Parrocchia Di Collegara-San Damaso

25 settembre 2015

Vangelo E Commento Domenica 20 Settembre

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Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà».
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

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XXV Tempo ordinario.

Una vita sconvolta

Il racconto di oggi mette in evidenza un progressivo aumento d’intimità fra Gesù e le persone che gli stanno intorno. Con lui ci sono i discepoli, che non sono solo i Dodici, ma un gruppetto più eterogeneo di cui fanno parte anche alcune donne, forse con i figli, visto che ad un certo punto compare, misteriosamente un bambino.

All’inizio del racconto si trovano in Galilea, una regione marginale, cercando di rimanere il più possibile in incognito. Gesù dà un insegnamento difficile, rivolto a persone ‘iniziate’, cioè che hanno già fatto tanta strada con lui, che sono pronti ad un approfondimento della propria storia di fede. Hanno bisogno di starsene per conto proprio, quindi camminano su strade deserte. Poi si entra in casa, lontano da orecchie indiscrete e qui Gesù pone una domanda personale, che smaschera i desideri di ciascuno. I discepoli sono qui descritti come persone che tacciono per paura: hanno paura di interrogare Gesù per farsi spiegare meglio ciò che annuncia, hanno paura di rivelare ciò di cui stanno parlando, meglio tacere piuttosto che capire di più e doversi assumere una maggiore responsabilità, meglio tacere che aprire un conflitto, fingiamo che tutto vada bene.

Meglio non comprendere il fatto che Gesù sarà consegnato nelle mani degli uomini. È un esito sgradevole, inaccettabile. Qualsiasi critica ci fa soffrire, anche quelle fatte con affetto, con desiderio di aiutare a crescere, figuriamoci l’idea di essere consegnati ad un giudizio ingiusto a cui fa seguito una condanna. È giustificabile l’incomprensione e la paura dei discepoli. La paura è un sentimento umano, qualcosa che abita in noi in modo in modo anche un po’ irrazionale. Non dobbiamo vergognarci di avere paura, però non si può consegnare la propria vita alla paura. Tutti noi, prima o poi, siamo ‘presi e consegnati’ a qualcosa che non vorremmo, che non ci piace, che non possiamo amare. Che sia una malattia, un lavoro che ci umilia, un rifiuto da parte di qualcuno… il vangelo però indica una via di assunzione coraggiosa e libera di ciò che la vita ci pone davanti, soprattutto se è una conseguenza della decisione di seguire Gesù. Seguire Gesù significa incamminarsi nella via della giustizia e, come ci ricorda la prima lettura, il giusto dà fastidio, con la sua vita onesta ci giudica, quindi viene sempre osteggiato e, a volte, condannato.

Non possiamo negare che seguire Gesù sia un cammino difficile! Gesù però non demorde nella sua volontà di insegnare ai discepoli e continua il suo percorso di approfondimento dell’intimità per rendere i discepoli più consapevoli del significato della scelta di seguirlo: entrato in casa si siede, chiama vicino a sé i Dodici, che evidentemente pure stando nella stessa stanza sono distanti e, con pazienza, riprende a spiegare il suo stile, lo stile di Dio. Il primo richiamo riguarda la rinuncia ad ogni pretesa di rango. Nel cuore di tutti esiste il desiderio di primeggiare, dentro di noi ci guardiamo allo specchio domandando chi è ‘la più bella del reame’, oppure facciamo ‘braccio di ferro’ con chi vive insieme a noi. Lo ricorda in modo chiarissimo la seconda lettura: “dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni … Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”. Gesù allora usa l’opposizione fra essere primo ed essere ultimo di tutti e servo di tutti. Chi si fa ultimo di tutti e servo di tutti ha lo stesso atteggiamento di Gesù e si colloca davanti agli altri perché segue Gesù più da vicino. “Farsi ultimo e servo” equivale a “rinnegare se stesso”, rinunciando ad ogni ambizione egoista, che è prima condizione della sequela espressa nel vangelo di domenica scorsa.

E perché il messaggio sia comunicato anche con un altro registro Gesù compie un gesto, l’abbraccio a questo bambino misterioso che si trova lì con loro. Il bambino, simbolo degli ultimi, perché al tempo di Gesù non contavano, erano utilizzati come servitori, trascurati e non ascoltati, viene messo al centro, al posto di Gesù perché Gesù prende il posto dell’ultimo, di colui che serve.

Facendo questo gesto Gesù parla di accoglienza, un termine molto usato nel vangelo di Marco. Si parla di accogliere i missionari la Parola, il Regno, i piccoli. Accoglienze diverse ma sempre frutto di ascolto, di disponibilità, di ospitalità, di capacità di lasciare sconvolgere la propria vita per mettere al centro l’altro, di porsi a servizio. Solo così si vive pienamente la sequela di Gesù, una sequela difficile, che passa indubbiamente attraverso la croce e la morte, ma questa è la via della risurrezione.

Vangelo e commento di don Domenico Malmusi

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24 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 22 Febbraio – 1a Domenica Di Quaresima

Filed under: Vangelo — Insieme @ 07:27
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Le Tentazioni Di Cristo - Mosaico, Basilica Di San Marco, Venezia

Le Tentazioni Di Cristo – Mosaico, Basilica Di San Marco, Venezia

Dal Vangelo secondo Marco 1,12-15.
Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto
e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

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1a Domenica

Nutrire il lupo

La prima lettura, tratta dal libro della Gesnesi, parla dell’alleanza fra Dio e l’uomo sigillata con Noè attraverso il segno dell’arcobaleno. Sappiamo bene però che l’uomo continuamente rompe l’alleanza che, sempre, Dio vuole rinnovare. La Bibbia presenta diverse volte il rinnovo dell’alleanza, con Abramo, poi con Mosè, i giudici e i re che si sono susseguiti alla guida del popolo. Infine, nella pienezza dei tempi, viene nel mondo Gesù, la nuova e definitiva alleanza stipulata da Dio con l’umanità. Ma, come si vede bene dalla vita di Gesù, essere in alleanza, mantenere l’alleanza, è un compito difficile, richiede di uscire vincitori dall’esperienza della tentazione, del deserto e della solitudine.

Nei vangeli di Matteo e Luca, il racconto delle tentazioni è piuttosto articolato, mentre quello di Marco, che abbiamo ascoltato ora, è un racconto molto secco, due sole righe in cui si dice semplicemente che lo Spirito gettò Gesù nel deserto per essere tentato da Satana per quaranta giorni. Il testo lascia intendere bene che la tentazione avviene in modo continuativo, non in situazioni episodiche. Marco non si dilunga nel descrivere le tentazioni, non fa una catechesi sulla tentazione, semplicemente fa osservare che dopo il battesimo Gesù non viene separato dalla storia e dalle sue ambiguità, anzi, è lo Spirito stesso che lo butta dentro questa storia fatta di lotta e insieme di pace come indica la presenza contemporanea delle bestie selvatiche e degli angeli: paura, rabbia, aggresività insieme a pace, fiducia, benevolenza.

Questa nuova alleanza che Dio stipula con l’umanità non è un nuovo contratto, ma è Gesù stesso, sintesi di entrambi i contraenti: ed è lui nella sua piena realtà umana che vive l’esperienza di essere gettato nel deserto e nella solitudine, vive la tentazione e la lotta che lo conducono alla vittoria e alla pace, una pace non significa l’annientamento delle belve, ma piuttosto la capacità di convivere con loro.

Gesù resta nel deserto quaranta giorni: occorre del tempo per vivere l’alleanza. La fedeltà è provata nella perseveranza, nello scorrere del tempo, quindi c’è bisogno di un periodo adeguato, una fase durevole come sono stati i quarant’anni del popolo nel deserto ripresi e simboleggiati dai quaranta giorni di Gesù nella solitudine della tentazione. I quaranta giorni non richiamano solo i quarant’anni di Israele, ma sono anche simbolo di una vita, di un ricambio generazionale. Il senso allora è che la tentazione non è solo un periodo, una fase giovanile della vita di una persona ma è tutto l’arco di tempo della sua esistenza.

Una leggenda degli indiani d’America riprende e spiega con molta chiarezza questo tema: «Un anziano capo indiano che aveva dentro di sé la saggezza del tempo, parlava a suo nipote della vita: “Dentro ognuno di noi c’è una lotta, – diceva al bambino con il suo solito tono calmo, – un terribile combattimento tra due lupi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo”. Il nonno fece pausa, per dargli modo di capire quello che aveva appena detto. “E l’altro?” domandò il bambino. “L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede”. Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero: “E quale lupo vince?”. Il vecchio nonno si girò a guardarlo e rispose con occhi limpidi: “Quello che nutri di più”.»

La quaresima è il tempo che la chiesa ci dona per poter nutrire il lupo che vive di pace e di speranza. Lo nutriamo ascoltando Gesù che ci annuncia la novità di Dio, la lieta notizia che il Regno è vicino, tanto vicino che possiamo sentirne il profumo, i suoni, tanto vicino che possiamo già vivere come se fossimo cittadini di questo Regno. Prima di lui e dopo di lui, molti sono venuti come profeti e hanno cominciato a denunciare il male, a lamentare la caduta dei valori, ad accusare la cattiveria dei tempi. Come se questa fosse la via per far trionfare il bene. Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II diceva: “Ci sono alcuni che nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; … come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”. Questa via così nuova non è altro che la via di Gesù: lui per primo piuttosto che denunciare, annuncia. E dice di credere al Vangelo, fidarsi dell’amore, nutrire l’amore, ascoltando il proprio cuore, ascoltando Dio che è sempre con noi, anche nella tentazione.

Commento di don Domenico Malmusi

16 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 15 Febbraio – VI Tempo ordinario

Jean Marie Melchior Doze - Gesù Purifica Il Lebbroso

Jean Marie Melchior Doze – Gesù Purifica Il Lebbroso

Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.
In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!».
Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!».
Subito la lebbra scomparve ed egli guarì.
E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse:
«Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro».
Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

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VI Tempo ordinario

Sii purificato

La prima lettura mostra le prescrizioni che riguardano il lebbroso nel libro del Levitico. Sono norme che hanno un senso igienico, servono ad evitare il contagio, ma sono, soprattutto, norme di tipo religioso. L’impurità è qualcosa che ha a che fare con la religione: l’impuro non può accedere al tempio, alla sinagoga, non può avere contatto con i ‘puri’ è separato, segregato. Questo fa la religione! Attenzione non la fede. Religione e fede non sono la stessa cosa. Le prescrizioni religiose, che sicuramente nascono per poter vivere la fede, spesso diventano modi per dividere e separare le persone: puri e impuri, fedeli ed infedeli, figli e cani (come dicevano gli ebrei di loro e dei pagani), meritevoli e peccatori.

La buona notizia che Gesù comunica è che Dio non emargina nessuno. Anche Pietro negli Atti degli Apostoli, nel famoso episodio di Cornelio dirà: “Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”.

Il lebbroso che si presenta a Gesù è un personaggio anonimo. E quando nei vangeli un personaggi è anonimo significa che è qualcuno in cui il lettore può rispecchiarsi, un invito a riconoscere i limiti e le ‘lebbre’ della propria vita. La lebbra a quel tempo era considerata un castigo da Dio per i peccati. Il lebbroso doveva vivere fuori dall’accampamento, come prescrive il Levitico, lontano dal consorzio umano, emarginato. Non poteva né avvicinare né essere avvicinato. Era in pratica un cadavere vivente.

Però questo lebbroso trasgredisce la legge. Va verso Gesù e lo supplica in ginocchio. Non chiede di essere guarito ma di essere purificato. In tutto il brano mai apparirà il verbo “curare o guarire”, ma sempre il verbo “purificare”, che ha un significato religioso. Il lebbroso vuole almeno il contatto con Dio. Ha perso tutto, famiglia, affetti, amici e ha perso anche Dio. Così, almeno, gli hanno detto.

Gesù ha compassione! Il termine, nell’Antico Testamento, indica un sentimento divino nei confronti del popolo amato e che, letteralmente, deriva da “viscere”: è un contorcimento come le doglie del parto, è come se volesse dare vita a chi l’ha perduta. Mosso da questo ‘contorcimento’ anche Gesù trasgredisce la legge perchè tocca questo lebbroso, contraendo l’impurità. Non era necessario toccare il lebbroso, altre volte Gesù ha guarito soltanto con la potenza della sua parola. Qui Gesù compie un atto illegittimo deliberatamente, perchè vuole eliminare ogni emarginazione attuata in nome di Dio, vuole cancellare definitivamente la categoria degli impuri. Non esistono persone impure per il Signore, tutti possono accostarsi a Dio.

Ecco la grande novità del vangelo: non è vero, come insegna la religione, che l’uomo deve purificarsi per potersi avvicinare a Dio, ma è vero il contrario: accogliere il Signore è ciò che purifica l’uomo. Questa è la buona notizia portata da Gesù. E il lebbroso l’ha capito. Tanto che si mette a divulgare, non solo il fatto, come è tradotto qui, ma il logos, cioè la parola, il messaggio del vangelo. Quello che lui annuncia non è tanto il fatto che gli è accaduto, ma la novità che ha scoperto: Dio non emargina, Dio non esclude, il suo amore è rivolto a tutti. Questo è il messaggio che l’ex lebbroso va a testimoniare. 

Gesù, toccandolo, trasgredisce la legge e da quel momento anche lui diventa impuro secondo le norme del Levitico. Infatti, avendo saputo tutti del suo gesto, non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti. Qui, in luoghi emarginati, vanno a lui tutte le persone emarginate, che si sentivano rifiutate, che si erano sentite disprezzate. Il Dio di cui parlano i gesti di Gesù è il Dio che dichiara puro ogni uomo. E’ questa la buona notizia che la gente aspettava, specialmente i più lontani, i più emarginati e disprezzati dalla religione.

Aver fede nel Vangelo significa opporsi alla religione dei puri. Occorre però molto coraggio e determinazione, sia da parte di chi è dentro che di chi è fuori. Il lebbroso del vangelo non si lascia rinchiudere negli schemi, non si arrende di fronte ad una legge ingiusta e cerca l’incontro ed il contatto con Gesù. Così come Gesù che non teme di diventare a sua volta emarginato ed impuro pur di poter manifestare la misericordia di Dio.

Spesso la chiesa non è riuscita a rimanere fedele al Vangelo, ha trafsormato Gesù l’emarginato in un Gesù potente, glorioso, ricco: un Gesù ‘religioso’ che mette barriere invece di abbatterle. Ma il vangelo non si cambia, e lì, in quella Parola che mantiene presente Gesù al mondo, continua a risuonare la sua intimazione: “lo voglio, sii purificato!”

Commento di don Domenico Malmusi

12 febbraio 2015

Vangelo E Commento Domenica 8 Febbraio – V Tempo Ordinario

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Bartolomé Esteban Murillo - Cristo Ed I Paralitici

Bartolomé Esteban Murillo – Cristo Ed I Paralitici

Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39.
In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga, si recò subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.
Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce
e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».
Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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V Tempo ordinario

Una giornata tipo

Il brano di vangelo di oggi è la descrizione di una giornata tipo di Gesù. Si apre con l’episodio della sinagoga, letto la scorsa settimana, e si conclude con l’uscita di Gesù verso altri villaggi. Il testo di oggi è caratterizzata dall’urgenza: subito vanno a casa, subito incontra la donna malata… C’è un po’ di affanno, un po’ d’ansia in questa giornata così fitta di impegni. Sembra si debba fare tutto di corsa. Solo due aspetti ci riportano alla calma e alla tranquillità.

Il primo è la guarigione della suocera di Pietro. La narrazione, seppur brevissima, è carica di umanità, sembra di vederla al rallentatore: Gesù, informato della malattia, si avvicina alla donna, la prende per mano e la fa alzare. Lui vuole incontrarla, quindi si avvicina, prende nella mano la mano febbricitante della donna, e poi con forza la aiuta ad alzarsi. Sono gesti semplici, umani, affettuosi, sono i gesti di Gesù che guariscono: non i gesti da guaritore e neppure da medico, tantomeno gesti magici. Gesti possibili a tutti: anche noi, come Gesù possiamo avvicinarci al malato, farci prossimo, toglierlo dal suo isolamento, prendere la sua mano nella nostra, in un contatto che faccia sentire la presenza, la nostra vicinanza e, infine, fare qualcosa perché l’altro si rialzi dal suo stato di avvilimento. L’aspetto molto forte è che Gesù non rifiuta il contatto con la malattia, non la teme, soprattutto non teme il malato. È questo che dà forza al malato e lo toglie dalla sua situazione. Il segno della guarigione è la rinnovata capacità di servire.

Poco dopo Gesù incontra ‘tutti i malati e gli indemoniati’ e instaura una lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo. Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Una certa spiritualità cristiana si è nutrita di queste cose, ma nel vangelo non ci sono. Certamente la malattia, per Gesù, è l’occasione per predicare il vangelo, l’attività di cura e guarigione che compie è all’interno della finalità prioritaria della sua missione: annunciare il regno di Dio, mostrare il suo amore per gli uomini.

Il secondo aspetto che richiama la calma e la tranquillità, strettamente collegato al primo, è lo spazio della preghiera di Gesù. Il testo dice che è uno spazio notturno/mattutino, che richiede solitudine, che richiede tempo, il verbo all’imperfetto indica un tempo prolungato. Gesù non si lascia travolgere dalle folle che vogliono guarigioni, ma cerca e trova spazio e tempo di solitudine e di silenzio per pregare. Sa porre un limite alla sua attività, sa dire dei no, non si lascia sedurre dal fatto che tutti lo cercano.

I gesti che fa sono sacramentali, cioè sono segno dell’azione divina, la sua missione non è quella di soddisfare i bisogni della gente, le richieste di chi arriva da lui, per questo si rifiuta di divenire un fornitore di prestazioni terapeutiche e sa sottrarsi alle richieste che gli piovono addosso da ogni parte. Lo scopo di Gesù, l’ho gia detto, è quello di annunciare ill Vangelo e guarire le persone è indubbiamente parte di questo annuncio, ma non è il tutto e deve mantenere la dimensione di ‘segno’. Nelle richieste della gente c’è una tentazione di successo, dire di sì a tutti e a tutto rende benvoluti e amati, ma Gesù non sta ricercando il successo, è venuto per annunciare le esigenze del Regno, far conoscer Dio, predicare il vangelo. Tutto questo è possibile solo nutrendo la relazione con il Padre, colui che ha inviato Gesù e che ora invia anche noi.

Anche per noi allora è fondamentale trovare questo tempo per la riflessione, la formazione, la relazione con il Signore. Gesù coltiva questo spazio relazionale anche quando è stanco, strappando il tempo al sonno. Se manca lo spazio della preghiera non è possibile mantenersi saldi nella propria missione, questo spazio viene riempito di alte cose, altri interessi che spesso distolgono dal cammino della fede. Allora il nostro percorso di fede diventa disimpegnato, saltuario. La nostra testimonianza inefficace, anche un po’ falsa perchè fatta per mantenere una facciata e non per confessare la propria fede e la propria relazione con il Signore.

Per concludere dico che la giornata di Gesù deve diventare il modello di ogni uomo che al mattino, nella solitudine risveglia la sua coscienza nel faccia a faccia con Dio; durante il giorno, mosso dalla compassione, vive nella compagnia degli uomini il suo impegno formativo e costruttivo; alla sera sperimenta amicizia e affetto che diventano un prendersi cura reciproco che allontana il male. Questa è la fede.

Commento di don Domenico Malmusi

25 gennaio 2015

Vangelo E Commento Domenica 25 Gennaio – III Tempo Ordinario

Filed under: Vangelo — Insieme @ 17:33
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Michelangelo Merisi da Caravaggio -  olio su tela, Santa Maria del Popolo, Roma

Michelangelo Merisi da Caravaggio – olio su tela, Santa Maria del Popolo, Roma

Dal Vangelo secondo Marco 1,14-20.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».
Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini».
E subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti.
Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

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III Tempo ordinario

Seguire nella gioia

Domenica scorsa abbiamo ascoltato la chiamata dei primi discepoli dal vangelo di Giovanni, un testo molto bello e, forse, più realistico rispetto a quello di Marco ascoltato ora. La preoccupazione di Marco però non è tanto quella di fare della cronaca rispetto quanto avvenuto fra Gesù e i primi discepoli, quanto piuttosto andare al significato profondo di quella chiamata, far comprendere le caratteristiche proprie della sequela.

Il racconto inizia con il passaggio di testimone fra Giovanni Battista e Gesù, realtà evidenziata anche dal racconto di Giovanni: terminata la preparazione del precursore ecco che inizia la predicazione di Gesù. Inizia in Galilea, patria di Gesù e del suo vangelo. Vangelo, lo sappiamo, significa buona notizia, un termine dunque che richiama la gioia, quindi la conversione, necessaria per credere al vangelo, non è prima di tutto una azione penitenziale nel senso che intendiamo noi, una specie di castigo, una correzione che richiede di reprimere i propri desideri e le proprie speranze. Torneremo dopo sul senso della conversione, perchè prima mi intressa fermarmi sulle parole di Gesù, che parlano del compimento del tempo e della vicinanza del Regno. È come se il tempo e lo spazio si accorciassero, l’occasione propizia è sempre più vicina al qui e ora. In realtà questa occasione favorevole è legata all’arresto del Battista e alla Galilea delle genti, due coordinate che dal punto di vista umano non sono propriamente le migliori. Eppure Gesù legge questa situazione come opportunità per l’avvicinarsi del Regno, una cosa non ben definibile, ma che ha come condizione necessaria il fatto di non temporeggiare più, di accogliere ora l’invito di Gesù. In altri testi Gesù dice che il Regno è già in mezzo a noi, quindi sembra che il Regno si realizzi ogni volta che qualcuno decide, senza tentennamenti e ripensamenti di seguire Gesù.

Questa è la conversione richiesta, questo è il senso delle chiamate dei primi discepoli che seguono immediatamente l’annuncio di Gesù, che diventano l’esemplificazione della conversione necessaria. La conversione è una svolta nella vita, svolta che porta ad un cambio di pensiero, di ideali. Conversione che, come risulta evidente, non è un passaggio dal male al bene, come intendiamo normalmente: questi chiamati erano dei lavoratori, gente normale, onesta, gente che viveva della pesca in un paese in riva ad un lago. Non c’è nulla che possa far pensare che fossero peccatori, se non il fatto che fossero persone normali, come noi, e quindi con quei limiti che segnano il quotidiano. Conversione allora significa svolta, decisione nuova, scelta di fidarsi di qualcosa di nuovo, di questo vangelo, cioè della buona notizia del Regno vicino.

La narrazione delle chiamate è molto essenziale, ma nello stesso tempo anche ricca di particolari che rendono molto chiara e molto vivace la vicenda, molto esistenziale. I nomi sono precisi, così come le azioni e le cose sono descritte minuziosamente. Tutto questo però non distoglie dal protagonista assoluto che è Gesù: è lui chi domina la scena, è lui che sceglie, che chiama, che deve essere seguito. Occorre seguirlo per indicare che lui resta il protagonista, l’unico Maestro, l’unico riferimento e, seguendolo, si parte per una missione completamente nuova seppure fondata sulla realtà personale dei chiamati: “Vi farò diventare pescatori di uomini” cioè accolgo la vostra condizione e la trasfiguro per le esigenze del Regno.

I discepoli lo seguono subito, fa notare Marco, ma il senso non è quello di una cosa avventata, fatta senza nessuna riflessione. Subito significa che hanno saputo cogliere l’attimo, senza tergiversare, hanno deciso senza perdersi in ragionamenti tortuosi. La vita è già abbastanza complicata di suo, senza che noi la rendiamo ancora più intricata con i nostri ragionamenti ambigui e spesso subdoli. Subito significa andare immediatamente al punto fondamentale, essere lineari, chiari, semplici e decisi. Questi sono i presupposti umani per rispondere al Signore. C’è un’idea molto chiara nel racconto che è il termine Vangelo, cioè notizia lieta e gioiosa: la motivazione che muove Gesù e i discepoli è tutta qui, in questa buona notizia che riempie di gioia e si traduce in una vita di fede e moralmente ineccepibile. Essere nella gioia rende le persone disponibili, accoglienti, fiduciose. La vita cristiana parte dall’accoglienza del vangelo, non dallo sforzo di migliorarsi, perchè è la gioia che è contagiosa, che converte.

Per finire vi inviterei a provare ad riconoscervi nei personaggi di questo racconto che non sono solo Gesù e i discepoli ma anche il padre e i garzoni: sono deciso come i discepoli, resto attonito a guardare senza capre molto come i garzoni, sento un senso di dolore e abbandono come il padre? Leggere la mia vita nel vangelo permette di compiere il percorso di conversione richiesto dal vangelo stesso, che non è cercare di essere più buono ma seguire il Signore fino a dove è andato lui, fino a dare la vita.

Commento di don Domenico Malmusi

9 dicembre 2014

Vangelo E Comento Domenica 7 Dicembre – II Tempo di avvento

vangelodimarco

Dal Vangelo secondo Marco 1,1-8.
Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico
e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.
Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

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II Tempo di avvento

Dall’inizio

L’Avvento è il tempo dell’attesa, ed è un tempo espressamente cristiano, perché un tempo di digiuno e penitenza come la Quaresima la condividiamo con l’Islam, il tempo della Pasqua con l’ebraismo, ma l’attesa della venuta del Signore è solo cristiana. Solo noi cristiani attendiamo il ritorno di Cristo da lui stesso promesse. Ma questa attesa nel nostro tempo pare essere spenta, l’uomo di oggi non conosce la più speranza e quindi non sa attendere, siamo uomini e donne disillusi, che faticano a sperare perché privati di ogni speranza, addirittura diventati incapaci di sperare. Già Ignazio Silone scriveva: “Mi sono stancato di cristiani che aspettano la venuta del loro Signore con la stessa indifferenza con cui si aspetta l’arrivo dell’autobus”.

La nostra attesa dovrebbe essere di stampo evangelico, cioè fondata sul vangelo ascoltato, compreso e vissuto. Partiamo allora dall’ascolto e dalla comprensione di questo brano perchè diventi poi vangelo vissuto. La prima parola ‘inizio’ ci dice che il vangelo non è apparso improvvisamente come qualcosa di grandioso, ma che ha avuto una partenza piccola, umile, che richiede uno sviluppo, un percorso come un seme che diventa albero. Evangelo, lo sappiamo, significa buona notizia e questa è Gesù, è come se l’evangelista dicesse: c’è una bella notizia, Gesù proprio quel Gesù che ha condotto una vita umile e ha servito fino alla croce, è il Messia, è il Figlio di Dio.

Subito dopo ci sono due citazioni unite, prese dal profeta Malachia e da Isaia. Sono annunci gioiosi, ma anche molto duri perchè annunciano un giudizio, c’è dunque un monito per il popolo, un appello alla conversione, e Giovanni Battista è l’incarnazione di questo appello, lui, con la sua vita, le sue scelte, le sue parole è questo invito alla conversione. L’invito alla conversione, che a noi appare sempre difficile e costosa perchè sembra chiedere di rinunciare a qualcosa, al tempo di Giovanni aveva provocato un grande movimento popolare, aveva riacceso la speranza nel popolo. La conversione è connessa alla speranza, non alla tristezza. Certamente l’austerità e la coerenza di Giovanni gli conferivano quella autorità profetica che permetteva alla gente di ascoltarlo profondamente e di iniziare un percorso di conversione.

Iniziare, appunto. Torniamo a questa parola così importante: Marco parlando dell’inizio del vangelo dice una cosa che in realtà è un po’ confusa: cita Malchia ed Isaia, racconta di Giovanni e allude a Elia, con il battesimo e le tentazioni richiama la profezia del servo e le tentazioni del popolo nel deserto, tanto che non si capisce più quale sia il vero punto iniziale. Forse tutte queste cose insieme, è qualcosa di nascosto che bisogna imparare a trovare e a leggere. Nella Bibbia ci sono diversi inizi, ci sono stati eventi che ricominciavano una storia, eventi considerati come nuove partenze, eventi che segnavano una novità. Nella storia di salvezza, la storia come Dio la legge, c’è un inizio, un ricominciare: quando Dio crea il cielo e la terra; quando la Parola di Dio inizia il suo percorso di incarnazione; quando inizia la vicenda di Gesù sulla terra; quando verrà il Signore Gesù nella gloria per darci cieli nuovi e terra nuova … Leggendo questa dinamica, Gregorio di Nissa afferma che anche la vita cristiana “va di inizio in inizio, attraverso inizi che non hanno fine”. Oggi può esserci per noi un nuovo inizio, perchè il Vangelo vissuto concretamente da uomini e donne, ricomincia sempre. Questa è la buona notizia: il vangelo vissuto nella chiesa, il fuoco del Vangelo che, conservato sotto la brace, ricomincia a divampare, a essere fuoco. Convertirsi significa allora imparare a leggere la nostra storia con un altro sguardo per trovare il seme della buona notizia di Dio che è nascosto nella nostra vita, nel nostro passato, in ciò che viviamo ora, trovando i fili di speranza che conducono all’incontro con il Signore. È tempo di riattivare i recettori della speranza.

Giovanni Battista è riuscito a riattivare la speranza del popolo predicando un battesimo di conversione per la remissione dei peccati, immersi, per essere tirati fuori in una novità di vita. Non è la coscienza del peccato che dà speranza, ma la coscienza che per noi peccatori c’è una possibilità nuova, che si chiama remissione dei peccati: possiamo riemergere. Il Dio dell’Antico Testamento è un Dio che porta il peccato, che perdona il peccato cioè fa misericordia, ma è anche un Dio che cancella il peccato, cioè che non ricorda più che noi abbiamo peccato. È un’affermazione molto forte, eppure è così, attraverso il perdono siamo messi in una situazione originaria come se non avessimo peccato. Una cosa questa che può far solo Dio; ciascuno di noi può perdonare a un altro ma nessuno di noi può dimenticare che un altro ci ha fatto del male. Dio nella sua onnipotenza cancella il peccato, non ricorda più. Sei messo in una situazione nuova, sei all’inizio. Dio apre per te una possibilità nuova. È riaccesa la speranza.

Commento di don Domenico Malmusi

12 novembre 2012

Vagelo E Commento Domenica 11 Novembre

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L’Obolo Della Vedova – Immagine Di Pubblico Dominio – Autore Sconosciuto

Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44.
In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze,
avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti.
Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte.
Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino.
Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

XXXII domenica del tempo ordinario

Guardate

Il vangelo appena ascoltato è chiaramente diviso in due parti: nella prima parte Gesù invita la folla a guardarsi dagli scribi, mentre nella seconda parte indica ai discepoli di guardare alla donna vedova.

Gesù si trova nel tempio, luogo di culto ma anche, come dicevo già domenica scorsa, di incontro, di insegnamento, di scambio culturale. Ha incontrato i sadducei, discutendo con loro sulla risurrezione, poi lo scriba con cui si confronta sul grande comandamento, ora, con i suoi discepoli, passeggia e osserva. La prima cosa che colpisce il suo sguardo è l’atteggiamento degli uomini religiosi: quelli che conoscono la legge, la insegnano, quelli che hanno scelto di fare della religione la loro professione o che sono molto pii. Il confronto dunque non è solo con i preti di oggi, ma con tutti quelli che all’interno del mondo religioso hanno un ruolo, occupano un posto. Il grande rischio, la caduta più comune di tutte queste persone è l’ipocrisia che, spesso, accompagna ogni loro gesto. Tutte le azioni che compiono, come il fare l’elemosina, pregare, digiunare le compiono per esibirsi, per essere visti, lodati, riconosciuti. E questo, naturalmente, richiede una particolare attenzione all’esteriorità, occorre che l’abbigliamento rispetti perfettamente e in modo evidente le norme del culto, che l’incedere sia ieratico, i contrassegni curati e vistosi. Le azioni giuste del pregare, digiunare, condividere, che sono i capisaldi della relazione con Dio e con i fratelli perdono completamente il loro significato per diventare gesti che indirizzano la gloria verso chi li compie. Già i profeti si erano scagliati contro questa religione dell’apparenza che, in realtà, denota una prospettiva profondamente atea: Dio non c’entra più con tutto questo, ciò che conta, ciò che mi fa sentire vivo, importante, affermato è lo sguardo e il riconoscimento degli uomini.

Gesù non dice ‘guardateli’ che è quello che vorrebbero gli scribi, ma dice ‘guardatevi’ cioè preservatevi, evitate, state in guardia. Non è questa la fede.

Dopo questa prima parte troviamo Gesù seduto di fronte al tesoro che guarda ciò che sta succedendo e qui il verbo guardare viene usato nel suo significato primario di osservare, studiare, valutare, ammirare. Lui osserva ‘come’ la gente gettava monete nel tesoro del tempio, non gli interessa il numero o il valore delle monete gettate. Non gli interessa il tintinnio che producono – c’èrano dei condotti fatti a tromba che convogliavano le monete nel tesoro, amplificando il rumore del metallo che rotolava giù – o la voce del sacerdote che dichiara il valore dell’offerta. Ed è proprio questa attenzione diversa che lui pone sulla realtà che gli permette di cogliere ciò che ad altri resta nascosto. La vedova non è un personaggio che si nota, agli occhi dei più parrebbe trasparente. Le sue due monetine non hanno certamente fatto rumore, forse nessuno se ne è accorto. Ma lei non ha bisogno del riconoscimento degli uomini, perché la sua vita non dipende da questo. Per lei il Signore è tutto, e il resto non conta, non cambia la sua vita. Eppure il dono che fa tocca profondamente la sua vita. Dando i due spiccioli lei si espone al rischio della morte, mette a repentaglio la sua esistenza, si affida completamente a Dio, gli professa il suo amore totale. Questa donna, con estrema semplicità, confessa che la sua vita appartiene a Dio, che Dio è il suo tesoro e lei si getta completamente in lui. È la stessa logica che permetterà a Gesù di gettare tutta la sua vita, di donarla come estremo atto di amore per Dio e per i fratelli per i quali ha vissuto.

Il dono dei ricchi invece non tocca la vita. Il superfluo non mi è utile se lo conservo non mi costa donarlo. I beni restano intatti, la posizione sociale è la stessa, tutto è immutato e immutabile.

Allora Gesù chiama i discepoli e indica loro nella donna un vero maestro in Israele. Un maestro che misura il mondo, la vita, le persone non con il criterio della quantità ma con quello del cuore, del dono. La donna è povera e sola dice il racconto, eppure possiede una pienezza di vita che le permette di fare della sua vita un dono. È una pienezza che viene dalla coscienza di essere amati da Dio e di averlo scelto con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, cioè con tutta intera la vita.

Dopo questo brano il vangelo riporta i discorsi escatologici, quelli che invitano a vegliare, ad essere pronti, e poi inizia la passione. Il racconto ci offre così la chiave di lettura per comprendere il dono di sé che Gesù farà sulla croce e ci indica la via per essere attenti e pronti che la via dell’amore, del dono, della fiducia.

Commento di Don Domenico Malmusi

5 novembre 2012

Vangelo E Commento Domenica 4 Novembre

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Guido Reni – Mosè Con Le Tavole Della Legge

Dal Vangelo secondo Marco 12,28b-34.
Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore;
amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.
E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi».
Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui;
amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

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XXXI domenica del tempo ordinario

Amare Dio e i fratelli

Dopo aver terminato la lettura del capitolo dieci di Marco leggiamo ora il capitolo dodici. L’undici si salta perché lo abbiamo letto la domenica delle Palme, contiene l’ingresso a Gerusalemme, dove Gesù passa alcuni giorni nel tempio e lì incontra diverse persone. Lo scriba di cui si parla oggi pone a Gesù una domanda su quale sia il primo dei comandamenti. Negli ambienti rabbinici il tema era molto dibattuto: dei i comandi contenuti nell’Antico testamento sono numerosi e l’idea che al loro interno vi sia una gerarchia, un ordine, un comando principale obbedendo al quale si obbedisce a tutta la volontà di Dio è un’idea condivisa e discussa. Non è una domanda tendenziosa, o un problema accademico, trovare il criterio ispiratore e unificatore della legge permette di non cadere nel legalismo, che è rigido e vuoto.

Nei racconti di Luca e Matteo Gesù non risponde direttamente ma ribalta la domanda a colui che l’ha posta: “Cosa dice la legge?” domanda a sua volta Gesù. L’uomo risponde – con minime differenze fra Matteo e Luca – così: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Questo confronto fa risaltare due aspetti molto interessanti contenuti nella risposta riportata da Marco: primo, la citazione corretta di tutto il comando di Deuteronomio 6 con l’affermazione forte del monoteismo e, secondo, la polemica contro il culto tipica di molti ambienti profetici. La prima particolarità è importante perché Marco viveva in ambiente pagano ed è importante annunciare il monoteismo che è affermazione di libertà e di dipendenza allo stesso momento. Non c’è nessun’altro Signore all’infuori dell’unico Dio, questa è libertà ma, nello stesso tempo, un Signore esiste, e bisogna amarlo al di sopra di tutto, appartenergli totalmente: questa è dipendenza. La libertà sta nell’obbedienza all’unico vero Signore, nell’amore esclusivo e primario per lui. Se analizziamo attenteamente le parole dello Shemà Israel riprese da Gesù vi troviamo il movimento della fede che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla professione di fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”).

Questo movimento mostra che l’amore viene prima di tutto da Dio, è da questa esperienza d’amore che ha origine ogni possibilità d’amore, per questo amare il prossimo viene come secondo non perché sia secondario, ma per il fatto che senza amore ricevuto non si può amare. Dare il primato di Dio non significa annullare l’amore del prossimo ma anzi libera la possibilità di amare. Amare il prossimo per Dio significa amarlo con la libertà di Dio, col suo amore forte e critico; significa essere capaci, se l’amore lo richiede, anche di rimanere soli, rifiutati da tutti e messi in croce.

Come si vede da Matteo e Luca l’unificazione dei due comandi sull’amore a Dio e al prossimo non sono un’idea originale di Gesù. Occorre attendere Giovanni per scoprire la vera novità del comando sull’amore: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” cioè fino alla fine, fino al compimento, senza misura, in quel modo che Gesù ha realizzato sulla croce e manifestato nell’ultima cena con il segno della lavanda. Bianchi annota che “In questa ardita sintesi, Gesù non ha neppure esplicitato la richiesta di amare Dio, perché sapeva bene che quando gli uomini si amano in verità, quando si amano come lui li ha amati, nel fare questo vivono già l’amore di Dio”.

Il dialogo fra lo scriba e Gesù si svolge nel cortile del tempio (cfr 11,27), il luogo dei sacrifici, quindi l’affermazione che amare Dio e il prossimo vale più dei sacrifici acquista un significato particolarmente forte. Viene in mente il culto spirituale di cui parla Paolo nella lettera ai cristiani di Roma: “12,1 Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. E prosegue con una serie di indicazioni molto pratiche e umane, delle quali ne riporto solo una che mi piace molto: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”. È vero che amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e amare il prossimo come se stessi rivela chiaramente che il luogo dell’amore è la corporeità. L’ascolto della parola del Signore tende a inscrivere nel corpo, cioè nell’uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. L’interpretazione piena della Scrittura che chiede di amare Dio e il prossimo “è una persona infiammata dall’amore di Dio e che brucia di amore per Dio e per i fratelli.”

Il testo finisce con il riconoscimento della saggezza della risposta e poi con il silenzio degli interlocutori. La domanda logica che dovrebbe seguire l’affermazione di Gesù è: “Cosa mi manca ancora?” e la possibile risposta sarebbe la stessa data al giovane ricco: “Va’, vendi, dona, vieni e seguimi” dove il ‘seguimi’ indica il passo sul comandamento nuovo citato prima. Quale passo resta da compiere per ciascuno di noi?

 

Commento di Don Domenico Malmusi

30 ottobre 2012

Vangelo E Commento Domenica 28 Ottobre

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Nicolas Poussin – Gesù Guarisce Il Cieco

Dal Vangelo secondo Marco 10,46-52.
E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

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XXVIII domenica del tempo ordinario

Và, condividi, vieni

Già domenica scorsa avevo detto che la sequela di Gesù viene specificata secondo tre temi molto importanti: matrimonio (domenica scorsa), autorità (domenica prossima) e oggi la ricchezza.

Nella prima lettura, un testo molto antico, viene indicata come ricchezza suprema la sapienza, un bene superiore e incredibilmente più prezioso dei beni materiali da ricercare e da amare, eppure l’uomo, ancora oggi, dopo tremila anni di insistenza, è portato ad accumulare denaro, beni, oggetti preziosi. Fra l’altro intendendoli spesso come un premio dato da Dio per la propria bravura e fedeltà. Invece il vangelo dice che l’attaccamento alle ricchezze è il più grande ostacolo alla chiamata del Signore, all’ascolto della Parola e alla radicalità cristiana, di conseguenza alla salvezza.

Il racconto mostra un uomo entusiasta, che ha voglia di incontrare Gesù, che lo stima e lo ritiene buono. Gesù dopo aver ribadito che solo Dio è buono gli suggerisce di interrogarsi su come vive la volontà di Dio espressa nella Legge, ed in particolare lo richiama su ciò che riguarda la pienezza delle relazioni umane. I comandamenti, o le “dieci parole”, come li chiamano gli ebrei, sono il modo in cui Dio offre agli uomini l’alleanza e la comunione con lui che è la fonte della vita piena, una vita umanamente piena, destinata a non aver fine perché destinata alla risurrezione. È facile, pensa forse quest’uomo, sono bravissimo, sono a posto. È da quando sono un bambino che faccio queste cose, sono già perfetto. Invece Gesù vede, al di là di questa presunta perfezione, che qualcosa manca. Una cosa, o meglio la cosa. E qui vale la penna soffermarsi. Nella catechesi fatta in chiesa domenica scorsa si è parlato di correzione fraterna e qualcuno diceva che è possibile attuarla solo se si segue lo stile di Gesù. L’incontro narrato in questo brano, con questa persona senza nome, definita solo dalle sue ricchezze dice bene quale sia questo stile: Gesù subito dopo averlo ascoltato lo fissa e – dice il testo – lo amò, ed è proprio questo amore che gli permette di vedere immediatamente la mancanza. Gesù non lo ama perché vien lodato da lui, anzi non accetta la lode, non lo ama per le sue ricchezze, che invita a lasciare, lo ama nella sua mancanza, nell’imperfezione, nell’incapacità di essere l’artefice della propria salvezza. E, amandolo, può indicargli la via della correzione, della perfezione, una via che però richiede un previo distacco. Prima di tutto il tale deve andare, poi vendere e dare ai poveri e solo a questo punto può esserci la sequela. Dice Manicardi “Entrare nella relazione con Gesù e dunque nello spazio della salvezza implica il doloroso riconoscimento di un vuoto, di una carenza, di una ferita attraverso cui può farsi strada l’azione salvifica del Signore. Non a caso l’uomo ricco è rinviato da Gesù a riconoscere la propria povertà interiore e profonda (“Una cosa ti manca”) e proprio lì egli fallisce: il possesso delle ricchezze dà sicurezza e consente di rimuovere il doloroso lavoro di riconoscere la propria mancanza. In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio. Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini”.

Fra l’altro occorre notare che non basta lasciare i beni, occorre darli ai poveri. È un distacco in vista della fraternità, una libertà che permette di essere a disposizione. Anche nelle chiamate dei primi discepoli Gesù invita a lasciare tutto tranne il fratello, la fraternità è parte integrante della sequela.

E forse in questa ottica va letta anche la risposta di Gesù a Pietro a proposito del centuplo. Il distacco richiesto e il premio promesso riguardano entrambi l’ambito delle relazioni: si passa da una relazione di possesso ad una relazione di condivisione. Il centuplo si sperimenta solo dopo aver lasciato, è lì che diventa possibile verificare che il vuoto prodotto dall’aver lasciato è colmato pienamente da una nuova modalità di relazione che permette la gioia dell’incontro e la forza di superare le persecuzioni.

 

Commento di Don Domenico Malmusi

22 ottobre 2012

Vangelo E Commento Domenica 21 Ottobre

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Domenico Ghirlandario – Chiamata degli apostoli (1481 – Cappella Sistina)

Dal Vangelo secondo Marco 10,35-45.
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo».
Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero:
«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo».
E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete.
Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

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XXIX domenica del tempo ordinario

Una comunità alternativa

Dopo aver parlato di matrimonio e di ricchezza, questo capitolo del vangelo di marco ci propone un tema molto importante per la vita di una comunità ed è l’esercizio del potere. Il tema prende il via dalla solita incomprensione dei discepoli: per tre volte, nel cammino verso Gerusalemme, Gesù annuncia la sua passione che è un concetto totalmente inascoltato e incompreso dai dodici sebbene sia comprenda anche l’annuncio pieno di speranza della risurrezione. La prima volta è Pietro a ribellarsi e voler prendere il posto del Maestro, tanto che Gesù lo rimette al suo posto di discepolo, cioè dietro di lui, chiamandolo Satana; poi erano stati tutti i Dodici che discutevano su chi fosse il più grande mentre Gesù prospettava il suo abbassamento fino alla morte.

Oggi sono Giacomo e Giovanni che mostrano questa impressionante durezza dei discepoli ad accettare il discorso di Gesù e si rivolgono a lui con una richiesta: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Questa è la distorsione della preghiera: chiedono a Gesù che sia fatta la loro volontà, non che si compia quella del Padre come lui ha insegnato. Gesù però è paziente, ascolta e si mette a disposizione.

La richiesta di essere “ministri” in questo nuovo regno esprime oltre la distorsione della preghiera anche la distorsione dell’autorità compresa secondo le più basse logiche mondane. Alla richiesta Gesù risponde dicendo ‘non sapete’ mentre un poco più avanti dirà ‘voi sapete che coloro …’ cioè afferma che sono ignoranti per quanto riguarda le logiche del Regno mentre sono assuefatti benissimo alle logiche del mondo, un problema che tocca davvero tutti i discepoli che si sdegnano, ma in modo molto ipocrita se pensiamo che solo poco prima la discussione su a chi spettassero questi posti coinvolgeva tutto il gruppo.

Il calice indica il destino, la sorte di una persona, non nel senso di qualcosa di ineluttabile deciso dall’alto, ma tutta la realtà della propria vita e gesu capisce la sua sorte è di essere rifiutato dagli uomini che mirano a logiche diverse. Tutti i suoi testimoni più autentici hanno bevuto questo stesso calice, a partire dai discepoli che pur mettendoci molto tempo a comprendere lo hanno seguito davvero. Battesimo è un po’ la stessa cosa: significa immersione e per Gesù si tratta di essere immerso nella morte, anche il nostro battesimo è partecipazione alla morte di Gesù, cioè ad una vita spesa come la sua.

Poi Gesù dice che ‘coloro che sono considerati grandi’cioè che hanno le sembianze di grandi, che fondano il potere sull’apparenza e l’inganno dominano e opprimono con un movimento che va dall’alto verso il basso.

Tra voi non è così: Gesù non dice che non deve essere così o che non sia così ma dice non è! Tutte le esperienze diverse, in cui l’autorità è vissuta come prevaricazione, come ricerca di un vantaggio personale, come irresponsabilità non sono esperienza di chiesa. Questa è la vera discriminante, questo è ciò che caratterizza la comunità cristiana. La prima testimonianza della chiesa quella testimonianza che potremmo definire ‘politica’,consiste nel suo assetto interno, nell’organizzazione delle strutture della autorità e nel modo di vivere questa autorità: il modello di riferimento non può che essere che Gesù, quello che lui ha vissuto e che ha richiesto anche ai suoi discepoli. Il vangelo critica le logiche dei poteri mondani, ma prima di tutto si rivolge alla chiesa: alla tentazione di vivere il potere secondo dei meccanismi mondani, Gesù oppone la differenza cristiana fondata sul farsi servi gli uni degli altri. Servire è un movimento opposto a quello dell’opprimere, va dal basso verso l’alto. Questo è il compito vero della chiesa: essere una comunità di fratelli, fuori dalle logiche di invidie, di concorrenze e rancori.

Il Card. Carlo Maria Martini, usa una bella immagine per definire la chiesa, dice che deve essere una “comunità alternativa” cioè “una comunità che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco”.

Tra noi è così. Oppure non siamo chiesa.

 

Commento di Don Domenico Malmusi

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