Parrocchia Di Collegara-San Damaso

6 aprile 2015

Triduo Pasquale Vangeli E Commenti

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Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Armadio Degli Argenti, lavanda dei piedi. Da un disegno di Beato Angelico

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».
Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?
Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Giovedì santo

Una vita donata

Le prescrizioni pasquali libro dell’Esodo, la memoria eucaristica che Paolo fa ai cristiani di Corinto e il vangelo della lavanda dei piedi ci hanno raccontato gli aspetti essenziali della Pasqua del Signore che, attraverso la liturgia dovremmo comprendere e approfondire sempre un po’ di più di anno in anno.

Nella seconda lettura Paolo dice: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. Questa cosa è importante perché ci dice che l’eucaristia non è qualcosa che la chiesa si è inventata, che si è data come precetto, ma è un gesto, un’azione che viene direttamente dal Signore e che così deve essere trasmessa.

Certo non possiamo limitarci a compiere il gesto, occorre andare profondamente dentro al significato: quel gesto avviene in un contesto molto particolare, nella notte in cui Gesù veniva tradito, e non soltanto da Giuda. Anche Pietro lo rinnega, gli altri fuggono tutti, è una notte di sfacelo, di rottura di tutti i legami comunitari. Nel vangelo si parla di amicizia e di fraternità, ma è sconvolgente pensare che l’eucaristia viene istituita proprio nel momento più fallimentare. In quella notte Gesù consegna il gesto del pane e del vino, consegna le parole che lo spiegano, consegna il significato esistenziale profondo attraverso il segno dalla lavanda dei piedi: tutto il culmine del suo affetto e della sua volontà di restare in alleanza viene celebrato proprio nella notte che smentisce l’alleanza.

Gesù sa molto bene di cosa siamo capaci tutti noi: di tradire, di rinnegare, di abbandonare. Eppure vuole fortemente fare questo gesto di comunione e di alleanza. Dunque celebra questa nuova alleanza a tavola, perché condividere il pasto è una delle esperienze umane più importanti e quotidiane. Già la pasqua ebraica era celebrata nella condivisione del pasto e Gesù riparte proprio da lì. C’è un pasto che è celebrazione dell’alleanza, il gesto più significativo è spezzare il pane, perché è il modo per poterlo condividere. Gesù allora prende il pane, cioè lo riceve, pronuncia un ringraziamento che è lode e benedizione a Dio, poi lo spezza. Quel pane è un dono ricevuto, ma non per trattenerlo per sè, è dono che va spezzato e condiviso, cioè distribuito a tutti quelli che stanno attorno alla tavola, in modo che tutti condividano lo stesso pane. In questo modo Gesù costituisce la comunità della tavola, di quelli che partecipano allo stesso pane, che sono partecipi alla comunione.

A tavola con Gesù non ci sono giusti, non ci sono persone degne. I vangeli raccontano spesso di Gesù a tavola: spezza il pane con Marta e Maria, con gli amici di Levi e con Zaccheo, entrambi pubblicani, con farisei e donne di malaffare, con le folle affamate e incapaci di capire cosa diceva e faceva… è stato a tavola con persone di ogni genere, ma sempre peccatori! Anche i discepoli, in questo ultimo pasto sono solo dei peccatori: hanno in cuore di tradirlo, di rinnegarlo, di abbandonarlo.

L’eucaristia che celebriamo è il memoriale di quel primo rito eucaristico, una comunione di donne e di uomini chiamati dal peccato, dalla condizione di peccatori, per essere alla tavola del Signore, per essere corpo di Cristo, perché la sua vita diventi la nostra vita.

Il tema della vita è ripreso anche dalle parole sul calice: Gesù dice che quel calice contiene il suo sangue, il sangue della nuova alleanza, quella definitiva che Dio aveva promesso dopo che il popolo aveva rotto quella precedente. È importante però comprendere che quel sangue non è un sacrificio rituale, come si faceva nel tempio uccidendo un agnello. Il sangue è la vita, la vita che scorre, la vita nel senso più esistenziale del termine. Gesù ha offerto la vita, la sua esistenza terrena. Certamente il culmine di questa sua offerta è la croce, ma questa è soltanto la logica conclusione una vita completamente donata, di una intera esistenza vissuta come offerta a Dio e agli uomini. Il sangue è tutta la vita di Gesù, tutta la sua vita umana che è stata un sacrificio esistenziale, una vita di servizio, di cura, di “amore fino alla fine” dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

Il gesto che spiega tutto questo è raccontato da Giovanni come gesto di servizio umile e intimo, è il gesto che dobbiamo imitare, secondo le parole di Gesù stesso, ma possiamo farlo solo se prima ne riconosciamo la portata. Il primo aspetto da comprendere è che questa comunione di vita con Gesù è offerta a tutti: a Giuda che lo tradiva, a Pietro che lo rinnegava, a quei discepoli lenti a capire e senza il coraggio di dire la propria appartenenza a Gesù, e questa sera è offerta a noi. Siamo noi gli invitati, peccatori chiamati e amati dal Signore. Il secondo è riconoscere che questa vita ricevuta deve essere condivisa, il dono è sempre per tutti, così come ha fatto lui facciamo anche noi.

Commento di don Domenico Malmusi

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Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7.
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.
Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?».
Ma, guardando, videro che il masso era gia stato rotolato via, benché fosse molto grande.
Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.
Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.
Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».
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Pasqua veglia

Non abbiate paura

Nei venerdì di quaresima abbiamo riletto le cinque letture che precedono il vangelo in questa lunga e bellissima veglia pasquale. È stato importante dedicare una serata intera ad ognuno di questi testi, che sono così ricchi e così importanti per la storia della salvezza.

Una storia che non è frutto del caso ma di una precisa volontà di Dio, che ha desiderato, voluto e amato questo mondo e in particolare l’uomo, il frutto più bello e dolce di tutta la creazione. L’uomo che può fidarsi di Dio, come Abramo, attraverso un cammino a volte molto difficile, costellato di prove molto dure ma soprattutto segnato dalla presenza di Dio che come un liberatore interviene nella storia degli uomini. Dio, il cui amore è più forte della morte, non si è accontentato di annunciare questa verità ma ha voluto essere uno di noi. Dio si è spogliato della sua divinità e in Gesù è diventato un uomo, un uomo fra gli uomini che è nato, è cresciuto, è vissuto, è morto, proprio come ogni uomo. Un uomo che però era Dio e che è morto per far morire la morte e aprire a noi le porte della vita.

Ma accogliere e accettare questo percorso di vittoria della morte non è facile: la morte continua ad essere l’esperienza più drammatica della nostra vita, una separazione che spesso sentiamo come definitiva, insanabile.

Anche i discepoli la sentivano così. I discepoli uomini, da veri duri, coraggiosi, sono fuggiti. Le discepole donne si sono rassegnate e, al mattino del primo giorno dopo il sabato, vanno alla tomba per fare quelle unzioni tipiche della cultura mediorientale sul cadavere di quell’uomo che avevano seguito, amato e riconosciuto come profeta. Hanno preoccupazioni molto umane, molto pratiche durante il loro cammino. Spesso pensare alle cose pratiche ci aiuta a vincere il dolore, ci permette di non arrovellarci su domande non possono avere una risposta.

Ma, alzando gli occhi, le donne vedono che la pietra è già stata rotolata via, che la tomba è aperta. In pochi istanti, probabilmente, mille pensieri affollano le menti di quelle discepole, che comunque si comportano da donne coraggiose, desiderose di conoscere la verità e il senso di quella tomba aperta. Entrano insieme e trovano una grande sorpresa: non Gesù morto o vivo che sia, ma un giovane, vestito di bianco che dà loro la notizia incredibile: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto”.

In queste poche parole c’è il cuore della nostra fede: il Crocifisso è risorto. La croce e la gloria sono i due aspetti inscindibile dello stesso mistero, le due facce della stessa medaglia. Non basta dire che la vita ha trionfato sulla morte, non è sufficiente riconoscere che Dio può far tornare dai morti. Ricordare la croce, fare memoria di questo strumento di morte significa riconoscere che la risurrezione è la vittoria dell’amore sulla morte. Solo una vita totalmente donata nell’amore vince la morte. Gesù non risorge perché era Dio, o perché il Padre lo ha miracolato, o per qualsiasi altro motivo legato al suo essere divino. Gesù risorge perché è stato crocifisso, perché ha saputo andare fino in fondo a quel dono d’amore che giovedì sera abbiamo celebrato: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. È l’aver amato fino alla fine che ha aperto la via della risurrezione.

La Pasqua allora per noi non è semplicemente la commemorazione di un evento grandioso, ma la celebrazione di un modo di vivere: Se siamo risorti con Cristo cerchiamo le cose di lassù, cioè viviamo come lui, dice Paolo ai cristiani di Colossi, viviamo una vita fatta di dono nella libertà e per amore. Nella filosofia e anche nella psicologia si associano spesso amore e morte, éros e thánatos, ma l’annuncio cristiano associa invece amore e risurrezione, perché l’amore è più forte della morte, l’amore è risurrezione.

Davanti all’annuncio del giovane nel sepolcro però le donne ammutoliscono. Davanti alla croce l’uomo ha paura e tace, ma anche davanti alla risurrezione l’uomo ha paura e tace. Non c’è nulla di strano in questo, la bibbia ci ricorda molto spesso che davanti alle grandi manifestazioni di Dio l’uomo ha paura e tace, per questo gli annunci iniziano spesso, come oggi, con le parole: “Non abbiate paura!”. La paura blocca, paralizza, rende sordi e muti, incapaci di mostrare la propria fede. Non abbiate paura voi, l’amore è più forte della morte, Gesù è la nostra prova, e noi possiamo viverlo e annunciarlo.

Commento di don Domenico Malmusi

Giotto - Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Giotto – Ressurezione, Noli me tangere, Padova cappella degli Scrovegni

Dal Vangelo Giovanni 20,1-9.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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Pasqua giorno

Cristo è risorto

L’annuncio di Pasqua che risuona gioioso nelle nostre chiese: “Il Signore è risorto”, non è certo lo stesso annuncio che circolava fra i discepoli nel giorno della risurrezione. Un giorno certamente determinante, ma altrettanto certamente non il giorno della fede piena, vera. La fede richiede sempre un percorso, c’è sempre un cammino da fare per credere e questo cammino, come ogni cammino, non è sempre uguale, a volte è lento e tranquillo come una passeggiata, altre volte è trascinato e faticoso come quando si trasporta un peso, altre volte è energico pieno di entusiasmo, altri tratti sono più concitati, ansiosi, guidati dalla fretta e dalla paura.

Questo è il tratto di cammino che si trovano a percorrere Maria, Pietro, Giovanni e, in qualche modo anche gli altri discepoli, nel giorno della risurrezione. Il racconto è pieno di agitazione e turbamento, caratterizzato dalla corsa e da un continuo entrare e uscire dai luoghi più diversi: Maria giunge al sepolcro, poi corre e giunge da Pietro che esce con un altro che giunge prima al sepolcro ma non entra, giunge Pietro ed entra, poi entra l’altro… c’è davvero un grande movimento in questo racconto, il movimento della fede. Si può credere solo se si è in movimento. Maria si muove, certo è mossa da un affetto che sa ancora di morte seppure, forse inconsciamente, annuncia l’assenza di Gesù non come il trafugamento di un cadavere ma come l’assenza di un vivente: “Hanno portato via il Signore…”. Ci sono intuizioni nella vita che hanno bisogno di tempo per diventare coscienti, ma che sono già un inizio. Poi il racconto mostra che il movimento coinvolge anche altri. Sempre! L’annuncio di Maria non è l’annuncio vero pasquale, eppure mette in moto altri, la ricerca diventa comune. Noi giungiamo insieme alla fede. Con tempi diversi, con percorsi più o meno tortuosi ma insieme, nella comunità.

Il primo passo per giungere alla fede, per credere alla risurrezione è quello di uscire, come fa Pietro. Uscire da noi stessi, dalle nostre convinzioni, dalle nostre abitudini, dalle nostre tristezze, dalle durezze. Ma questo è solo l’inizio, tant’è che il vangelo (al v 10) annota che i discepoli tornarono di uovo a casa, proprio al punto di partenza. Sappiamo poi che quella casa resterà sbarrata per molto tempo ancora, sentiremo domenica prossima la storia di Tommaso e il suo percorso di fede, dovremo aspettare pentecoste perché la casa non sia più il luogo delle chiusure e delle durezze.

Occorre uscire da sé, ma anche avere il coraggio di entrare nel sepolcro. L’entrare nel sepolcro da parte di Pietro e poi di Giovanni non è semplicemente la cronaca dell’evento ma una chiara indicazione simbolica: occorre saper affrontare il luogo della morte. La nostra vita è segnata da moltissimi ‘luoghi di morte’, il lutto, la separazione, l’abbandono, la fine di relazioni e di amicizie, l’incapacità di comunicare, sono tutte situazione che fanno entrare in noi la morte, cioè la tristezza, la disillusione, la rabbia e ci rendono a nostra volta luoghi di morte, comunicatori di amarezza. Bisogna entrare nelle situazioni di morte sapendo guardare oltre la morte e vivendo la risurrezione, che è molto di più che una generica fiducia nella vita o nella primavera che rinasce. La fede nella risurrezione è caratterizzata dal credere che la vita nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Gesù Cristo. Amando, o almeno cercando di amare, come lui, fidandosi del suo amore per noi possiamo entrare nella dinamica della risurrezione.

L’ultimo aspetto che emerge da questo racconto è l’importanza del vedere. Anche il verbo vedere è ripetuto molte volte nel racconto, fa parte del movimento che abbiamo già visto. Ma il vedere non è sempre uguale: c’è un vedere la pietra ribaltata, che fa nascere dubbi di trafugamento, c’è un vedere le bende che non permette di entrare, un vedere il sudario in modo semplicemente razionale e, infine un vedere per la fede: “Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”. Anche questo però è solo un inizio di fede, per completare il cammino occorre la comprensione delle scritture! La consapevolezza di essere amati da Gesù, questo che vede e crede è il discepolo amato, e la fede nelle scritture sono i due elementi che consentono di fare il salto della fede.

Il discepolo amato vede le stesse cose che vedono gli altri, i segni dell’assenza, ma la certezza dell’amore di Gesù lo rende capace di vivere “l’intimità della sua assenza ardente” rubando le parole a R. M. Rilke, il più grande poeta di lingua tedesca dell’età moderna. Cercare l’assente, vedere colui che è invisibile sono caratteristiche che anche oggi permettono la ricerca del Signore. L’assenza di Dio da motivo di lamento deve passare a una condizione di ricerca. E, con la Scrittura letta e compresa nella comunità e con la comunità, diventa fede matura capace di annunciare a tutti: Cristo è risorto, è veramente risorto.

Commento di don Domenico Malmusi

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2 novembre 2014

Vangelo E Commento Domenica 2 Novembre – Commemorazione dei defunti

Piero della Francesca - Resurrezione Di Cristo, 1450-1463 -  Affresco - Museo Civico di Sansepolcro

Piero della Francesca – Resurrezione Di Cristo, 1450-1463 –
Affresco – Museo Civico di Sansepolcro

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,37-40.
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò,
perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

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Commemorazione dei defunti

Una vita da risorti

I pochi versetti di vangelo che abbiamo ascoltato sono tratti dal capitolo 6 del racconto di Giovanni, un capitolo tutto incentrato sul pane di vita. Inizia con il racconto del miracolo dei pani, dopo il quale Gesù cerca di sfuggire alla folla che lo acclama rifugiandosi sul monte e poi attraversando il lago di notte. Il giorno dopo però la folla, forse interessata alla materialità del pane a buon prezzo, lo raggiunge dall’altra parte del lago e qui Gesù inizia una lunga spiegazione sul suo essere pane della vita al centro della quale spiccano i versetti sulla volontà del Padre.

La volontà del padre è che Gesù non perda nulla di ciò che gli ha dato e lui fa sua questa volontà: “Chi viene a me non lo caccerò fuori” dichiara. I discorso si fa personale, individualmente responsabile: colui che viene a me, attraverso qualsiasi itinerario dell’esistenza, può avere una certezza: io non lo caccerò fuori. Sono parole forti che mostrano il vigore con cui Dio desidera abbracciare tutto ciò che l’uomo è. Dio vuole tenacemente far sperimentare all’uomo la salvezza, vuole che si accosti al banchetto di condivisione della Vita, alla relazione piena con lui. È la realizzazione del desiderio più profondo dell’uomo espresso bene dalle parole di Giobbe nella prima lettura: “Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Gesù è venuto a mostrare il volto di un Dio la cui volontà risponde al desiderio dell’uomo.

Qualcuno la troverà un’idea un po’ strana, spesso si hanno visioni diverse della volontà di Dio. Nel caso migliore si pensa alla volontà di Dio come a qualcosa a cui obbedire ciecamente, nei casi peggiori diventa l’appiglio per giustificare le peggiori atrocità dell’uomo. Tutte le diverse guerre sante sono state spacciate per volontà di Dio.

Ma anche restando in un ambito di interpretazione più vicino al nostro, non possiamo pensare alla volontà di Dio come qualcosa di ineluttabile a cui adeguarsi. La volntà di Dio è un evento dinamico, il frutto di un incontro tra le esigenze del vangelo e l’unicità di una persona. Questo incontro di desideri e di esigenze è l’evento spirituale che realizza la volontà di Dio, è un’offerta che libera la nostra umanità, una proposta di libertà. Solo chi è libero può veramente obbedire e offrire la propria libertà.

Volontà di Dio è dunque che ciascuno di noi possa incontrare Gesù e mettere la fede in lui, cioè aderire, stare attaccato a lui con lo scopo finale di avere la vita eterna. Anche su questo mi preme fare una precisazione: quando si parla di vita eterna nelle Scritture non si intende semplicemente parlare di durata. Fra l’altro per noi è inimmaginabile l’eternità, un tempo senza fine, perchè tutte le nostre esperienze sono scandite dal tempo, racchiuse in un arco ben definito. Vita eterna è indubbiamente un termine legato alla quantità, è il tempo di Dio, un tempo non scandito da un prima e un dopo ma un eterno presente, però, per noi, è più facile comprendere l’aspetto della qualità, perchè più vicino alle esperienze di vita che abbiamo noi. Vita eterna è allora vita con Dio, in quel tempo che è il suo, ma soprattutto è una vita piena, significativa, una vita concreta che abbraccia tutto l’uomo fatto di carne e di spirito. Nelle fede cristiana non si parla di vita in un luogo di spiriti, ma di resurrezione cioè di una vittoria sulla morte che abbraccia l’uomo nella sua interezza, corpo e spirito.

Oggi possiamo dunque già iniziare una vita da risorti, quando sappiamo affidarci a Dio, ma non semplicemente guardando verso il cielo e aspettando una soluzione miracolosa ai nostri problemi, l’affidamento al Signore passa concretamente attraverso affidamento all’altro. Perchè noi sperimentiamo la vita ogni volta che sappiamo mettere fiducia nell’altro, lo accogliamo come un dono e, a nostra volta sappiamo donarci. E questa è la volontà di Dio, una volontà di incontro, di nutrimento reciproco, di affidamento. Tutte esperienze che concretizzano l’amore, e l’amore è la forza della risurrezione.

Commento di don Domenico Malmusi

4 maggio 2014

Vangelo E Commento Domenica 4 Maggio – III di Pasqua

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Michelangelo Merisi da Caravaggio- Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, National Gallery, Londra

Michelangelo Merisi da Caravaggio- Cena in Emmaus, 1601-1602, olio su tela, National Gallery, Londra

Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35.

In quello stesso giorno, il primo della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,
e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste;
uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;
come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro
e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!
Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.
Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.
Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro,
i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
I

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Pasqua III

Il secondo annuncio

I racconti delle apparizioni di Gesù risorto hanno tutti un tratto comune che è dato dall’incapacità di riconoscere immediatamente il Signore. Maria di Magdala l’aveva scambiato per il custode del giardino, sul lago di Tiberiade non è riconosciuto, qui è preso un viandante. Gesù, il maestro e l’amico, è diventato un estraneo, un forestiero. Il vangelo riporta diverse volte l’annuncio che Gesù sarebbe risorto secondo le scritture, ma questa parola non è entrata nel cuore dei discepoli e l’annuncio delle donne non li convince. Soltanto Tommaso ha il coraggio di manifestare la sua difficoltà a credere, ma tutti gli altri dimostrano di essere sulla sua stessa barca, di avere un cuore duro, lento. Proprio per questo motivo il racconto che i due di Emmaus fanno allo straniero è un racconto vuoto. Eppure è il primo e vero annuncio pasquale, tecnicamente è molto corretto, ma non c’è vita, è assolutamente privo di gioia, di speranza. Per loro Gesù è morto. Irrimediabilmente morto. E allora hanno il volto triste, la voce mesta di chi è senza speranza. Il cuore è lento e duro, impietrito, così come le orecchie che non hanno saputo ascoltare la Scrittura e gli occhi ciechi che non vedono Gesù.

Allora Gesù ‘cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui’, riprende cioè a spiegare la Scrittura con la pazienza del buon maestro, con la vitalità di chi vive ciò di cui parla. Tanto che poco i dopo i discepoli riconosceranno che mentre parlava il loro cuore ardeva, cioè si sentivano partecipi, pieni di energia, di affetto.

Però questo ardore non è ancora sufficiente: per riconoscere Gesù occorre un segno. Maria lo riconosce sentendosi chiamare per nome, Tommaso dalle ferite, sul lago dalla pesca prodigiosa, qui dal segno del pane spezzato. Finalmente, davanti a questo gesto c’è il riconoscimento, la gioia, la comprensione piena di ciò che si muove dentro di loro.

Poi, in pochissime parole il racconto arriva alla conclusione. Sembra che il culmine del racconto ci sia già stato, tutto la narrazione conduceva al momento del riconoscimento, il resto è quasi un di più. Invece proprio queste ultime parole così semplici, talmente sobrie da sembrare quasi scarne sono importantissime per noi.

Se avete notato il racconto contiene due annunci pasquali: il primo, quello fatto al viandante sconosciuto, dal punto di vista dottrinale è molto corretto, esaustivo, però è senza vita, il secondo, quello del ritorno a Gerusalemme è povero di parole ma pieno di entusiasmo e di vita. Questa differenza è fondamentale, l’evangelista ci sta dicendo che esiste un annuncio della risurrezione che per quanto corretto, completo di tutti i particolari, spiegato con cura non dice nulla. Quello che è credibile è il secondo annuncio un annuncio che prima di essere preoccupato della correttezza formale è testimonianza della propria esperienza, dell’incontro personale e del riconoscimento del Signore nel segno del pane spezzato. C’è stato un cammino, la nascita di una relazione, un’esperienza di condivisione – il pane spezzato non è una sorta di formula magica, ma la volontà di condividere, il nutrirsi insieme – ed è proprio questo che rende credibili le parole dei discepoli. Parole che raccontano un’esperienza, una vita, non una teoria o una filosofia. Parole che non sono tanto una cronaca degli eventi vissuti ma la condivisione del senso che quegli eventi hanno dato alla vita di ciascuno dei due discepoli.

Questo è il vero annuncio pasquale, non le formule dottrinali ma la vita, vera, vissuta, raccontata. C’è annuncio evangelico non quando esponiamo concetti dottrinali, che sono sempre un po’ astratti, ma quando raccontiamo qualcosa che ci è accaduto, che tocca il cuore della nostra esistenza che diventa esperienza di fraternità, di condivisione. Quando il finto dialogo che rimpalla le cose fra l’uno e l’altro – ciò che succede fra i due discepoli all’inizio del vangelo – diventa alleanza e comunione.

È questo che ormai di diversi anni cerchiamo di fare con il nostro progetto di catechesi: non ci interessa principalmente comunicare concetti dottrinali, quelli sono scritti su tutti i libri, si trovano su internet, sono accessibili a tutti; ci interessa comunicare la vita, condividere l’esperienza della fede, raccontare il nostro incontro con Gesù risorto, unica speranza di vita. E vogliamo farlo aprendo gli occhi davanti al pane spezzato, questo pane che ora spezziamo nella nostra celebrazione eucaristica e che diventa la fonte e il vertice della condivisione di cui siamo capaci nella vita. Questo è il vero annuncio evangelico, il secondo annuncio, cioè la narrazione della nostra fede.

Commento di don Domenico Malmusi

7 aprile 2014

Vangelo ECommento Domenica 6 Aprile – V Di Quaresima

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Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani, 1485-1547), “Resurrezione di Lazzaro”, 1517-1519, Olio su tela, 381 x 289 cm, National Gallery, London

Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani, 1485-1547), “Resurrezione di Lazzaro”, 1517-1519, Olio su tela, 381 x 289 cm, National Gallery, London

Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45.
In quel tempo, era malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella.
Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.
Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato».
Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.
Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.
Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo;
ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».
Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».
Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto
e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!».
Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro.
Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia
e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.
Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà».
Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».
Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.
Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.
Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».
Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse:
«Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
Gesù scoppiò in pianto.
Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!».
Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».
Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».
Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?».
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.
Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».
Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.

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V Domenica di Quaresima

Vita nuova ora

Come succede sempre nel vangelo di Giovanni un episodio di per sé abbastanza semplice – malattia e morte di Lazzaro e resurrezione temporanea – diventa occasione per una riflessione molto profonda. Nel racconto di oggi la parte principale è certamente il dialogo con Marta, ma molti altri elementi meritano di essere approfonditi.

Lazzaro è definito dalle sorelle ‘colui che tu ami’ e da Gesù ‘il nostro amico’. Colui che tu ami ci fa pensare al discepolo amato, che non è tanto un discepolo privilegiato quanto un discepolo che si è accorto dell’amore di Gesù per lui. Lazzaro è dunque un discepolo che diventa modello per tutti perché mostra l’effetto dell’adesione a Gesù. Gesù dice che la malattia non lo condurrà alla morte perché l’incontro con lui cambia la situazione dell’uomo: la vita cessa per quelli che vivono nel peccato, cioè nel rifiuto della vita che viene da Dio. Per Gesù parlare di morte e vita non significa alterare il ciclo normale della vita fisica eliminando la morte biologica, lui stesso non sfuggirà a questo evento, ma dare a tutto questo un nuovo significato. Per noi la morte è un evento paralizzante, e il vangelo lo mostra in Maria che resta seduta in casa: la morte del fratello, che per lei significa la fine della vita, la riduce all’inattività, resta chiusa in casa insieme a quei giudei venuti a consolarla, cioè coloro che non credono in Gesù. Tutta la comunità è paralizzata e chiusa nell’ambiente del dolore.

Marta invece corre da Gesù. Il dialogo che segue è molto importante perché mostra un percorso di fede molto chiaro: all’inizio la fede di Marta è quella giudica, espressa con i modi dei farisei: “So che puoi chiedere qualcosa”, “So che risorgerà nell’ultimo giorno”. È un sapere che viene dalla tradizione religiosa d’Israele, un sapere che, al massimo, ammette per Gesù un ruolo di mediazione, profetico non la profonda unità che ha col Padre (“Qualunque cosa chiederai a Dio”). Gesù chiede un passo ulteriore: lui è venuto a trasmettere una qualità di vita diversa, viene a comunicare la vita che egli stesso possiede, la vita divina, indistruttibile. Gesù è la risurrezione perché è la vita (“Io sono la via, la verità e la vita”). Questa qualità di vita quando si incontra con la morte, la supera. Lo sguardo del credente non può essere rivolto solo al futuro, è nel presente che inizia la vita eterna, la vita divina. È questa la crescita di Marta nella fede. Ora non dice più che sa, ma: “Credo!”.

L’arrivo di Gesù toglie anche Maria dalla immobilità in cui giaceva: paralizzata in un dolore senza speranza ora invece esce incontro a lui. L’incontro turba Gesù. La nostra traduzione dice che si commosse profondamente, ma in realtà il verbo greco esprime uno sbuffo rabbioso, una indignazione profonda, una cosa più forte e rabbiosa della commozione. Anche Gesù sente la morte come ingiusta, come qualcosa che sottrae all’esistenza umana la piena fiducia in Dio, che trasmette l’idea di vittoria definitiva del male. È a questo che vuole ribellarsi Gesù, all’idea che il male possa avere l’ultima parola. La risurrezione di Lazzaro che, pur non essendo definitiva, è un anticipo di quella di Gesù vuole dire proprio questo. Certo occorre uno sguardo di fede per comprenderlo: Marta, che poco prima ha professato la sua fede in Gesù, ha già un moto di regressione davanti alla prospettiva di aprire la tomba, e Gesù riprende il tema della fede: “Se crederai vedrai la gloria di Dio”. La risurrezione di Lazzaro viene condizionata dalla fede della sorella, è la fede che permette di sperimentare la vita nuova, la vita piena.

Poi Gesù ordina di liberare Lazzaro che all’uscita dalla tomba è legato come un prigioniero, infatti è prigioniero della morte: molti salmi descrivono la morte come un essere presi dai suoi lacci, essere incatenati, stretti da funi. Il Signore è colui che libera, che permette di camminare.

Il racconto finisce in modo molto asciutto. Non si parla di feste, della gioia delle sorelle, dei complimenti dei presenti. Semplicemente si annota che qualcuno crede. In fondo lo scopo di Gesù non è stupire ma semplicemente manifestare che non è vero che il male ha l’ultima parola sull’esistenza degli uomini ed è nella normalità del vivere che manifestiamo di essere risorti con lui ad una vita nuova.

Commento di Don Domenico Malmusi

Sebastiano del Piombo (Sebastiano Luciani, 1485-1547), “Resurrezione di Lazzaro”, 1517-1519, Olio su tela, 381 x 289 cm, National Gallery, London

 

10 novembre 2013

Vangelo E Commento Domenica 10 Novembre – XXXII Per Annum

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Fra Beato Angelico - Il Giudizio Universale  - Tempera Su Tavola, 1431 Circa, Museo Nazionale Di San Marco Firenze

Fra Beato Angelico – Il Giudizio Universale – Tempera Su Tavola, 1431 Circa, Museo Nazionale Di San Marco Firenze

Dal Vangelo secondo Luca 20,27-38.

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:

«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.

C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.

Allora la prese il secondo

e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.

Da ultimo anche la donna morì.

Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;

ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;

e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.

Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

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XXXII domenica per annum

Vivere da risorti

Il capitolo 20 del vangelo di Luca è tutto ambientato nel tempio. Qui Gesù incontra molte persone, tra cui alcuni esponenti dei diversi gruppi religiosi che costituivano il giudaismo a quel tempo. Si tratta, normalmente, di incontri che fanno emergere pretesti per la discussione, non delle ragioni vere e profonde per cui Gesù viene rifiutato. Nel versetto 20, però, quindi un po’ prima del testo appena letto, Luca dice che Gesù è spiato, che alcune persone, fingendosi giusti e interessati al suo insegnamento intendessero in realtà coglierlo in fallo e consegnarlo all’autorità, quindi tutte le discussioni servono a portare un po’ d’acqua a questo mulino. Anche se l’intenzione dei sadducei non è dunque quello di condannare Gesù, il clima non è buono, c’è tensione. Probabilmente i sadducei intendono mettere in ridicolo la dottrina della risurrezione, creduta e predicata anche dai farisei, mostrando che non c’è nessun fondamento nella torah ma soltanto di tradizioni farisaiche. Penso che anche noi, pur professando la fede cristiana da tanto tempo, non siamo poi così distanti dalle posizioni dei sadducei. Mentre accettiamo con facilità la morte in croce di Gesù, ci scandalizza, cioè inciampiamo, facciamo fatica a proseguire il cammino, la risurrezione. Questo è sicuramente il primo dato che emerge dal testo: la risurrezione è uno scandalo, una difficoltà per la nostra fede. Proprio per questo però è il contenuto più vero della fede, il cuore della fede cristiana. Fede ha sempre a che fare con l’incredibile, e la resurrezione è veramente al di là delle nostre comprensioni umane. Per questo san Paolo insiste molto su questo argomento nel capitolo finale della lettera ai Corinzi: “Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risorto … se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede”.

La risposta di Gesù ai sadducei è interessante perché lui non va alla ricerca di brani biblici in cui si parla di resurrezione, ma mostra il volto di Dio come colui che è fedele e capace di accompagnare gli uomini: Abramo, Isacco e Giacobbe hanno camminato con lui, per lui e ora sono viventi in lui. Un Dio amante della vita e amico degli uomini che non si preoccupa tanto della risurrezione in modo tecnico (come risorgeremo? Con quali compiti e possibilità?) ma in modo esistenziale, relazionale (noi risorgeremo con Cristo). La domanda dei sadducei, che sicuramente era tendenziosa, racchiude una sua drammaticità, riguarda il futuro della nostra vita, cioè delle nostre relazioni. Questa donna sette volte moglie, sette volte vedova e mai madre, non è solo un caso grottesco, ma il simbolo di una visione e interpretazione della vita: una vita che cerca di perpetuarsi nella generazione ma che svanisce in modo drammatico nell’illusione di questa autosufficienza. Nella visione efficientista dei sadducei la donna non è una persona ma solo lo strumento della propria eternità. Ma la strumentalizzazione dell’altro risulta inefficace, non permette un futuro, fa svanire tutto, non resta nessuna relazione. Nella visione di Gesù, invece, il futuro non è nella possibilità della generazione, ma nell’appartenenza, cioè proprio nella relazione: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Essere di qualcuno, non in senso possessivo ma relazionale, indica l’amore, vero, vissuto, scambiato. Il altre parole il nostro futuro è fondato sull’amore che sappiamo vivere e spendere oggi.

Il vero problema non è dunque come risorgeremo ma come viviamo. Per chi vivo? Perché vivo? Chi o che cosa mi fa vivere?

La risurrezione è uno stile di vita che già oggi si manifesta in chi vive autenticamente la fede, in chi combatte con speranza, in chi ha il coraggio di osare, in chi dona se stesso agli altri.

Concretamente si tratta di coltivare la capacità di annunciare una fede che non cada nel cinismo o nella violenza della parola, ma che sappia farsi vicino a tutto ciò che è umano, soprattutto quando è segnato dal dolore e dal fallimento.

Il caso proposto dai sadducei cerca una fedeltà alla legge che porta ad essere infedeli alle persone, alla dignità della vita e, in fondo, anche a Dio con il risultato di una sterilità mortifera. Occorre compiere un salto di qualità, cioè imparare a leggere la vita con la profondità di Gesù, a saperci affidare come lui, cioè a sentirsi appartenenti al Padre che è Dio mio, per poter cogliere, in tante esperienze che viviamo dei germi di resurrezione.

Commento di Don Domenico Malmusi

31 marzo 2013

Vangelo E Comento Sabato Santo, 30 Marzo

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Beato Angelico - Deposizione Dalla Croce

Beato Angelico – Deposizione Dalla Croce

Cristo en el sepulcro-Entombment of Christ-Fra Angelico

Beato Angelico – Cristo Nel Sepolcro

resurrezionefraangelico1450

Beto Angelico – Resurrezione

Beato Angelico - Noli Me Tangere

Beato Angelico – Noli Me Tangere

Dal Vangelo secondo Luca 24,1-12.
Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato.
Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro;
ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti.
Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea,
dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».
Ed esse si ricordarono delle sue parole.
E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.
Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.
Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.
Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.

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Pasqua

Affetto e Parola

Che senso ha tutto questo?” si domandano le donne guardando in distanza la pietra rotolata via dal sepolcro. Che senso ha il dolore mi sembra che si chiedano. Quel sepolcro aperto non può che essere l’ennesimo oltraggio a quell’uomo amato da queste donne e disprezzato dai capi del popolo. Non esiste per loro un orizzonte diverso. Non esiste perche nella vita spesso sembra che il dolore prenda il sopravvento rispetto a tutto ciò che di bello sperimentiamo. La malattia, la crisi economica, l’incapacità di governarsi, la difficoltà nelle relazioni, tutto ci conduce a credere che la morte vince sempre, che ha lei l’ultima parola. È il pensiero che accompagna il cammino di Maddalena e della altre donne, donne ferite dalla vita, oltraggiate e sfruttate dagli uomini, che avevano trovato finalmente un uomo che le trattava con rispetto, con onore vien da dire, ma la forza del male e della morte lo ha tolto con violenza dalle loro vite. E ora anche la magra consolazione di poterlo piangere nel luogo dove riposa il suo corpo viene strappata. Il pensiero, logico, umano è: “Hanno portato via il Signore”, ma dove? Perché?

I racconti degli evangelisti non sono perfettamente concordi a questo punto. Giovanni dice che Maddalena torna subito indietro, dai discepoli, poi, tornando al sepolcro incontra Gesù risorto, mentre Luca e gli altri sinottici dicono che c’è una visione di angeli. Ma la differenza è meno sostanziale di quanto sembra, perché il risultato non è diverso: Pietro (con Giovanni) corre al sepolcro e qui constata la verità di ciò che le donne hanno annunciato. Ma cosa significa il sepolcro vuoto? Che significato ha tutto questo? La stessa domanda dobbiamo porla a noi stessi: come ci poniamo di fronte al sepolcro vuoto? Crediamo alla resurrezione di Gesù? Forse ci poniamo davanti all’assenza di Gesù con delusione o con indifferenza. Oppure senza nessun vero interesse o con timore, comunque spesso con sentimenti che ci conducono lontano dalla fede, che ci lasciano nella nostra solita mediocrità.

Perché il vangelo ci pone davanti solo ad un sepolcro vuoto? Perché non ha voluto per suo figlio morto in croce una modalità diversa, imponente, come forse avremmo scelto noi? Pensate alla spettacolarità di un morto che esce dalla tomba. Invece Dio ha scelto che nessuno lo vedesse uscire, la risurrezione di Gesù è una voce silenziosa, non grida, non si impone, semplicemente si propone.

L’unico segno che ci vien posto davanti agli occhi sono il vuoto della tomba e le bende con il sudario riposti con cura come quando ci alza e si rifà il letto. Le bende e il sudario sono il simbolo della sconfitta della morte. Sono segni inerti, disabitati, come per dire che Dio non è nei segni di morte, Dio è nei segni della vita.

E la vita è fatta di vitalità, di affetto. Anche davanti al sepolcro si può manifestare vita: le donne arrivano di buon mattino, con l’ansia di chi non può più aspettare. Pietro (con Giovanni) arriva di corsa con l’urgenza di vuole verificare, capire. Poi il vangelo mostra anche tutta la difficoltà di capire, di credere, di accettare lo straordinario di Dio nell’ordinarietà della nostra vita, ma mi sembra che questa fretta sia molto importante perché esprime desiderio, volontà di non perdere tempo o forse timore che sia già troppo tardi, esprime vita. Quando qualcuno si accorge che una cosa è importante per se stesso non è capace di indugiare, vuole che quella cosa entri subito nella sua vita. Da questa vitalità, che si esprime togliendo le bende che imprigionano il desiderio che Dio ha acceso e accende dentro di noi, si può trovare risposta anche all’altra domanda cioè come ci poniamo davanti al vuoto del sepolcro. L’affetto, l’emotività non è certamente la fede ma può essere la prima scintilla per accendere in noi stessi un fuoco duraturo. Per il salto decisivo della fede, per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza della Scrittura: accostata al vuoto della tomba, la Scrittura la riempie di una Parola che è all’origine della resurrezione, perché è la Parola stessa del Dio della vita. Le donne, i discepoli sono tutti duri di cervice e lenti di cuore, non avevano ricordato, non avevano compreso le scritture, non avevano ancora imparato a fidarsi di quella parola.

Questa notte abbiamo fatto una grande esperienza di ascolto, un ascolto lungo, articolato, che percorre le notti fondamentali della storia della salvezza. Ascoltando e fidandosi di questa Scrittura possiamo leggere la nostra storia come una storia abitata da Dio, una storia in cui la morte non è più la parola definitiva e, proprio per questo, ci sentiamo di lottare contro tutto ciò che avvelena la vita, contro tutto ciò che corrompe il bene dell’umanità, e di dare impulso a tutto ciò che costruisce il sogno di Dio sulla terra, un sogno di vita. In attesa della pienezza della vita, in attesa della beata speranza che ci attende.

Commento di Don Domenico Malmusi

 

 

25 aprile 2011

Pasqua Vangelo E Comento

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Beato Angelico - Le Donne Al Sepolcro

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9.
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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Pasqua
Amore più forte della morte
Abbiamo ascoltato la narrazione di Giovanni, sull’evento della risurrezione. Anche lui, come gli altri evangelisti, concorda sul fatto che chi arriva al sepolcro vede semplicemente una tomba vuota, ma Giovanni attraverso i suoi personaggi permette un itinerari di fede molto chiaro e molto ricco. Il suo racconto è ricco di movimento, trasmette l’urgenza, il desiderio di essere là, dove c’è il Signore, ma soprattutto l’urgenza della comprensione e della conversione.
L’inizio del racconto vede Maria di Magdala che và al sepolcro. Il suo cuore è triste, prigioniero della disperazione e dimentico della fede, forse non le viene neppure in mente l’idea della resurrezione di cui sicuramente Gesù le aveva parlato. Maria non riesce a staccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato, si rassegna al fatto che sia morto ma vuole almeno un luogo per piangerlo. Ma, arrivata là, vede la pietra ribaltata! Non ha bisogno neppure di entrare, sa già che il corpo non c’è, è stato portato via. Ha visto semplicemente una tomba aperta, ma la sua immaginazione corre più avanti: qualcuno ha rubato il corpo. Corre via, e la sua supposizione diventa il racconto ai discepoli. Allora di nuovo corrono, c’è molto movimento, molta urgenza in questo racconto. Corrono insieme due discepoli, ma il discepolo amato corre più veloce di Pietro e giunge per primo alla tomba e vede le bende a terra, ma questi oggetti, visti dal di fuori, non gli dicono nulla.  Attende che sopraggiunga anche Pietro e che sia lui a entrare per primo: Pietro è stato scelto da Gesù come capo, come Roccia, quindi Giovanni, che spinto dall’amore per Gesù, arriva per primo, riconosce la precedenza di Pietro e non entra. Pietro arriva, entra, osserva i teli e il sudario ma non capisce, quei segni sono muti per lui. A questo punto entra anche Giovanni e il vangelo dice che vide. Cosa vide? Il suo sguardo non si sofferma su un oggetto, o sul luogo, è un vedere che coglie l’insieme, è un vedere la luce, cioè è lo sguardo della fede. Vide e credette. Vede qualcosa che va al di là, vede l’invisibile. Prima, sulla soglia il suo sguardo si soffermava su un oggetto ma senza comprendere, ora, entrato nel sepolcro, cioè nella morte vede tutto e ricorda le parole di Gesù, comprende le Scritture, quelle Scritture che Gesù tante volte aveva spiegato. Il suo sguardo diventa ricordo e comprensione, cioè diventa ascolto. La fede pasquale, la fede nella resurrezione, è la capacità di vedere la vittoria della vita vedendo dei segni di morte, e questo non per merito della nostra fantasia, ma perché interpretati dalle Scritture.
Il vangelo chiarisce bene che “l’altro discepolo” è mosso dall’amore, è quello che si sente amato e che a sua volta ama Gesù, quello che nella cena è chinato sul suo petto e comprende perché Gesù lasci fare a Giuda, e condivide lo stile di Gesù… è questo amore che lo muove e permette il primo passo della fede. Solo il desiderio di essere con Gesù, di partecipare al suo amore e alla sua vita, cioè l’amore per lui ci permettono di vedere globalmente, di vedere oltre, di vedere vita nella morte. Ma, in realtà, anche l’amore non basta. Occorre ascoltare e comprendere la scrittura. Gesù risorge “secondo le Scritture”, “come aveva detto” spiegando le Scritture.
Maria è mossa dall’amore, arriva fino al sepolcro, ma non ha il coraggio di entrare. Occorre entrare nella morte, nel dolore, nei segni di morte che ci sbarrano la via.
Pietro ha un rapporto con Gesù più razionale, più politico, più materiale. Ha il coraggio di entrare nel sepolcro, ma non basta.
Giovanni ama con lo stile di Gesù, entra, vede, comprende le scritture. E ha fede!
La fede dunque è sì fede nella vita, nella potenza della resurrezione, nell’amore fino all’estremo ma, soprattutto è fede nella Scrittura, in quella Parola del Signore che ci permette di vedere e interpretare la vita dentro ai segni di morte che troviamo sul nostro cammino.
Giovanni era il discepolo che Gesù amava, cioè, come ho detto che sentiva l’amore su di sé e che amava Gesù, come lui dobbiamo sentire di essere amati dal Signore, aver fede nel suo amore per noi, perche questo è alla base della fede nella resurrezione, anche della nostra resurrezione, perché il suo amore non finisce con la nostra morte, così come l’amore del padre non è finito con la morte di Gesù.
Forti dell’amore che sperimentiamo nella vita e illuminati dalla Scrittura possiamo continuare a credere e ad annunciare la risurrezione proprio nel grande fallimento che è la morte. Gesù il Messia è risorto ed è vivente per sempre, primizia di noi tutti che siamo chiamati in lui e con lui alla vita eterna!
Commento di Don Domenico Malmusi

7 marzo 2011

Vangelo E Commento Di Domenica 6 Marzo

Paolo Veronese - Ressurezzione di Cristo 1570

Dal Vangelo secondo Matteo 7,21-27.
Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

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IX Tempo ordinario

La casa sulla roccia

Siamo giunti alla conclusione del discorso della montagna che ci ha accompagnati per diverse domeniche. L’invito di Gesù ad una scelta radicale si fa più pressante, con un’insistenza sul fare che diventa centrale.

La prima cosa da notare è la contrapposizione fra l’invocazione del Signore e l’accesso al regno: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». Sono parole molto dure, rivolte a quanti pensano che basti parlare di Dio, partecipare alle liturgie, dichiararsi suoi discepoli per esserlo veramente.

A questa segue un’altra contrapposizione, altrettanto dura: «Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome, cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”. Io però dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di ingiustizia”». Cioè si può presumere di agire in nome di Cristo, di compiere prodigi nel suo nome e invece ingannarsi malamente e non fare la volontà sua e del Padre. Dice Gesù che anche compiere gesti carismatici o eclatanti non è sufficiente, perché queste opere possono trasformarsi in idoli personali, cioè azioni che danno gloria a chi le fa e mirano a realizzare la propria volontà.

L’inganno svelato dalle parole di Gesù è la dissociazione che spesso abita il cuore dell’uomo: il desiderio di ascoltare, riflettere, discutere, programmare si contrappone alla passività che impedisce di agire, che si accontenta dell’ascolto ed è appagata dalla discussione. Invece Gesù invita l’uomo alla coerenza, una virtù appare sempre più rara. L’uomo coerente rifiuta la divisione e l’ipocrisia e tenta di dare un seguito operativo alle sue parole, ai valori che professa, alla fede che lo ispira. Sappiamo bene che grandi valori come l’onestà, la giustizia, la libertà, la fedeltà, non esistono da se stessi ma soltanto incarnati da uomini e donne che li accolgono nella loro esistenza quotidiana e sono disposti a servirli fino a pagarne le conseguenze estreme. Oggi sembra che ci siamo dimenticati di questa verità elementare ed è per questo motivo che viviamo una crisi morale e di autorità in tanti ambiti della nostra società. L’incoerenza è la prima controtestimonianza portata ai valori che uno proclama o professa e che poi disattende nella prassi quotidiana. Non ha nessun vigore la proclamazione di un valore smentita poi dalle scelte della propria vita.

Domenica scorsa il vangelo ci ammoniva sull’impossibilità di servire due padroni, il brano di oggi mostra le conseguenze del tentativo costante di conciliare l’obbedienza al vangelo e alla prassi del mondo. Quante volte sentiamo dire, o diciamo noi stessi, che nella politica, nella professione, in ogni ambito della vita sociale occorre giocare con le regole del mondo per non soccombere. È l’ennesimo tentativo di obbedire a Dio sottraendosi all’esigenza di conversione che la sua Parola comporta.

L’ultima parte del discorso, con la contrapposizione delle case fondate sulla roccia o sulla sabbia, riprende questa idea dell’unità fra ascolto e conversione. Ascoltare profondamente e con verità la Parola significa agire in un modo diverso, un modo progettuale, attento, impegnativo. C’è una sapienza umana nel costruire la casa sulla roccia e c’è un profondo simbolismo biblico perché la roccia è Dio stesso, la sua parola, la sua legge. Questi due aspetti ci dicono che mettere in pratica le parole ascoltate dal Signore significa personalizzare l’atto di fede con quella creatività che conduce il credente a dare la sua risposta personale all’obbedienza al vangelo. Il cammino del credente è un cammino segnato da creatività, discernimento e  intelligenza. È questa la novità, la bellezza e la difficoltà del vangelo. Proprio nell’intelligenza e nel discernimento si manifesta la sapienza del discepolo, una sapienza che è umana e insieme divina perché nasce dalla scienza del vangelo.

La parte del testo omessa dalla liturgia dice che l’insegnamento di Gesù è diverso da quello degli scribi. È un insegnamento che ha autorità, cioè la forza di far crescere, di responsabilizzare, di liberare. Gli scribi insegnano il giogo della legge, l’oppressione della legge, qualcosa da cui siamo tentati di fuggire, Gesù ci insegna a diventare grandi, responsabili e creativi, ad essere uomini e donne capaci di discernimento.

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