicemente fa osservare che dopo il battesimo Gesù non viene separato dalla storia e dalle sue ambiguità, anzi, è lo Spirito stesso che lo butta dentro questa storia fatta di lotta e insieme di pace come indica la presenza contemporanea delle bestie selvatiche e degli angeli: paura, rabbia, aggresività insieme a pace, fiducia, benevolenza.

Questa nuova alleanza che Dio stipula con l’umanità non è un nuovo contratto, ma è Gesù stesso, sintesi di entrambi i contraenti: ed è lui nella sua piena realtà umana che vive l’esperienza di essere gettato nel deserto e nella solitudine, vive la tentazione e la lotta che lo conducono alla vittoria e alla pace, una pace non significa l’annientamento delle belve, ma piuttosto la capacità di convivere con loro.

Gesù resta nel deserto quaranta giorni: occorre del tempo per vivere l’alleanza. La fedeltà è provata nella perseveranza, nello scorrere del tempo, quindi c’è bisogno di un periodo adeguato, una fase durevole come sono stati i quarant’anni del popolo nel deserto ripresi e simboleggiati dai quaranta giorni di Gesù nella solitudine della tentazione. I quaranta giorni non richiamano solo i quarant’anni di Israele, ma sono anche simbolo di una vita, di un ricambio generazionale. Il senso allora è che la tentazione non è solo un periodo, una fase giovanile della vita di una persona ma è tutto l’arco di tempo della sua esistenza.

Una leggenda degli indiani d’America riprende e spiega con molta chiarezza questo tema: «Un anziano capo indiano che aveva dentro di sé la saggezza del tempo, parlava a suo nipote della vita: “Dentro ognuno di noi c’è una lotta, – diceva al bambino con il suo solito tono calmo, – un terribile combattimento tra due lupi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo”. Il nonno fece pausa, per dargli modo di capire quello che aveva appena detto. “E l’altro?” domandò il bambino. “L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede”. Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero: “E quale lupo vince?”. Il vecchio nonno si girò a guardarlo e rispose con occhi limpidi: “Quello che nutri di più”.»

La quaresima è il tempo che la chiesa ci dona per poter nutrire il lupo che vive di pace e di speranza. Lo nutriamo ascoltando Gesù che ci annuncia la novità di Dio, la lieta notizia che il Regno è vicino, tanto vicino che possiamo sentirne il profumo, i suoni, tanto vicino che possiamo già vivere come se fossimo cittadini di questo Regno. Prima di lui e dopo di lui, molti sono venuti come profeti e hanno cominciato a denunciare il male, a lamentare la caduta dei valori, ad accusare la cattiveria dei tempi. Come se questa fosse la via per far trionfare il bene. Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II diceva: “Ci sono alcuni che nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; … come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”. Questa via così nuova non è altro che la via di Gesù: lui per primo piuttosto che denunciare, annuncia. E dice di credere al Vangelo, fidarsi dell’amore, nutrire l’amore, ascoltando il proprio cuore, ascoltando Dio che è sempre con noi, anche nella tentazione.

Commento di don Domenico Malmusi

16 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 15 Febbraio – VI Tempo ordinario

Jean Marie Melchior Doze - Gesù Purifica Il Lebbroso

Jean Marie Melchior Doze – Gesù Purifica Il Lebbroso

Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.
In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!».
Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!».
Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.
E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse:
«Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

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VI Tempo ordinario

Sii purificato

La prima lettura mostra le prescrizioni che riguardano il lebbroso nel libro del Levitico. Sono norme che hanno un senso igienico, servono ad evitare il contagio, ma sono, soprattutto, norme di tipo religioso. L’impurità è qualcosa che ha a che fare con la religione: l’impuro non può accedere al tempio, alla sinagoga, non può avere contatto con i ‘puri’ è separato, segregato. Questo fa la religione! Attenzione non la fede. Religione e fede non sono la stessa cosa. Le prescrizioni religiose, che sicuramente nascono per poter vivere la fede, spesso diventano modi per dividere e separare le persone: puri e impuri, fedeli ed infedeli, figli e cani (come dicevano gli ebrei di loro e dei pagani), meritevoli e peccatori.

La buona notizia che Gesù comunica è che Dio non emargina nessuno. Anche Pietro negli Atti degli Apostoli, nel famoso episodio di Cornelio dirà: “Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”.

Il lebbroso che si presenta a Gesù è un personaggio anonimo. E quando nei vangeli un personaggi è anonimo significa che è qualcuno in cui il lettore può rispecchiarsi, un invito a riconoscere i limiti e le ‘lebbre’ della propria vita. La lebbra a quel tempo era considerata un castigo da Dio per i peccati. Il lebbroso doveva vivere fuori dall’accampamento, come prescrive il Levitico, lontano dal consorzio umano, emarginato. Non poteva né avvicinare né essere avvicinato. Era in pratica un cadavere vivente.

Però questo lebbroso trasgredisce la legge. Va verso Gesù e lo supplica in ginocchio. Non chiede di essere guarito ma di essere purificato. In tutto il brano mai apparirà il verbo “curare o guarire”, ma sempre il verbo “purificare”, che ha un significato religioso. Il lebbroso vuole almeno il contatto con Dio. Ha perso tutto, famiglia, affetti, amici e ha perso anche Dio. Così, almeno, gli hanno detto.

Gesù ha compassione! Il termine, nell’Antico Testamento, indica un sentimento divino nei confronti del popolo amato e che, letteralmente, deriva da “viscere”: è un contorcimento come le doglie del parto, è come se volesse dare vita a chi l’ha perduta. Mosso da questo ‘contorcimento’ anche Gesù trasgredisce la legge perchè tocca questo lebbroso, contraendo l’impurità. Non era necessario toccare il lebbroso, altre volte Gesù ha guarito soltanto con la potenza della sua parola. Qui Gesù compie un atto illegittimo deliberatamente, perchè vuole eliminare ogni emarginazione attuata in nome di Dio, vuole cancellare definitivamente la categoria degli impuri. Non esistono persone impure per il Signore, tutti possono accostarsi a Dio.

Ecco la grande novità del vangelo: non è vero, come insegna la religione, che l’uomo deve purificarsi per potersi avvicinare a Dio, ma è vero il contrario: accogliere il Signore è ciò che purifica l’uomo. Questa è la buona notizia portata da Gesù. E il lebbroso l’ha capito. Tanto che si mette a divulgare, non solo il fatto, come è tradotto qui, ma il logos, cioè la parola, il messaggio del vangelo. Quello che lui annuncia non è tanto il fatto che gli è accaduto, ma la novità che ha scoperto: Dio non emargina, Dio non esclude, il suo amore è rivolto a tutti. Questo è il messaggio che l’ex lebbroso va a testimoniare. 

Gesù, toccandolo, trasgredisce la legge e da quel momento anche lui diventa impuro secondo le norme del Levitico. Infatti, avendo saputo tutti del suo gesto, non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti. Qui, in luoghi emarginati, vanno a lui tutte le persone emarginate, che si sentivano rifiutate, che si erano sentite disprezzate. Il Dio di cui parlano i gesti di Gesù è il Dio che dichiara puro ogni uomo. E’ questa la buona notizia che la gente aspettava, specialmente i più lontani, i più emarginati e disprezzati dalla religione.

Aver fede nel Vangelo significa opporsi alla religione dei puri. Occorre però molto coraggio e determinazione, sia da parte di chi è dentro che di chi è fuori. Il lebbroso del vangelo non si lascia rinchiudere negli schemi, non si arrende di fronte ad una legge ingiusta e cerca l’incontro ed il contatto con Gesù. Così come Gesù che non teme di diventare a sua volta emarginato ed impuro pur di poter manifestare la misericordia di Dio.

Spesso la chiesa non è riuscita a rimanere fedele al Vangelo, ha trafsormato Gesù l’emarginato in un Gesù potente, glorioso, ricco: un Gesù ‘religioso’ che mette barriere invece di abbatterle. Ma il vangelo non si cambia, e lì, in quella Parola che mantiene presente Gesù al mondo, continua a risuonare la sua intimazione: “lo voglio, sii purificato!”

Commento di don Domenico Malmusi

12 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 8 Febbraio – V Tempo Ordinario

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Bartolomé Esteban Murillo - Cristo Ed I Paralitici

Bartolomé Esteban Murillo – Cristo Ed I Paralitici

Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39.
In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga, si recò subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.
Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce
e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».
Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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V Tempo ordinario

Una giornata tipo

Il brano di vangelo di oggi è la descrizione di una giornata tipo di Gesù. Si apre con l’episodio della sinagoga, letto la scorsa settimana, e si conclude con l’uscita di Gesù verso altri villaggi. Il testo di oggi è caratterizzata dall’urgenza: subito vanno a casa, subito incontra la donna malata… C’è un po’ di affanno, un po’ d’ansia in questa giornata così fitta di impegni. Sembra si debba fare tutto di corsa. Solo due aspetti ci riportano alla calma e alla tranquillità.

Il primo è la guarigione della suocera di Pietro. La narrazione, seppur brevissima, è carica di umanità, sembra di vederla al rallentatore: Gesù, informato della malattia, si avvicina alla donna, la prende per mano e la fa alzare. Lui vuole incontrarla, quindi si avvicina, prende nella mano la mano febbricitante della donna, e poi con forza la aiuta ad alzarsi. Sono gesti semplici, umani, affettuosi, sono i gesti di Gesù che guariscono: non i gesti da guaritore e neppure da medico, tantomeno gesti magici. Gesti possibili a tutti: anche noi, come Gesù possiamo avvicinarci al malato, farci prossimo, toglierlo dal suo isolamento, prendere la sua mano nella nostra, in un contatto che faccia sentire la presenza, la nostra vicinanza e, infine, fare qualcosa perché l’altro si rialzi dal suo stato di avvilimento. L’aspetto molto forte è che Gesù non rifiuta il contatto con la malattia, non la teme, soprattutto non teme il malato. È questo che dà forza al malato e lo toglie dalla sua situazione. Il segno della guarigione è la rinnovata capacità di servire.

Poco dopo Gesù incontra ‘tutti i malati e gli indemoniati’ e instaura una lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo. Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Una certa spiritualità cristiana si è nutrita di queste cose, ma nel vangelo non ci sono. Certamente la malattia, per Gesù, è l’occasione per predicare il vangelo, l’attività di cura e guarigione che compie è all’interno della finalità prioritaria della sua missione: annunciare il regno di Dio, mostrare il suo amore per gli uomini.

Il secondo aspetto che richiama la calma e la tranquillità, strettamente collegato al primo, è lo spazio della preghiera di Gesù. Il testo dice che è uno spazio notturno/mattutino, che richiede solitudine, che richiede tempo, il verbo all’imperfetto indica un tempo prolungato. Gesù non si lascia travolgere dalle folle che vogliono guarigioni, ma cerca e trova spazio e tempo di solitudine e di silenzio per pregare. Sa porre un limite alla sua attività, sa dire dei no, non si lascia sedurre dal fatto che tutti lo cercano.

I gesti che fa sono sacramentali, cioè sono segno dell’azione divina, la sua missione non è quella di soddisfare i bisogni della gente, le richieste di chi arriva da lui, per questo si rifiuta di divenire un fornitore di prestazioni terapeutiche e sa sottrarsi alle richieste che gli piovono addosso da ogni parte. Lo scopo di Gesù, l’ho gia detto, è quello di annunciare ill Vangelo e guarire le persone è indubbiamente parte di questo annuncio, ma non è il tutto e deve mantenere la dimensione di ‘segno’. Nelle richieste della gente c’è una tentazione di successo, dire di sì a tutti e a tutto rende benvoluti e amati, ma Gesù non sta ricercando il successo, è venuto per annunciare le esigenze del Regno, far conoscer Dio, predicare il vangelo. Tutto questo è possibile solo nutrendo la relazione con il Padre, colui che ha inviato Gesù e che ora invia anche noi.

Anche per noi allora è fondamentale trovare questo tempo per la riflessione, la formazione, la relazione con il Signore. Gesù coltiva questo spazio relazionale anche quando è stanco, strappando il tempo al sonno. Se manca lo spazio della preghiera non è possibile mantenersi saldi nella propria missione, questo spazio viene riempito di alte cose, altri interessi che spesso distolgono dal cammino della fede. Allora il nostro percorso di fede diventa disimpegnato, saltuario. La nostra testimonianza inefficace, anche un po’ falsa perchè fatta per mantenere una facciata e non per confessare la propria fede e la propria relazione con il Signore.

Per concludere dico che la giornata di Gesù deve diventare il modello di ogni uomo che al mattino, nella solitudine risveglia la sua coscienza nel faccia a faccia con Dio; durante il giorno, mosso dalla compassione, vive nella compagnia degli uomini il suo impegno formativo e costruttivo; alla sera sperimenta amicizia e affetto che diventano un prendersi cura reciproco che allontana il male. Questa è la fede.

Commento di don Domenico Malmusi

25 gennaio 2015

Vangelo E Commento Domenica 25 Gennaio – III Tempo Ordinario

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Michelangelo Merisi da Caravaggio -  olio su tela, Santa Maria del Popolo, Roma

Michelangelo Merisi da Caravaggio – olio su tela, Santa Maria del Popolo, Roma

Dal Vangelo secondo Marco 1,14-20.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».
E subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti.
Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

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III Tempo ordinario

Seguire nella gioia

Domenica scorsa abbiamo ascoltato la chiamata dei primi discepoli dal vangelo di Giovanni, un testo molto bello e, forse, più realistico rispetto a quello di Marco ascoltato ora. La preoccupazione di Marco però non è tanto quella di fare della cronaca rispetto quanto avvenuto fra Gesù e i primi discepoli, quanto piuttosto andare al significato profondo di quella chiamata, far comprendere le caratteristiche proprie della sequela.

Il racconto inizia con il passaggio di testimone fra Giovanni Battista e Gesù, realtà evidenziata anche dal racconto di Giovanni: terminata la preparazione del precursore ecco che inizia la predicazione di Gesù. Inizia in Galilea, patria di Gesù e del suo vangelo. Vangelo, lo sappiamo, significa buona notizia, un termine dunque che richiama la gioia, quindi la conversione, necessaria per credere al vangelo, non è prima di tutto una azione penitenziale nel senso che intendiamo noi, una specie di castigo, una correzione che richiede di reprimere i propri desideri e le proprie speranze. Torneremo dopo sul senso della conversione, perchè prima mi intressa fermarmi sulle parole di Gesù, che parlano del compimento del tempo e della vicinanza del Regno. È come se il tempo e lo spazio si accorciassero, l’occasione propizia è sempre più vicina al qui e ora. In realtà questa occasione favorevole è legata all’arresto del Battista e alla Galilea delle genti, due coordinate che dal punto di vista umano non sono propriamente le migliori. Eppure Gesù legge questa situazione come opportunità per l’avvicinarsi del Regno, una cosa non ben definibile, ma che ha come condizione necessaria il fatto di non temporeggiare più, di accogliere ora l’invito di Gesù. In altri testi Gesù dice che il Regno è già in mezzo a noi, quindi sembra che il Regno si realizzi ogni volta che qualcuno decide, senza tentennamenti e ripensamenti di seguire Gesù.

Questa è la conversione richiesta, questo è il senso delle chiamate dei primi discepoli che seguono immediatamente l’annuncio di Gesù, che diventano l’esemplificazione della conversione necessaria. La conversione è una svolta nella vita, svolta che porta ad un cambio di pensiero, di ideali. Conversione che, come risulta evidente, non è un passaggio dal male al bene, come intendiamo normalmente: questi chiamati erano dei lavoratori, gente normale, onesta, gente che viveva della pesca in un paese in riva ad un lago. Non c’è nulla che possa far pensare che fossero peccatori, se non il fatto che fossero persone normali, come noi, e quindi con quei limiti che segnano il quotidiano. Conversione allora significa svolta, decisione nuova, scelta di fidarsi di qualcosa di nuovo, di questo vangelo, cioè della buona notizia del Regno vicino.

La narrazione delle chiamate è molto essenziale, ma nello stesso tempo anche ricca di particolari che rendono molto chiara e molto vivace la vicenda, molto esistenziale. I nomi sono precisi, così come le azioni e le cose sono descritte minuziosamente. Tutto questo però non distoglie dal protagonista assoluto che è Gesù: è lui chi domina la scena, è lui che sceglie, che chiama, che deve essere seguito. Occorre seguirlo per indicare che lui resta il protagonista, l’unico Maestro, l’unico riferimento e, seguendolo, si parte per una missione completamente nuova seppure fondata sulla realtà personale dei chiamati: “Vi farò diventare pescatori di uomini” cioè accolgo la vostra condizione e la trasfiguro per le esigenze del Regno.

I discepoli lo seguono subito, fa notare Marco, ma il senso non è quello di una cosa avventata, fatta senza nessuna riflessione. Subito significa che hanno saputo cogliere l’attimo, senza tergiversare, hanno deciso senza perdersi in ragionamenti tortuosi. La vita è già abbastanza complicata di suo, senza che noi la rendiamo ancora più intricata con i nostri ragionamenti ambigui e spesso subdoli. Subito significa andare immediatamente al punto fondamentale, essere lineari, chiari, semplici e decisi. Questi sono i presupposti umani per rispondere al Signore. C’è un’idea molto chiara nel racconto che è il termine Vangelo, cioè notizia lieta e gioiosa: la motivazione che muove Gesù e i discepoli è tutta qui, in questa buona notizia che riempie di gioia e si traduce in una vita di fede e moralmente ineccepibile. Essere nella gioia rende le persone disponibili, accoglienti, fiduciose. La vita cristiana parte dall’accoglienza del vangelo, non dallo sforzo di migliorarsi, perchè è la gioia che è contagiosa, che converte.

Per finire vi inviterei a provare ad riconoscervi nei personaggi di questo racconto che non sono solo Gesù e i discepoli ma anche il padre e i garzoni: sono deciso come i discepoli, resto attonito a guardare senza capre molto come i garzoni, sento un senso di dolore e abbandono come il padre? Leggere la mia vita nel vangelo permette di compiere il percorso di conversione richiesto dal vangelo stesso, che non è cercare di essere più buono ma seguire il Signore fino a dove è andato lui, fino a dare la vita.

Commento di don Domenico Malmusi

2 gennaio 2015

Vangelo E Commento 01 Gennaio 2015 – Ottava di Natale

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Andrea Mantegna – Presentazione Al Tempio,1455, tempera su tela, Gemäldegalerie Berlino

Andrea Mantegna – Presentazione Al Tempio,1455 tempera su tela Gemäldegalerie Berlino

Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21.
In quel tempo, i pastori andarono senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia.
E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano.
Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

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Ottava di Natale

Non schiavi ma fratelli

Le ultime parole del vangelo di oggi riferiscono dell’usanza ebraica di imporre il nome nel momento della circoncisione, all’ottavo giorno dalla nascita del bambino. In sè è una notizia molto normale, ma è proprio questa sua normalità che acquista importanza nel vangelo.

Per prima cosa mi sembra importante notare che Gesù entra nel mondo in un luogo preciso, con una cultura, delle usanze che determinano la sua identità. Gesù non è un uomo generico, assimilabile a qualsiasi cultura, ad ogni epoca, ma un uomo con una identità chiara, appartenente ad un gruppo preciso, una nazione precisa con una sua cultura, con le tradizioni tipiche della religiosità biblica. Per uscire dai confini ristretti dell’appartenenza giudaica ha dovuto compiere un cammino, ha dovuto scegliere come vivere da uomo libero senza rinnegare la sua origine ebraica. È proprio questa identità certa che rende possibile l’incontro con gli altri uomini, il confronto costruttivo, che arricchisce.

Purtroppo noi abbiamo paura delle differenze, temiamo che l’identità dell’altro sottragga qualcosa alla mia, siamo molto più propensi a vedere nel diverso un nemico che non una possibilità di arricchimento. Nel messaggio per la giornata della pace papa Francesco parla di fraternità dichiarando che “fraternità esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli” e poi, citando la lettera ai Romani, afferma che “Gesù è il primogenito fra molti fratelli”. Quel Gesù, con le sue caratteristiche fisiche, ambientali, culturali. Certo non è facile essere fratelli, la prima vicenda biblica che riguarda dei fratelli, quella di Caino e Abele, “evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro”. La storia ci insegna che “fin da tempi immemorabili, le diverse società umane conoscono il fenomeno dell’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo” cioè si rendono schiavi i fratelli, coloro che Dio ha liberato come afferma la seconda lettura: “non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”. Essere figli e fratelli non significa annullare le differenze ma affermare la propria identità non in contrapposizione all’altro ma per poter incontrare l’altro. Gesù è dunque un ebreo, che porta nella sua carne il segno dell’appartenenza alla discendenza di Abramo, quella discendenza che è benidizione per tutte le famiglie della terra. Questa sua identità certa lo porta a vivere la sua missione di salvatore dell’umanità, attraverso un percorso che è voluto da Dio, in alleanza con lui, ma che è un percorso umano, di ogni uomo.

Oltre a questo aspetto dell’appartenenza e dell’umanità c’è un altro aspetto importantissimo in questa breve frase. Il nome che viene dato al bambino viene dall’alto, non è scelto dai genitori ma profetizzato dall’angelo. È un nome che viene da Dio stesso, ed è un nome ‘teoforico’ cioè che porta, che contiene il nome di Dio. In ebraico il nome di Gesù si scrive Jehosuà: le prime due lettere sono l’inizio del nome di Dio, quel nome che nessun ebreo è autorizzato a dire, il tetragramma sacro composta da J, H, W, H e la cui pronuncia non conosciamo perché leggendo la bibbia lo si legge Adonai, Signore; le ultime lettere sono il verbo salvare; si capisce quindi il significato del nome Gesù: ‘Dio salva’, che può essere sia un’affermazione che un’invocazione. La cosa da notare è che ora, in Gesù, il nome di Dio diventa pronunciabile, non esiste più il divieto di nominare Dio. Nella cultura biblica dire il nome significa conoscere intimamente, possedere, è per questo che il nome di Dio è impronunciabile: lui è il totalmente altro, l’invisibile, l’eterno, nessun uomo può avere la pretesa di conoscerlo intimamente, di possederlo. Solo Gesù rende possibile questa intimità, questa piena comunione. In lui Dio si è fatto vicino, si è consegnato, è diventato visibile, si è donato a noi! Ora Dio è conosciuto, il suo nome non è più ineffabile, cioè inesprimibile, quindi sconosciuto, ma è diventato dicibile, conosciuto all’uomo, posseduto perchè donato. Posseduto non in senso di dominio ma come si ‘possiede’ l’amata o l’amato.

Siamo all’inizio dell’anno civile, di quel tempo che scandisce la nostra storia e, proprio in questo giorno, Dio pone il suo Nome su di noi. Quel nome che è la sua realtà più profonda, quel nome che è vita, benedizione, figliolanza, fraternità. Quel nome che è la nostra pace se sappiamo accoglierlo pienamente con la nostra umanità. Così forti della nostra identità potremo incontrare ogni uomo e scoprirlo fratello, non più schiavo, ma fratello.

Commento di don Domenico Malmusi

26 dicembre 2014

Vangeli E Commenti Natale 2014 – 24 E 25 Dicembre

Michelangelo Buonarroti - Madonna Con Il Bambino Data 1525 circa Tecnica Matita nera, matita rossa, biacca e inchiostro su carta Dimensioni 54,1 cm × 39,6 cm, casa Buonarroti, Firenze

Michelangelo Buonarroti – Madonna Con Il Bambino
Data 1525 circa
Tecnica Matita nera, matita rossa, biacca e inchiostro su carta
Dimensioni 54,1 cm × 39,6 cm, casa Buonarroti, Firenze

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14.
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.
Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio.
Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.
Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme,
per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.
Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge.
Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento,
ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo:
oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

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Natale notte

Dio nella storia

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. All’inizio della celebrazione abbiamo messo in evidenza le situazioni di tenebra che oggi avvolgono la nostra vita e che non possono essere eliminate con una festa del buonismo, che rende tutti buoni per un giorno in attesa che riaprano le banche per depositare ciò che abbiamo ricevuto in regalo. La risposta di Dio alle tenebre degli uomini è narrata nel vangelo che abbiamo ascoltato, un testo che abbbiamo trasformato in immagini romantiche per poterci fare il presepe ma che in sè è molto duro. C’è un fatto storico: un decreto dell’imperatore che si abbatte su tutti, ma che viene focalizzato nella sua ricaduta su una piccola e semplice famiglia. Così come il decreto di aumentare l’IVA ricade sull’ultimo personaggio della filiera della produzione: i consumatori, cioè le famiglie. Così come l’IMU o altre tasse. Così come tutti decreti dei ‘grandi’, di solito decisi con la connivenza di altri più o meno grandi – questo avvenne quando era governatore Quirino – hanno sempre una ricaduta esistenziale molto concreta. Questa è la storia, la nostra storia, una storia in cui gli eventi della nostra vita, le nostre relazioni affettive, le nostre scelte, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara si intrecciano con le linee tracciate dai potenti.

È in questa storia che entra Dio. Ma per riconoscere la presenza di Dio nella nostra storia occorre un itinerario di fede: l’evento, cioè la nascita del bambino, richiede una Parola che lo illumini, lo interpreti, ne indichi il senso. È la parola di Dio, qui annunciata dagli angeli, ma che nella mia vita posso trovare nel testo sacro, nell’annuncio della chiesa. La Parola permette di compiere una lettura di fede degli eventi. Il racconto di oggi impressiona per questa capacità di leggere nella fede: il decreto di Cesare, gli alberghi pieni sembrano elementi messì apposta per condurre a Gesù, mentre nella realtà sono ostacoli ed impedimenti, fatiche per la vita di questa giovane coppia, ma che tuuavia non hanno la forza per fermare l’energia del vangelo e vengono riletti in un orizzonte nuovo. La realtà non viene storpiata, la fatica non viene eliminata ma tutto acquista un senso nell’orizzonte dell’annuncio.

Tutta la storia diventa il tempo in cui il Signore viene incontro a noi, anche se non è facile distinguerlo: il segno a cui siamo rimandati è ‘un bambino’ cioè l’umanità. È in questa logica del segno che possiamo comprendere e percorrere il cammino che il segno ci invita a fare. Il Natale non è la soluzione a tutte le cose che non vanno, ma il segno che può esserci un nuovo inizio. L’amore di Dio per il mondo non significa un intervento che faccia finire guerre e disastri, ma è nascosto e rivelato in Gesù: la carne di Gesù è il cardine della salvezza, la sua umanità che è la nostra stessa umanità.

Certo che l’umanità è fragile, debole, si può ammalare. Se non si vive questo movimento di lettura degli episodi della nostra vita come portatori di salvezza ci si ammala nell’anima. Negli auguri di Natale fatti alla curia romana papa Francesco ha parlato di almeno quindici malattie dell’anima che non permettono più di vedere nella nostra umanità il segno che interpretato dalla parola di Dio ci permette di sperimentare la salvezza. l’elenco del Papa inizia con la malattia del sentirsi immortali e indispensabili, poi prosegue con diverse forme di attivismo che induriscono il cuore e lo spirito e si conclude con ricerca di profitto mondano ed esibizionismo. Fra quelle centrali, alcune ‘malattie’ mi pare possano essere particolarmente interessanti per noi. Il papa parla di ‘Alzheimer spirituale’: cioè del dimenticare la storia della salvezza personale, il proprio incontro con il Signore, l’amore che si è sperimentato. Si vive come se il vangelo non ci fosse, fissati sulle proprie vedute, spesso falsate, frutto del pregiudizio e del sospetto. Oppure la malattia della schizofrenia esistenziale. E’ la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che ricchezza e importanza non possono colmare. Chi ne è colpito mette da parte tutto ciò che insegna agli altri magari anche severamente e inizia a vivere una vita nascosta, quasi sempre dissoluta. Infine la malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. E’ una malattia grave, che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), all’interno della comunità. È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» (Fil 2,14-18). Sono solo tre ‘malattie’ fra le quindici citate dal Papa quelle che, secondo me, urgono di un cammino di conversione. Ricordare la nostra storia di fede, vivere con onestà e curare le relazioni con franchezza e verità ci permette di essere segno come Gesù, una umanità fragile che racconta Dio.

Commento di don Domenico Malmusi

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Dal Vangelo secondo Giovanni 1,1-18.
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.
Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

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Natale giorno

Umanità di Dio

Il prologo del vangelo di Giovanni, è un testo molto teologico, cioè pieno di concetti importanti che riguardano Dio e anche molto poetico, cioè capace di suscitare emozione, di smuovere qualcosa dentro. Certamente il linguaggio teologico e quello poetico sono difficili per noi, un po’ fuori dalla normalità del nostro parlare. È vero però che abbiamo ascoltato già tante volte questo testo e dovrebbe essere quindi abbastanza usuale entrare in esso.

L’inizio richiama le prime parole della Genesi: “In principiò Dio creò…” e sappiamo che Dio crea con la sua Parola. Una parola che è sapienza, che è novità, che è forza capace di suscitare ciò che non c’era. È parola di verità che rende vero ciò che dice. E di tutte queste parole contenute nel prologo quella più sconvolgente è che “Il Verbo si fece carne”, cioè la realtà eterna ed immutabile di Dio, la sua potenza creatrice diventa cretura, fragile, mortale. Non siamo più obbligati a quella sorta di schizofrenia tra Dio e il mondo, tra la vita spirituale e la vita materiale, tra il cielo e la nostra vicenda umana, perchè Dio è una vicenda umana, il cielo ha toccato la terra, la vita spirtuale è la vita del corpo.

Dio non si è comunicato a noi per mezzo di dottrine sublimi che solo gli scienziati potevano capire, si è comunicato con una vita di uomo. Un corpo umano diventa il luogo della rivelazione di Dio. Un corpo lo possono leggere tutti, è un libro che chiunque è in grado di capire. Con le parole possiamo ingannare, mentire. Il corpo raramente sa mentire, se lo guardi attentamente, racconta. La postura, la qualità della pelle, le espressioni fugaci, dicono qualcosa di noi, raccontano.

Così è per la carne di Gesù, il suo vissuto, il suo corpo sono diventati racconto, per questa incredibile unione tra corpo mortale e Verbo di Dio. I suoi piedi che camminavano senza sosta spinti dalla passione per tutti e per tutto ci hanno raccontato la passione di Dio. La sua voce e le sue parole che dischiudeva i sogni degli emarginati e e rivelava l’ipocrisia e la meschinità dei benpensanti raccontava Dio. Le sue mani, che accarezzavano i bambini, sollevavano i paralitici, spalmavano di fango gli occhi dei ciechi e li aprivano, spezzavano il pane raccontavano Dio. La sua sensibilità che sentiva il timido gesto della donna che gli aveva toccato il mantello, o della donna che lo stava profumando; i banchetti con pubblicani e peccatori, che lo accoglievano in festa, la sua fedeltà fino alla croce raccontavano Dio. La Parola di Dio è diventata corpo, e così anche le nostre parole sono chiamate a diventare corpo, concretezza, vissuto. Le nostre mani, i nostri piedi, le nostre voci, la nostra sensibilità, il vissuto quotidiano, le relazioni che viviamo hanno la forza di raccontare Dio?

Pochi giorni fa, nel messaggio di auguri di Natale alla curia romana papa Francesco ha parlato di quindici malattie dell’anima che non permettono più alla nostra umanità di raccontare Dio, di essere segno concreto che, illuminato dalla parola del vangelo diventa racconto, diventa verità di Dio sulla terra.L’elenco stilato dal Papa inizia con la malattia del sentirsi immortali e indispensabili, parla di diverse forme di attivismo che induriscono il cuore e lo spirito e si conclude con ricerca di profitto mondano ed esibizionismo. Il testo del Papa è rivolto a porporati e preti di curia, ma credo che alcuni passaggi siano molto significativi anche per noi.

Il papa parla di ‘Alzheimer spirituale’: cioè dell’incapacità di ricordare la propria storia di salvezza, il proprio incontro con il Signore, l’amore che si è sperimentato. Si vive come se il vangelo non ci fosse, fissati sulle proprie vedute che spesso sono frutto di pregiudizio e di sospetto, quindi falsate. Oppure la malattia della rivalità, della vanagloria, il ricercare un pezzetto di potere esclusivo. Ancora la malattia della schizofrenia esistenziale. E’ la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto di ipocrisia e del vuoto spirituale che ricchezza e importanza non possono colmare; questi mettono da parte tutto ciò che insegnano agli altri, magari anche severamente, e iniziano a vivere una vita nascosta, quasi sempre dissoluta. Infine la malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. Magari si solo per fare due chiacchiere poi si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania”, all’interno della comunità. È la malattia delle persone vigliacche che non avendo il coraggio di parlare direttamente parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» Sono solo alcune ‘malattie’ fra le quindici citate dal Papa quelle che, secondo me, urgono di un cammino di conversione. Ricordare la nostra storia di fede, vivere con onestà senza andare a caccia di potere, e curare le relazioni con franchezza e verità ci permette di vivere una umanita come quella di Gesù, una umanità fragile capace di raccontare Dio.

Commento di don Domenico Malmusi

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